Il nome esprime l’identità di una persona. Segna la sua biografia, le sue relazioni di vita, è indice di presenza nel mondo, genera empatia anche quando diventa solo un ricordo.

Migliaia di migranti annegati nel Mediterraneo, ripescati e accolti nei piccoli cimiteri del Sud, dormono sotto lapidi anonime. Discriminati anche da morti.
“Ogni mare ha un’altra riva, e arriverò"
A Lampedusa il cimitero è come una piccola Spoon River senza nomi.
Una lapide senza nome è il punto massimo del razzismo, dell’oblio, dell’inciviltà, ma può anche rappresentare tutte le persone morte nel tentativo di raggiungere l’Europa, come martiri della libertà. Su alcune lapidi si vede un simbolo: una piuma cinta da un filo spinato. Denunciano la morte ingiusta, inumana, di migliaia di persone alla ricerca della propria libertà di movimento nel mondo (Fondazione ISMU – Iniziative e Studi sulla Multietnicità).

Nel cimitero di Lampedusa c’è una lapide che riporta un frammento di poesia di Cesare Pavese: “Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò”.

I morti senza nome di Ceuta. E Fakir
Durante i recenti tentativi di attraversare a nuoto il confine marittimo di Ceuta, i nomi delle persone annegate o disperse non sono ancora stati resi pubblici. Ci vuole tempo, dicono, e spesso ci si rassegna all’anonimato. I giornali scrivono che un’eccezione è rappresentata da Faten Ben Omar El Azizi, una giovane calciatrice che giocava nella squadra femminile di Tetuan, in Marocco, il cui corpo è stato recuperato.

Intanto proseguono le indagini sulla modalità della morte violenta di Abderrahim Fakir e su chi fosse Fakir. Il valore del nome sulla bocca di tutti, non rende giustizia alla vittima, ma dà un connotato di umanità a chi è stato brutalmente violato. Almeno ne conosciamo il nome, come conosciamo quello dell’assessore di Albino, Davide Zanga, che ha scritto “…uno di meno”.
I morti dello Yad Vashem e gli altri
Ricordiamo che anche a Bergamo, davanti al Comune, abbiamo scandito i nomi dei minori trucidati da Israele nella striscia di Gaza: erano circa 18 mila e abbiamo dovuto ridurre la declamazione dei nomi per necessità di tempo per ricordarli tutti.
E chi non ha provato un brivido nell’ascoltare i nomi di bambini e adulti nel luogo della memoria della Shoa a Gerusalemme, chiamato Yad Vashem, che significa “Un posto e un nome”?

Nella Biennale di Venezia del 2024, intitolata Stranieri Ovunque, il curatore Adriano Perosa aveva spiegato che l’espressione “Foreigners Everywhere” aveva più di un significato: “…ovunque si vada e ovunque ci si trovi, si incontreranno sempre degli stranieri: sono/siamo dappertutto. A prescindere dalla propria ubicazione, nel profondo si è sempre veramente stranieri”. E per sottolineare questa scelta, ha chiesto alle persone straniere residenti in Italia di concedere ingrandimenti della propria carta di identità in pannelli disseminati lungo i Giardini della Biennale.
Spesso dimentichiamo che i regolari e gli “irregolari” che vivono accanto a noi, hanno un nome, un cognome e una identità che completano la loro umanità.


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Redazione