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Apocalissi e nuovo ordine mondiale

apocalisse

E’ un periodo in cui l’Apocalisse va di moda. Riviste di filosofia e di geopolitica e più modesti articoli di giornale si stanno riempiendo di una famiglia di vocaboli collegati al capostipite concettuale: l’Apocalisse. Eccoli: “Katechon”, “Armageddon”, “Anticristo”, “Escatologia”, “Intelligenza Artificiale”, “Inverno nucleare”, “Tramonto dell’Occidente”, “Fine della civiltà” (copyright di Trump, ma anche dell’Ulisse dell’Odissea di C. Nolan), “Illuminismo nero”, “Geotraumatismo” e via giù per la china, tutti preda di allegria di naufraghi.

 

 

Di Apocalisse si parla solo in Occidente dove gli imperi sono finiti

Tanto per incominciare, la problematica dell’Apocalisse è solo occidentale. Non esiste nella cultura greco-classica. Gli Stoici parlano di “ekpyrosis”, di un Fuoco universale che incenerisce tutto, ma poi il mondo rinasce, secondo lo schema ciclico dei Greci. Nelle culture di ispirazione confuciana, induista o buddista non ce n’è traccia: se questo mondo finisce, ne nasce un altro.

Da quale intersezione tra il mondo e le interpretazioni del mondo nasce la coscienza apocalittica, che penetra le scelte private e quelle pubbliche di milioni di persone?

Il mondo dell’Occidente collettivo non domina più il pianeta. Gli imperi occidentali – spagnolo, portoghese, olandese, britannico, francese, tedesco e, oggi, americano hanno dal Cinquecento in avanti esaurito il loro ciclo di dominio. Fin qui nulla di storicamente anomalo: società, nazioni, imperi crescono e decadono. La loro durata si conta in secoli e millenni, la nostra vicenda biografica dura un soffio.

La fine del mondo si intreccia con la speranza cristiana

La fine del “mondo” dell’Occidente si intreccia con la categoria ebraico-cristiana della speranza. Secondo Umberto Galimberti, il virus della speranza è stato introdotto nel pensiero politico dell’Occidente dall’Ebraismo e dal Cristianesimo. Esso ha rovesciato la concezione greco-classica della storia come ciclico ri-accadere di eventi. Perciò, secondo la filosofia ciclica, non ha senso sperare in un miglioramento irreversibile della propria condizione storica. Se non speri, neppure disperi. Ti abbandoni agli eventi o cerchi di contrastarli, ma senza illusioni. La speranza sarebbe la vera malattia dell’Occidente. Oggi l’Occidente sta “diminuendo”, e pertanto si abbassano le speranze occidentali e perciò cresce la paura del futuro.

In realtà, i biblisti ci informano che “apocalisse” deriva dal greco antico “apocalissi” (ἀποκάλυψις), che significa “scoperta”, “svelamento”. Ha il significato di profezia, non come previsione minacciosa del futuro, ma come disvelamento di un presente già “redento”. L’Apocalisse scritto a Patmos da Giovanni – forse l’apostolo, forse un altro - non è un libro che predica sfracelli, ma un libro di speranza. E così la pensava anche Ratzinger. Nel suo recente “Il Bene che vince”, il teologo Giuliano Zanchi analizza la struttura del libro che ci parla nel linguaggio metaforico e immaginifico dei quattro settenari, delle sette lettere per sette chiese, dei sette sigilli, delle sette trombe, dei sette flagelli che fuoriescono dalle sette coppe dell’ira di Dio, dei quattro cavalieri, ma non promette la realizzazione su questa terra di un regno dei mille anni né minaccia nessuna catastrofe.

La speranza cristiana secolarizzata diventa catastrofe

Come è accaduto, dopo Patmos, che la speranza si sia trasformata in utopia, in millenarismo e in catastrofismo? E’ stata la secolarizzazione della speranza a torcere l’idea dell’apocalissi. Per un verso, la speranza si è trasformata nell’ideologia di un progresso senza fine o evolutivo-lineare o per rottura rivoluzionaria. Il limite, il male, il negativo, la violenza, la ferocia animale dell’homo sapiens sono considerati redimibili dallo sviluppo economico, dalla scienza-tecnologia, dalla psicanalisi, dal Proletariato, dalla Nazione. Sono stati espunti dalla nostra coscienza storica come imperfezioni provvisorie. In realtà, non se n’erano mai andati né dalla storia collettiva né dalla biografia degli individui. La scoperta che esistono nella storia umana il male, la violenza, il nemico pare che stia rovesciando il tavolo intellettuale dell’Occidente.

Peter Thiel, l’imprenditore-intellettuale della Silcon Valley, ha fatto questa “scoperta” drammatica dopo che le Torri gemelle sono state divorate l’11 settembre 2001 da una “ekpyrosis” infernale. L’11 settembre e tutto quello che ne è venuto dopo ha confermato che l’Occidente storico, quello del progresso infinito, non detta più l’agenda del mondo. Perciò, come tale, sta finendo. Così, la fine di un mondo sta diventando la fine del mondo, copyright di papa Francesco.

L’argine contro la catastrofe e il rifiuto di pensare

Ecco, dunque, comparire sulla scena l’apocalisse, intesa nel senso di una catastrofe, senza salvezza. Come sfuggire al destino apocalittico? Occorre individuare un Katechon, che sia in grado di sconfiggere l’Anticristo in arrivo. Per il “mondo Maga” americano e per gli intellettuali del “post-umanesimo” e del “transumanesimo” e della repubblica tecnologica il Katechon è la tecnologia spinta al massimo delle sue potenzialità. E se la democrazia, se il Deep State sono un impaccio, liberiamocene. Questo e altro, pur di difendere la libertà, che è il principio costitutivo dell’Occidente. Per qualcuno il “katechon” è Trump stesso.

“L’Apocalisse” sta diventando un’ideologia raffazzonata, esegeticamente infondata, che vale solo a esprimere l’angoscia del declino dell’Impero. Il bipolarismo geopolitico è finito, i tentativi di monopolarismo sono falliti. Costruire un nuovo ordine multipolare concertato sembra essere l’impresa necessaria. L’apocalittismo è la falsa coscienza, che copre il rifiuto di pensare/costruire un nuovo ordine mondiale.

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