Alberto Bellini, nostro collaboratore, ha fondato e diretto lungamente una importante e florida azienda di famiglia. In questo contributo racconta come ha cercato di mettere insieme produttività con il rispetto delle leggi e la valorizzazione dei collaboratori.
Dopo gli interventi di Pizzolato, poi mio, poi di Gori e poi ancora di Pizzolato, prendo di nuovo la parola.
L'argomento mi tocca troppo da vicino, essendo stato il perno attorno al quale hanno ruotato oltre cinquant'anni della mia vita da imprenditore. Ogni giorno, fin dal primo giorno, la questione era sempre la stessa: "Che cosa potevo fare io, giovane di 26 anni, nell'anno 1972, fondatore di una nuova azienda, per essere competitivo, per battere la concorrenza di aziende ben più strutturate della mia, molto spesso di livello internazionale, e certamente dotate di risorse finanziarie mille volte superiori alle mie?"
Il cliente, il prodotto, la qualità
Avevo capito fin da subito, o forse faceva parte strutturalmente della educazione ricevuta in famiglia, che per me, che producevo beni di consumo come i lubrificanti, la cosa più importante era la "soddisfazione" del cliente, di ogni mio cliente, per garantirmi il futuro che stavo costruendo, attraverso la sua "fidelizzazione".
Ben presto avevo capito che il "prezzo" non era la cosa più importante: il prezzo era necessario per avviare l'entratura presso un cliente, ma il prodotto insieme al servizio doveva avere una qualità percepita superiore rispetto a quella della concorrenza: perché "il prezzo si dimentica, ma la qualità resta".
Era questo, dunque, lo scoglio da superare per acquisire un nuovo cliente: offrire un prodotto garantito migliore rispetto all'obbiettivo per cui sarebbe stato acquistato, ma con un prezzo inizialmente inferiore; questo era necessario per ottenere la sua "soddisfazione".
Il profitto, il rispetto delle leggi e delle procedure
Questo significa "gestire un'azienda", che ha il compito di produrre ricchezza, per se stessa, in primis, ma anche per tutti gli "stakeholders", comprese le istituzioni pubbliche (vedi Agenzia delle Entrate) e le comunità locali, nel rispetto delle leggi, ovviamente, ma anche di tutte quelle procedure e pratiche operative che garantiscono la conformità del prodotto innanzi tutto alle norme sulla sicurezza, sulla salute e sull'ambiente, ma anche, e non da ultimo, ai criteri di qualità che esso deve possedere per assicurare la soddisfazione del cliente.
Fin dai primi anni '90 avevo ottenuto la Certificazione di Qualità, che non era per me una serie di "scartoffie" da compilare, ma un vero e proprio sistema di organizzazione aziendale, nel quale avevo il compito di coinvolgere tutti i miei dipendenti e collaboratori, non attraverso la "subordinazione", ma la persuasione e la compartecipazione.
Dovevo portare tutti a partecipare alla stesura delle nuove norme, soprattutto promuovendo, stimolando, valorizzando ed accogliendo le loro proposte. Questa è la base per rendere l'azienda creativa ed innovativa e quindi "competitiva".
Dovevo fare in modo che le nuove regole non fossero viste come imposizioni dall'esterno, un peso da sopportare, ma che entrassero nel modus operandi quotidiano, che venissero assimilate e condivise. Non ci sono scorciatoie: qualsiasi azienda deve operare secondo questi criteri, se vuole avere un futuro in un mondo che è in continua evoluzione.
I prezzi bassi non bastano. Meno che meno le tangenti
Deve entrare inoltre nella mentalità dell'imprenditore l'idea che é necessaria la formazione continua non solo di tutto il suo personale, ma anche di lui stesso: deve imparare ad adeguarsi alle sempre nuove evoluzioni del mercato, che egli deve saper prevedere ed alle quali provvedere anticipatamente.
Questo vuol dire essere competitivi: pensare di esserlo riducendo i prezzi e quindi i costi ed i salari è una "guerra dei poveri", destinata a non generare risorse per il futuro. Lo avevo capito fin dai primi anni: come potevo investire il mio futuro in una azienda che doveva ricorrere ad espedienti e sotterfugi per stare in piedi, come le tangenti, l'elusione o l'evasione fiscale o i sotterfugi di qualsiasi specie?
In definitiva, le regole non devono mai essere né essere viste come freno allo sviluppo, ma come strumento di cambiamento e di adeguamento ad un mercato in frenetica evoluzione.
In attesa che l’Europa si unifichi. E si semplifichi
Sopravviverà chi saprà adeguarsi al cambiamento: è la regola della evoluzione. Certamente, le regole europee sono molto spesso difficili da accettare e da comprendere nella loro complessità, ma questa deriva da una situazione ormai divenuta assurda: la volontà di tenere insieme 29 Paesi con norme e leggi incoerenti tra loro. Da questo nasce tutto l'armamentario del sistema Europa, così complicato da non stare più in piedi. L'evoluzione richiede semplificazione, per cui non è più procrastinabile, per chi ci sta, una Federazione Europea con un unico ministro rispettivamente per la Politica Estera, per l'Economia, per la Difesa, per l'Ambiente, per il Lavoro per la Sicurezza. Rimangano di competenza degli Stati nazionali: i trasporti, la scuola, la sanità e tutti gli altri ambiti ora di fatto regionali.
Senza questa impellente evoluzione l'Europa a breve cesserà di esistere, crollando su se stessa, come una casa senza fondamenta.
Leggi anche:
Bellini