Mercoledì Bergamo ha celebrato la festa del “suo” santo protettore, sant’Alessandro. Molta, moltissima gente in duomo per la messa delle 10.30. Molta gente anche - cosa inattesa, visti i precedenti – ai vespri delle 17 e chiesa strapiena alla messa delle 18.30 in s. Alessandro in Colonna.
Alessandro continua a “tenere” bene. Per l’occasione, la comunità cristiana si scopre un po’ “laica” e la società laica si scopre un po’ “cristiana”. I più raffinati credenti storcono un po’ il naso di fronte a questo sfruttamento laico di una festa cristiana. E viceversa e specularmente da parte dei più intransigenti difensori della laicità delle istituzioni civili. Ma si tratta comunque di una festa identitaria che affonda in un lontanissimo passato. Anzi, proprio per questo è identitaria.
In fondo il carattere “di confine” della festa patronale serve ai bergamaschi credenti e serve ai bergamaschi cittadini. Ai cittadini la festa religiosa ricorda che non basta avere leggi e istituzioni comuni. Ci vuole un senso di comunità che è qualcosa d’altro, al quale può dare un contributo anche la tradizione cristiana della nostra comunità. Il carattere “civile” della festa ricorda ai credenti una verità banale ma talvolta disattesa dai cristiani: non basta andare in chiesa per essere buoni cittadini. Notevole scambio anche perché molti cristiani sono insieme cristiani e cittadini.
Un’ulteriore osservazione che, dalla sponda ecclesiale è molto sentita, è la quasi assenza dei giovani a questa festa, come ad altre feste, religiose o laiche. Alla provocazione si risponde anzitutto con la citazione di un dato semplice: i giovani sono pochi alle feste perché sono pochi, semplicemente. Lo smarrimento di adulti e anziani è uno dei pedaggi da pagare al passaggio generazionale che stiamo vivendo.
Poi, certo, in generale i giovani non sono appassionati a feste religiose ed eventi politici. Il gap generazionale non è solo questione di anni. Ci sono, ovviamente, un’infinità di ragioni. Tra le tante si può ricordarne una di cui si sente parlare spesso: noi adulti abbiamo dato ai giovani casa, lavoro, spesso benessere… e abbiamo consegnato loro anche la società, che è questa, che celebra anche le sue feste. Il problema, per i giovani è di passare da qualcosa che si riceve a qualcosa che si costruisce. Difficile. Da tentare, però, sia nella Chiesa, sia nella società. Altrimenti si dovrebbe semplicemente aspettare che i giovani diventino vecchi perché arrivino, forse, a interessarsi e di società politica e di società ecclesiale. Che non è una gran bella soluzione. Anche perché arriverebbero comunque a essere adulti troppo abituati a ricevere e poco abituati a dare.