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I conti non tornano

perdono condono grazia

Ventiquattresima domenica del Tempo Ordinario.
Dopo il commento di Adriano Sesana, pubblichiamo anche questo, che sarà il suo ultimo di questa serie, di Enrico D'Ambrosio.
I conti non tornano.
Per i testi liturgici di questa domenica clicca qui.

 

 

La grazia del debito

Quante domande suscita questo Vangelo. Pietro vuole sapere quante volte occorre perdonare. Gesù risponde con una parabola.

Ma prima ancora della risposta nasce una domanda più radicale: è davvero possibile pareggiare i conti tra gli esseri umani? Se ascoltiamo bene il Vangelo, scopriamo che Gesù non parla anzitutto del perdono. Parla del debito. E forse tutto comincia proprio da qui.

I conti non tornano

Quante volte diciamo: «Adesso siamo a posto». Ma davvero la giustizia consiste nel pareggiare i conti? Quando una madre passa notti insonni accanto al figlio, quando un figlio accompagna i genitori nella vecchiaia, quando un amico ci salva dal precipizio, chi potrebbe mai fare i conti? L'amore eccede sempre. E il male pure.

Pietro continua a ragionare nella logica del conteggio: sette volte? Gesù rompe perfino il numero: settanta volte sette. Non significa quattrocentonovanta. Significa: esci dalla contabilità. Il perdono non cancella il male. Interrompe la sua propagazione.

Il debito della vita

I conti non tornano fin dall'inizio. Nessuno di noi si è dato la vita. Prima ancora di respirare eravamo già destinatari di un dono. Ogni nascita istituisce un debito. Non un debito da estinguere, ma il debito originario della vita ricevuta. Per questo il primo linguaggio dell'esistenza non è il possesso, ma la gratitudine.

Alla luce di questo comprendiamo il Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Gesù ci fa pregare parlando di debiti. Come se tutta la vita fosse attraversata dalla coscienza di avere ricevuto infinitamente più di quanto potremo mai restituire. Da questa memoria del dono nasce il perdono.

Il debito della grazia

Ci sono opere che interpretano una vita. Per me sono «La leggenda del santo bevitore» di Ermanno Olmi e una «Lettera di Vincent Van Gogh al fratello Theo». Entrambe raccontano la stessa verità: la grazia suscita nell'uomo la coscienza di un debito che non può essere estinto.

Van Gogh scrive: «Caro fratello, il mio debito è così grande che, quando l'avrò pagato, mi sembrerà di non aver vissuto». Il santo, forse, è semplicemente questo: un uomo debitore che non smette mai di vivere nella gratitudine. Il peccatore pensa di dover saldare il debito. Il santo sa di non poterlo mai estinguere e, per questo, trasforma tutta la sua vita in rendimento di grazie. La grazia non si ripaga. Si onora. È il cuore della parabola di Gesù. Possiamo soltanto lasciare che quel dono continui a passare attraverso di noi. La grazia non chiude i conti. Li apre.

Il servo che dimentica

Il servo della parabola ha ricevuto un condono immenso, ma diventa inflessibile davanti al piccolo debito del compagno. Il problema non è il debito dell'altro. Il problema è aver dimenticato il proprio. Il servo non viene condannato per la giustizia. Si condanna da sé perché dimentica la grazia.

In ciò si rivela essere un uomo ingrato, e malvagio.  Il suo vero peccato non è la durezza. È la dimenticanza. Ha dimenticato di essere stato condonato. Chi dimentica il dono si rivela anche incapace di perdono. Chi conserva memoria della misericordia ricevuta genera misericordia. Il perdono non nasce dalla dimenticanza dell'offesa. Nasce dalla memoria del dono.

Il perdono comincia in casa

Il luogo più difficile dove imparare il perdono è la famiglia. Diventare adulti significa anche smettere di pretendere genitori perfetti. Significa riconoscere che anche chi ci ha generati porta ferite, paure e incompiutezze. Uno dei passaggi decisivi della maturità è proprio questo: perdonare i propri genitori. Non per negare il male ricevuto, ma perché quel male non diventi il nostro destino. Diventare adulti significa imparare lentamente ad abitare questo debito senza trasformarlo in risentimento.

Il Siracide sentenzia che «Il rancore e l'ira sono un abominio». Disonorare i genitori è in fin dei conti non onorare il debito di generazione che abbiamo contratto con loro fin dalla nascita e per i genitori onorare la promessa che ci hanno fatto mettendoci al mondo. La generazione lega padri e figli in un debito reciproco. La vita è consegnata dentro una reciprocità che non potrà mai essere pareggiata. Per questo i conti non tornano. Ed è bene che non tornino. L'amore non vive di calcoli e bilanci.

Per questo educare significa continuare a generare.

Trattalo com un pubblicano?

Già il Vangelo di domenica scorsa ci aveva sorpresi. Gesù, parlando della correzione fraterna, ne aveva indicato con chiarezza lo scopo: «Se ti ascolterà, avrai guadagnato tuo fratello». Lo scopo della correzione non è vincere una disputa, umiliare chi ha sbagliato o espellerlo dalla comunità. È ritrovare il fratello.

E se non ascolta? Gesù conclude: «Sia per te come il pagano e il pubblicano». Per secoli abbiamo letto queste parole come un invito all'esclusione. Eppure, il Vangelo racconta l'esatto contrario. A questo punto siamo noi stessi ricondotti allo stile, al modo di agire di Gesù. Ora come trattava Gesù i pubblicani? Li cercava. Entrava nelle loro case. Sedeva a mensa con loro. Li chiamava per nome. Li rendeva nuovamente fratelli. Essere discepoli di Gesù significa avvicinarsi ancora di più proprio quando l'altro si è allontanato.

Questa è anche la chiave della parabola di oggi. Il re domanda al servo: «Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» Il problema non è il debito del compagno, ma la dimenticanza della grazia ricevuta. Chi non riconosce di vivere della misericordia di Dio finisce inevitabilmente per trasformare ogni relazione in un tribunale. Se non riconosci colui che ti ha fatto grazia allora ti condanni da te stesso a restituire tutto il dovuto. Rifiutando la logica della grazia, ci si richiude da sé dentro la logica del debito.

Per questo Gesù conclude con parole severe: «Così anche il Padre mio celeste farà con voi, se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Non è Dio che smette di essere misericordioso. È il cuore dell'uomo che, rifiutando di far circolare la grazia si sottrae da sé al suo dinamismo. Il perdono di Dio non è un bene da trattenere: è una grazia che può vivere solo passando attraverso di noi.

Perdonare è fare spazio

Mi ritrovo molto in ciò che Etty Hillesum scrive nel suo Diario:

Forse sto vivendo ancora con troppa ingenuità e poca consapevolezza i rapporti con i miei simili, do troppo per scontato che tutti siano tanto liberi nel profondo quanto lo sono io. […]. Ma ti devi sempre chiedere cosa l'altro può rielaborare, a maggior ragione con persone di natura poco equilibrata e problematica. Non solo ascoltare dentro sé stessi, ma anche dentro gli altri. E […] non devi rendere le cose troppo difficili ai tuoi simili. E non devi essere troppo ingenua e inconsapevole nel relazionarti con loro: cerca piuttosto di entrare in sempre maggiore sintonia e di sapere cosa esattamente ognuno di loro può ricevere e rielaborare dentro di sé» (1 aprile 1942).

Che delicatezza. Perdonare significa fare spazio. Rinunciare a pretendere dall'altro ciò che oggi non è ancora capace di dare. L'amore non impone. Attende. La misericordia ha sempre il passo della pazienza.

Padre nostro

Alla fine, comprendiamo che Gesù non ci insegna a cancellare i debiti. Ci insegna ad abitare il debito della grazia. Nell'annodare le relazioni e nello sciogliere i conflitti siamo sicuri che fare giustizia significhi pareggiare i conti? Forse la nostra speranza è proprio questa: che i conti non tornino. Perché, se tutto fosse regolato dalla giustizia del calcolo, nessuno potrebbe salvarsi.

Il Vangelo non abolisce la giustizia. La porta a compimento mostrando che l'amore è sempre eccedenza. Dio non ci ama da contabile. Ci ama da Padre.

Portiamo a casa questo lieto annuncio: il Vangelo non ci chiede di pareggiare i conti. Ci chiede di far circolare la grazia. La grazia non si restituisce. Si trasmette. La coscienza del debito originario è la sorgente del perdono. E il perdono è il modo adulto di abitare il debito della generazione. «Servire la vita è servire la pace». A tutti buon inizio di anno pastorale.

I
Debito

Prima
del respiro

ero già
atteso.

 

II
Figli

Nati.

Siamo stati
ricevuti.

 

III
Grazia

La vita
mi precedeva.

Io
la chiamavo
mia.

 

IV
I conti

I conti
non tornano.

Così viviamo.

 

V
Perdono

Ho ricevuto
più vita
di quanta
potrò mai
restituire.

Ricordarsi
del dono.

Per questo perdono.

 

VI
Padre nostro

Debitori.

Prima ancora
che peccatori.

Figli.

 

VII
Vangelo

La grazia
non chiude
i conti.

Li apre.

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Sesana

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