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Israele, le “nazioni”, la forza

 

La storia di Israele è attraversata da uno slogan che mette in guardia da qualcosa che appare come la morte del popolo eletto. Lo slogan è “noi vogliamo essere come tutte le nazioni”: infatti, se Israele è come le nazioni, non è più Israele. Israele vuole un re, come le Nazioni. Quando Samuele è vecchio gli anziani si rivolgono a lui e gli dicono: “Stabilisci per noi un re che sia nostro giudice, come avviene per tutti i popoli" (1 Sam 8, 5). Di fronte alle obiezioni del profeta, gli anziani insistono: “Saremo anche noi come tutti i popoli” (1 Sam 8, 20). Il ritornello ritorna altrove: “"Saremo come le nazioni, come le tribù degli altri paesi, che prestano culto al legno e alla pietra" (Ez 20, 32). Dietro l’assuefazione politica sonnecchia pericolosamente il rischio di scivolare nell’idolatria.

Mi è tornato in mente questo slogan e questa “paura” mentre Israele sta avviandosi verso le elezioni, tra una ventina di giorni. Dentro il governo Netanjahu sono presenti forze fondamentaliste, quelle cui fanno riferimento i ministri Smotrich e Ben-Gvir. Costoro rivendicano delle terre – la Cisgiordania, per esempio – sulla base della bibbia che parla di quelle terre come appartenenti al popolo ebraico. E, forti di quella ragione, la occupano con la forza, distruggono campi e uliveti dei palestinesi che vi abitano da decenni. 

Per essere l’Israele di sempre l’Israele di oggi è costretto a usare la forza e, spesso, una forza brutale. Per non essere come le nazioni, l’Israele moderno si comporta come loro.

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