Una serie TV racconta la giovinezza del più grande re d'Israele. Dietro il pastore, il guerriero e il poeta, però, si nasconde una storia molto più grande: quella di un Dio che guarda il cuore, di una promessa che richiede tempo e di una regalità che, partendo da Betlemme, attraverserà i secoli.
Ci sono storie bibliche che sono penetrate così profondamente nella cultura occidentale da essere conosciute persino da chi non ha mai aperto una Bibbia. Davide e Golia è certamente una di queste; il ragazzino e il gigante, la fionda e l'armatura, il debole che affronta il forte e, contro ogni previsione, lo sconfigge.

Davide contro Golia è diventato addirittura un modo di dire. Lo utilizziamo per un piccolo gruppo che sfida una multinazionale, per una squadra sconosciuta che affronta i campioni, per il singolo che si oppone a un sistema enormemente più potente di lui. Questa familiarità nasconde una storia biblica complessa.
Davide non è l'underdog per eccellenza. È un pastore, un musicista, un poeta e un guerriero. È l'ultimo figlio di una famiglia nella quale nessuno pensa inizialmente che possa essere proprio lui l'uomo cercato dal profeta. È il futuro re d'Israele, ma prima di diventarlo dovrà trascorrere anni nell'attesa. È un uomo capace di una fiducia straordinaria in Dio e, come scopriremo proseguendo nella sua storia, anche di un'umanità fragilissima e di peccati terribili. È il cantore al quale la tradizione biblica associa alcuni dei testi di preghiera più belli mai scritti. Soprattutto, è il capostipite di una casa alla quale Dio legherà una promessa destinata ad attraversare i secoli.
È questa storia stratificata e sfaccettata che House of David prova a riportare sullo schermo.
Un giovane pastore, un re che tramonta
House of David debutta sulla piattaforma Prime Video nel 2025. La prima stagione conta otto episodi e prende come nucleo narrativo soprattutto tre capitoli del Primo libro di Samuele: il rifiuto di Saul dopo la sua disobbedienza, l'unzione di Davide e lo scontro con Golia.
Naturalmente otto episodi televisivi richiedono molto più materiale di quanto offrano tre capitoli della Scrittura. La serie riempie quindi gli spazi vuoti con costruzioni drammaturgiche, costruisce relazioni, sviluppa personaggi secondari e utilizza anche tradizioni e materiale storico esterno al testo biblico. È bene ricordarlo: House of David non è la Bibbia illustrata e non pretende di esserlo. È una fiction ispirata alla Bibbia, che prende esplicitamente delle libertà narrative.
Al centro troviamo l'attore Michael Iskander nel ruolo di Davide, Ali Suliman in quello di Saul e Stephen Lang nei panni del profeta Samuele. Intorno a loro si muovono la famiglia reale, i figli di Iesse, la corte di Saul, i Filistei e infine quell'enorme figura che persino chi conosce poco la Scrittura sa immediatamente riconoscere - Golia. Il vero inizio dell'intreccio narrativo però non è Golia, ma Saul.
Quando incontriamo Davide, infatti, Israele ha già un re. Saul è stato scelto, unto e posto alla guida del popolo. Non nasce dunque come antagonista della storia della salvezza, ma ne è parte integrante - ed è proprio questo a rendere la sua vicenda così tragica.
Saul ha ricevuto qualcosa da Dio e progressivamente comincia a perderlo. Davide, invece, possiede poco e nulla nulla. Pascola le pecore, e Dio lo sceglie.
L'uomo guarda all'apparenza, ma il Signore guarda il cuore (Primo libro di Samuele 16, 7).
Il momento dell'elezione di Davide è uno degli episodi più affascinanti del Primo libro di Samuele proprio perché sovverte continuamente le aspettative.Dio invia Samuele a Betlemme, presso la casa di Iesse, perché tra i suoi figli ha scelto il nuovo re d'Israele. Samuele arriva, vede Eliab e comprensibilmente pensa di avere davanti l'uomo giusto, dall'aspetto adatto.
Uno dopo l'altro, i figli di Iesse passano davanti a Samuele, e uno dopo l'altro vengono esclusi. A un certo punto il profeta deve quasi domandare se siano davvero tutti lì, ed ecco che ne manca uno, il più piccolo, fuori con il gregge.
La scena contiene qualcosa di quasi ironico: il futuro re d'Israele è talmente improbabile come futuro re d'Israele che suo padre non ha nemmeno pensato di farlo partecipare alla selezione. Eppure, è lui.
La Scrittura è attraversata da questa strana predilezione divina per candidati umanamente poco convincenti. Giacobbe non è il primogenito, Giuseppe è il fratello venduto come schiavo, Mosè protesta di non saper parlare, Gedeone appartiene alla famiglia più povera della sua tribù e si considera il più piccolo della casa paterna. Per Davide la logica la medesima. Non è mai una celebrazione dell'incompetenza; Dio non sceglie il piccolo perché essere piccoli sia automaticamente una virtù. Lo sceglie perché la sua elezione non dipende dalle gerarchie attraverso cui gli uomini stabiliscono chi sia degno di essere grande.
La scelta ricade su Davide non perché sia già adatto al ruolo, un re nascosto sotto gli abiti da pastore. È anzi l’elezione a dare inizio al lungo processo attraverso il quale egli dovrà imparare a essere ciò per cui è stato scelto. L'unzione non conclude la sua storia, ma la inaugura.
Il re senza corona
I primi passi dopo l'elezione sono uno degli aspetti più belli della giovinezza di Davide, e uno di quelli che House of David permette di percepire con maggiore immediatezza. Samuele lo unge. E poi? Poi Saul continua a essere re.
Davide non riceve immediatamente una corona, un esercito e un palazzo. Non esiste un montaggio cinematografico attraverso il quale, in pochi minuti, il pastore diventa sovrano. Torna alla propria vita e, quando entrerà nel palazzo reale, lo farà non come re, ma come servitore del re che un giorno sostituirà. C'è distanza tra la promessa e il suo compimento; un tema, questo, che ricorre sovente nella Bibbia.
Abramo riceve la promessa di una discendenza quando ancora non ha nemmeno il figlio dal quale quella discendenza dovrebbe nascere. Israele riceve la promessa della Terra, ma deve attraversare il deserto. Davide riceve l'unzione e deve continuare a vivere sotto il regno di Saul. Dio promette, ma la promessa non elimina il tempo, proprio perché il tempo dell'attesa è pieno e necessario, il luogo nel quale l'uomo viene preparato a ricevere ciò che gli è stato promesso.
Prima di governare, Davide dovrà imparare a servire. Prima di possedere la corte, dovrà conoscerla. Prima di comandare eserciti, dovrà combattere. In preparazione alla grandezza, dovrà sperimentare la vulnerabilità, l'esilio, la paura e la dipendenza dagli altri.
Soprattutto, dovrà imparare qualcosa di terribilmente difficile: essere stato scelto non significa avere il diritto di impossessarsi immediatamente di ciò per cui si è stati scelti. Questa sarà una delle grandi differenze tra Davide e Saul.
La tragedia di Saul
Sarebbe facile trasformare Saul nel cattivo della storia, e sarebbe anche un errore.
Saul è una figura tragica. Anche lui è stato scelto e unto, e ha ricevuto una missione. Prima di diventare il sovrano ossessionato dal proprio potere, Saul era proprio l'uomo che si considerava troppo piccolo per il compito ricevuto. Qualcosa, però, cambia per il peggio.
Il problema del potere nella Scrittura non è semplicemente possederlo; esistono infatti re giusti e re ingiusti, autorità benedette e autorità corrotte. Il problema non è nella regalità o nell’autorità, ma nel possesso. Il potere corrompe quando ciò che è stato ricevuto come servizio comincia a essere percepito come possesso.
A Saul era stata affidata la regalità, ma ha creduto gli appartenesse. La vicenda è tragicamente antica e moderna, perché l'animo umano vive le stesse fragilità nel corso della storia.
Il potere possiede una capacità particolare di modificare il nostro rapporto con ciò che abbiamo ricevuto. Se un incarico diviene un'identità, perdere il potere non significa più semplicemente lasciare un ruolo, ma perdere noi stessi. Ed ecco che Saul diventa un uomo terrorizzato dall'idea che qualcuno possa prendere il suo posto.
Le conseguenze dell'errore gli si presentano inevitabilmente quando davanti a lui compare Davide. Giovane, amato, popolare e, soprattutto, scelto.
Il dramma si compone di pezzo in pezzo, mentre Saul cerca di trattenere ciò che gli sta sfuggendo e Davide deve imparare ad aspettare ciò che gli è stato promesso.
Una storia che non parla di autostima
Arriva il momento dello scontro con Golia, e noi ci troviamo a dover disimparare una storia che pensiamo di conoscere.
Nella versione culturale, Davide e Golia è diventato un racconto sull'autostima. Non importa quanto grande sia il tuo gigante; credi in te stesso, scopri la tua forza interiore e non lasciare che gli altri ti dicano che non puoi farcela.
Sarebbe anche un messaggio perfettamente legittimo, ma non è il messaggio di 1 Samuele 17. Il Davide biblico non entra nella valle perché ha scoperto di essere più forte di quanto pensasse, ma perché è consapevole che la forza decisiva non sia la sua.
Se Davide dovesse affrontare Golia secondo le regole di Golia, dovrebbe diventare una versione più piccola e peggiore di Golia: armatura contro armatura, forza contro forza. Prendendo la fionda, Davide porta sul campo di battaglia una misura della realtà completamente diversa. Mentre Golia vede un ragazzo, Davide vede un uomo che ha sfidato il Dio d'Israele. Il futuro re non pensa che Golia sia piccolo, ma sa che Dio è infinitamente più grande. Nel momento in cui Dio è il punto di riferimento della fede, il male non è più la realtà ultima. Il gigante può essere guardato in tutta la sua enormità senza che gli sia concessa l'ultima parola.
La cetra e la fionda: i Salmi
Il guerriero che impugna la fionda è lo stesso musicista che suona la cetra. Il futuro comandante di eserciti è un poeta, e House of David insiste giustamente su questa dimensione, al punto che la musica è ben più di un'aggiunta decorativa o una bella colonna sonora, ma appartiene alla sua identità biblica.
La tradizione biblica associa a Davide una parte enorme del Salterio e House of David utilizza proprio questo patrimonio per entrare nell'interiorità del personaggio. Gli stessi creatori hanno spiegato di avere guardato ai Salmi come a una fonte essenziale per comprendere la sua complessità: non soltanto le sue vittorie, ma la sua umanità - il fallimento, l’angoscia, il rapporto con Dio.
Tra i brani musicali legati all'universo di House of David merita un'attenzione particolare Psalm 91: A Brother's Lament, interpretato proprio da Michael Iskander. Il Salmo 91 è uno dei grandi canti biblici della fiducia.
Chi abita al riparo dell'Altissimo passerà la notte all'ombra dell'Onnipotente.
E poi ancora:
Io dico al Signore: Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido.
Sarebbe facile leggere parole del genere come la promessa di una vita protetta dal dolore, ma no. Basta continuare a leggere il salmo per rendersi conto che accade esattamente il contrario. Pestilenza, terrore notturno, frecce che volano di giorno, strage, leone e serpente. Il salmista si trova in un mondo pieno di pericoli, ed è nel mezzo di tutto ciò che riconosce in Dio il rifugio e la fortezza. La fede non consiste nell'assenza della notte, ma nell'avere un luogo in cui dimorare durante la notte.
La stessa vita di Davide sarà tutt'altro che protetta. Conoscerà il campo di battaglia e la persecuzione, dovrà fuggire da Saul, conoscerà il tradimento, la perdita, la morte. Diventato re, conoscerà le conseguenze terribili dei propri peccati e il dolore che attraverserà la sua stessa famiglia.
Davide non è l'uomo al quale non succede nulla di male perché Dio è con lui. È l'uomo che continua a rivolgersi a Dio dentro ciò che gli accade.
Forse è proprio per questa ragione che i Salmi continuano a esserci così cari dopo millenni: sono preghiere vere, non edulcorate. L'uomo che incontriamo nel Salterio non presenta soltanto la versione migliore di se stesso e non dice soltanto cose devote, ma sta davanti a Dio nella sua imperfetta interezza, come un bambino, proprio perché è certo dell'amore del Padre.
Possano allora i Salmi ricordarci che non dobbiamo prima mettere ordine nei sentimenti e poi presentarci davanti a Dio, ma che possiamo portare il disordine stesso, e lasciare che in Dio tutto trovi il suo posto.
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