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La “fame nel mondo”. Il nuovo “predonaggio”

mela cibo fame

 

Un tempo si sarebbe detto “la fame nel mondo”. Oggi, nel nostro lessico addomesticato, preferiamo “crisi alimentare”, come se bastasse cambiare parola per attenuare lo scandalo. Ma la fame non si lascia addomesticare: è un fatto politico, un conflitto, una guerra del cibo. E questa guerra è alimentata da altre guerre, da un accaparramento che ha un nome preciso: predonaggio.

 

 

Le cifre degli affamati. Angoscianti

La documentazione internazionale è chiara. Secondo FAO, IFAD, UNICEF, WFP e OMS, nel 2023 tra 713 e 757 milioni di persone hanno sofferto la sottoalimentazione cronica, pari al 9,1% della popolazione mondiale. Rispetto al 2019 sono 152 milioni in più. Nel 2024 il Rapporto Globale sulle Crisi Alimentari, pubblicato da FAO, WFP e dalla Rete Globale contro le Crisi Alimentari (GNAFC), registra 295 milioni di persone in insicurezza alimentare acuta e quasi 2 milioni nella fase di “catastrofe”, un passo prima della carestia.

Il Sudan, devastato dalla guerra, conta 25,6 milioni di persone in livelli severi di insicurezza alimentare. Gaza è diventata il simbolo estremo: 2,2 milioni dipendono dagli aiuti, metà della popolazione vive in fame catastrofica. In Afghanistan, Yemen, Sud Sudan, Somalia, la fame è un’arma di guerra, un metodo di controllo, un dispositivo di punizione collettiva.

Ma la guerra del cibo non si combatte solo con le armi. Si combatte con i prezzi, con le speculazioni, con filiere globali che concentrano potere e profitti. Tra 2022 e 2024 i fertilizzanti hanno raggiunto livelli record, espellendo milioni di piccoli agricoltori. L’inflazione alimentare interna resta alta non perché manchi il raccolto, ma perché debito, svalutazione e austerità scaricano sui poveri il costo delle crisi. Il cambiamento climatico colpisce soprattutto le agricolture di sussistenza: siccità, alluvioni, cicli El Niño distruggono raccolti senza assicurazioni né credito. Quando il raccolto salta, la famiglia vende il bestiame, poi gli attrezzi, poi migra. Oggi 95 milioni di sfollati vivono in paesi già in crisi alimentare: una doppia condanna.

I soldi che mancano. Per il cibo, non per le armi

C’è poi il fallimento politico. Nel 2023‑2024 i finanziamenti umanitari globali sono crollati, lasciando programmi cruciali del WFP e dell’UNICEF senza risorse. Il Segretario generale dell’ONU ha parlato di “mani vuote e schiene voltate” di fronte a stomaci vuoti. Il mondo che investe senza esitazione in riarmo, frontiere e sorveglianza esita quando si tratta di nutrizione infantile, reti di protezione sociale, agricolture contadine.

La fame è anche una questione di potere sul corpo. Le donne mangiano per ultime e meno. I bambini pagano il prezzo più alto: 36‑38 milioni sotto i cinque anni sono acutamente malnutriti, con danni irreversibili allo sviluppo. Una generazione cresce con il corpo segnato dalla fame mentre il mondo discute di intelligenza artificiale e transizione digitale.

"Dacci oggi il nostro pane quotidiano”: una rivendicazione politica

La tradizione teologica ci consegna parole dure: la fame è uno scandalo, non un destino. “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” non è una preghiera intimista: è una rivendicazione politica. Chiede che la terra, il lavoro, il raccolto siano condivisi. Quando milioni di persone vengono escluse da questo pane, non è Dio che manca: è la comunità umana che tradisce la propria vocazione.

La trasformazione dei sistemi alimentari non può limitarsi alla logica dell’efficienza. La trasformazione vera sarebbe politica: ridurre il potere dei grandi attori del commercio agricolo, garantire sovranità alimentare alle comunità, cancellare il debito che strangola i bilanci pubblici, mettere la lotta alla fame al centro delle agende di pace.

La domanda che resta è semplice e brutale: chi ha diritto di mangiare. Se la risposta non è “tutti, senza condizioni”, allora abbiamo già accettato che alcuni corpi valgano meno di altri. La fame non è un tema tra gli altri: è il luogo dove il mondo decide se restare umano oppure no.

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