La scuola sta per iniziare. Insegnanti che vanno in pensione, insegnanti finalmente nominati, insegnanti che iniziano da precari con molti problemi. E poi i protagonisti, gli studenti...
Giorni di decisioni. Insegnanti che “escono” e insegnanti che “entrano"
Sono giorni di sensazioni forti e di decisioni importanti, questi, per chi gravita attorno al mondo scolastico. Giorni nei quali matura la pensione per chi ne ha acquisito il diritto (per gli statali della scuola scatta dal 1° settembre), giorni di saluti, di ricordi e rimpianti, di qualche lacrima e di molti sorrisi, di aspettative nuove rivolte a un futuro tutto da scrivere e libero per sempre dalla routine quotidiana; dopo aver lavorato per anni e anni a contatto con bambini, ragazzi o adolescenti, l’interruzione drastica di questi rapporti speciali e unici può risultare traumatica, impone di reinventarsi nella consapevolezza che la frequentazione e le relazioni con le nuove generazioni mancheranno eccome.
Giorni nei quali prende servizio chi ha avuto la tanto agognata nomina a tempo indeterminato e che esce finalmente dal limbo del precariato per affrontare la vita con maggiori certezze e con una tranquillizzante stabilità, magari non proprio nel paese o nella scuola in cui avrebbe desiderato insegnare e quindi senza le auspicate comodità logistiche e temporali, ma almeno con la garanzia di un posto sicuro e intoccabile anche nel futuro e con la prospettiva di poter chiedere nel tempo l’avvicinamento o il trasferimento e di ricorrere al part time e ad altre eventuali agevolazioni.
Poi ci sono i precari. Pochi soldi e molte preoccupazioni
Giorni di scelte, spesso impegnative e complicate, per coloro che vengono convocati dagli Uffici scolastici regionali al fine di accettare un incarico a tempo determinato, che consenta almeno per un certo periodo di poter lavorare e guadagnare qualcosa. Fa riflettere, a questo proposito, la condizione di quel personale che, costretto ad allontanarsi dalla propria regione d’origine per cercare un impiego altrove, si trova non solo a dover decidere in pochi minuti se accettare o meno un posto di lavoro precario, ma è chiamato anche all’impresa di trovarsi un alloggio, un affitto di uno spazio vivibile al prezzo più contenuto possibile, dato che gli stipendi degli insegnanti in Italia tarpano le ali ai legittimi desideri e costringono a condizioni di vita spesso ai margini della dignità.
Giovani laureati, talvolta già padri e madri con figli piccoli, o figli con genitori molto anziani, che lasciano i loro affetti e le loro zone di origine per poter usufruire del diritto di lavorare, garantito dal primo e dal quarto articolo della nostra Costituzione; persone costrette necessariamente a fare i conti con il budget che, a fronte di un guadagno mensile che supera di poche centinaia i mille euro, deve prevedere l’affitto dello spazio vitale, il costo quotidiano della vita che continua ostinatamente a pretendere che per vivere si debba mangiare, i rincari delle bollette, dei trasporti, delle spese mediche e quant’altro. Questo flusso migratorio interno, prevalentemente nella direzione sud-nord, si ripete ogni anno da decenni e non trova soluzione. Cosa fa lo stato per regolamentarlo o almeno renderlo più dignitoso? Quali maggiori garanzie si potrebbero concedere a questo esercito di lavoratori chiamati a lunghi viaggi, a sacrifici impegnativi, a rinunce continue pur di poter lavorare? La risposta non è stata ancora trovata, viene il dubbio che sia mai stata cercata, visto che in tanti decenni poco o nulla è cambiato e le difficoltà non sono state non dico risolte, ma neppure alleggerite.
Poi ci sono gli studenti. Variamente motivati
Sono giorni di attesa anche per gli studenti, sia per quelli che devono conquistarsi con una parvenza di esame la promozione all’anno successivo a fronte della sospensione del giudizio, sia per quanti si apprestano a riprendere la scuola dopo mesi di stacco, curiosi delle novità che incontreranno nel corpo insegnante e nel gruppo delle compagne e dei compagni, poco solerti all’idea di dover ricominciare a studiare seriamente e ogni giorno oppure motivati proprio dal fatto che si apprestano ad approfondire le materie di loro interesse con un anno di esperienza in più sulle spalle.
Sono giorni di emozionante attesa per i primini, i piccolissimi che entreranno alla scuola dell’infanzia vivendo il primo trauma del distacco, per i piccoli che saranno accolti nella prima classe della scuola primaria e che sperimenteranno per la prima volta cosa significa andare a scuola, per i non più piccoli iscritti alla secondaria di primo grado incuriositi dal nuovo corso di studi e un po’ timorosi all’idea di incontrare i professori e non più i maestri, per gli adolescenti (o quasi) che si apprestano a frequentare il primo anno della superiore scelta da loro (si spera non dai genitori, nonni, zii) in un contesto molto più grande e ricco di stimoli e di nuovi incontri, ma anche nel timore di non farcela e con le fatiche e qualche rischio nelle relazioni con i più grandi.
Insomma, giorni di scelte e di attese per tanti, di novità per tutti, di speranze e timori. Tutto ciò concentrato in questi giorni iniziali di settembre, prima che suoni la prima campanella e che il nuovo anno scolastico prenda ufficialmente il via.
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Sisana