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Capire uno scisma/1

L’invenzione dei lefebvriani

rito di consacrazione tradizionale

La “messa di sempre” non è di sempre, anzi non è, nel senso che non è mai esistita. Sono i lefebvriani che hanno trasformato una delle forme storiche della liturgia nell’unica forma necessaria. Il punto di vista di Manuel Belli è soprattutto ecclesiale e teologico. La Chiesa non era compatta prima del Vaticano II. Non si è spappolata dopo. La tradizione non è quella dei tradizionalisti. Si può confrontare utilmente questo articolo con quello di Giovanni Cominelli.

 

 

 

E se i lefebvriani fossero un’invenzione moderna?

Da diversi giorni tutti, anche i cattolici più tiepidi, sanno dell’esistenza della Fraternità san Pio X e di ciò che è accaduto. “Scisma”, “scomunica”: sono parole che si usano con abbondanza da un po’ di tempo a questa parte.

Secondo la vulgata, la Chiesa alle soglie del Concilio Vaticano II si sarebbe presentata tutto sommato compatta, con una teologia uniforme, una liturgia uniforme, una visione sociale uniforme. La Chiesa poi avrebbe cambiato direzione improvvisamente con il Concilio per “modernizzarsi”, i lefebvriani non avrebbero accettato questa sterzata e si sarebbero attenuti alla “tradizione” senza modernizzazioni.

Il problema è che questa narrativa è totalmente falsa e fuorviante: l’unica chiesa “tradizionale” è la Chiesa Cattolica che ha vissuto il Concilio Vaticano II. La “tradizione” come la pensano oggi i lefebvriani e altri sedicenti “tradizionalisti” è un’invenzione recentissima, assolutamente moderna e che non ha ragion d’essere. Proviamo a vedere i motivi.

Non è mai esistita la “messa di sempre”

Verosimilmente Gesù parlava aramaico. Ma uno dei testi liturgici più antichi che possediamo è la Didachè, scritta in Greco. Tuttavia sembra riflettere un ambiente siriaco, forse si tratta di una traduzione: la comunità a cui era destinata parlava e pregava in siriaco. Certamente si è sviluppata una tradizione siriaca: la celebre anafora di Addai e Mari è del III secolo, ma riprende materiale molto più antico.

A Roma nello stesso periodo si sviluppa una tradizione latina: la Traditio Apostolica ne è un esempio, ed è un testo di inizio III secolo.  Tra l’altro la preghiera eucaristica II (quella che più spesso usiamo a messa) è presa proprio da questo testo, a cui si ispira il Canone Romano, unica preghiera eucaristica della Messa Tridentina, paradossalmente più tardiva rispetto alla preghiera eucaristica II.

Non è mai esistita la “messa di sempre”. Sono esistite numerose tradizioni rituali, numerose varianti locali, diverse lingue liturgiche. Dopo il Concilio di Trento, Pio V ha deciso di uniformare i riti occidentali nell’unico Rito Romano. Ma non è stato un fatto pacifico: la Diocesi di Como ad esempio aveva un rito proprio, il rito patriarchino, e solo l’intervento di Clemente VIII (morto nel 1605) ha imposto di interrompere l’uso del loro rito per imporre il rito romano unificato.

Attenzione, si capiscono le ragioni di Pio V: dal punto di vista pastorale la Chiesa che è uscita dal Concilio di Trento ha ritenuto opportuno un rito della messa con una forte esigenza apologetica. Facciamo un esempio: il messale di Pio V non aveva la comunione dei fedeli come rito della Messa. Questo evidentemente come contestazione dell’idea della liturgia protestante. Ma i grandi sacramentari prima dell’epoca scolastica avevano i riti di comunione. Pio V decide di uniformare il rito Romano relegando i riti di comunione dei fedeli come qualcosa di estrinseco all’Ordo Missae. Ma la messa di Pio V non è la “messa di sempre”. Si tratta di una forma rituale, con delle esigenze particolari, in una lingua particolare.

Nasce il “movimento liturgico"

Alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX secolo nasce il Movimento Liturgico. Si torna a studiare le preghiere e i riti che la selezione di Pio V aveva escluso, si prende coscienze del venir meno delle esigenze apologetiche che hanno portato al rito di Pio V, si studiano le numerose fonti liturgiche della Chiesa. Si fa dunque quello che la tradizione della Chiesa ha sempre fatto prendendo coscienza delle esigenze mutate: si fa una riforma liturgica. Si pensa ad un rito che non selezioni, ma permetta un ampio uso delle fonti bibliche e liturgiche. Non si impedisce certo l’uso del latino, ma la Chiesa prende atto che non c’è mai stata un’unica lingua di preghiera nella propria tradizione. Questa è la vera tradizione della Chiesa.

Sostenere che la tradizione era ciò che esisteva il 10 ottobre del 1962 (giorno prima dell’apertura del Concilio Vaticano II), e che tutto quello che c’era prima o tutto quello che c’è dopo non è tradizione… è un’invenzione del 10 ottobre del 1962, nulla di più moderno. Dunque a oggi esiste un solo rito romano che è nella storia della tradizione viva della Chiesa, quello del Messale di Paolo VI e delle successive revisioni. I cosiddetti “tradizionalisti” non hanno nulla di tradizionale: hanno solo canonizzato un modello. Ma tagliare le radici della tradizione e impedire nuovi frutti significa semplicemente ucciderla, non salvaguardarla.

Non è mai esistita la teologia perenne

Un aneddoto (forse non vero, ma già il fatto che si potesse raccontare è significativo) dice che Tommaso d’Aquino e Bonaventura da Bagnoregio avessero stabilito di non discutere mai di teologia, perché sapevano che non sarebbero stati d’accordo su moltissimi punti. Tra gli studenti di teologia c’è un aneddoto: se Tommaso dice una cosa, certamente Duns Scoto dice il contrario, e Suarez dice che in un certo senso hanno ragione entrambi. La teologia scolastica e la teologia medievale sono ricchissime di sfumature. Oggi stiamo tornando a scoprire la pluralità, la finezza, l’amore per la disputa della teologia medievale.

Secondo Bernard Welte (uno dei grandi teologi e filosofi della religione del ‘900) con il 1600 nasce una «teologia del “tuttavia”, della ortodossia polemicamente esasperata e conservata non senza nervosità. Essa ha una struttura molto diversa e molto meno splendente di quella teologia della genialità libera, che abbiamo visto prima» (B. Welte, Sulla traccia dell’Eterno). Anche in questo caso, le ragioni si comprendono: l’Europa entra nella modernità, attraversa la crisi luterana, l’illuminismo, la Rivoluzione Francese, la nascita delle ideologie atee. Welte commenta: «Questa teologia è degna di rispetto per il fatto che, […], su una base angusta e in un tessuto spirituale molto ostile, ha compiuto quel che era umanamente inverosimile ed ha portato in salvo il messaggio fino ad un tempo nuovo». Ma la teologia del manuale, dell’ortodossia esasperata, del sospetto per la disputa non è la teologia “di sempre”.

Il clima poliziesco del pontificato di Pio X

Qui c’è da dire che i lefebvriani cadono in una interpretazione che è stata tipico degli inizi del ‘900, con la cosiddetta “crisi modernista”. Alla fine dell’800 e all’inizio del ‘900 alcuni teologi in ambito francese riprendono una vitalità della teologia al di là della semplice ripetizione dei classici manuali. Nasce un certo clima di tensione tra ambienti più vicini a queste nuove sensibilità e ambienti più ostili. Pio X pubblica Pascendi Dominici Gregis, nel settembre del 1907 e parla di “teologi modernisti”. Ne conseguono alcuni decenni in cui ogni tentativo di dialogo interdisciplinare o filosofico in teologia era visto come pericoloso. Il clima era veramente poliziesco, nel vero senso della parola. Umberto Benigni (che poi si avvicinerà agli ambienti cattolici simpatizzanti per il fascismo) fonderà il Sodalitium Pianum, una sorta di “polizia segreta” allo scopo di individuare, denunciare e fare rimuovere persone che fossero anche solo sospette di “modernismo”. Raccoglievano segnalazioni, appunti, testimonianze sui professori nei seminari, per essere denunciati e allontanati. Persino papa Giovanni fu indagato dal Sodalitium. La cosa più curiosa è che alcuni teologi sospettati di “modernismo” in un certo periodo, furono fatti cardinali alcuni decenni dopo.

La crisi modernista è stata una fobia della Chiesa per alcuni decenni, e la parola “modernista” ha avuto significati così diversi da non significare quasi nulla di preciso. Probabilmente Tommaso d’Aquino sarebbe stato tacciato di modernismo nel 1910 per aver osato studiare la teologia usando degli strumenti di Aristotele, e pochi prima di lui lo avevano fatto. In effetti ai tempi il vescovo di Parigi ritenne alcune tesi di Tommaso d’Aquino censurabili. La tendenza ad evitare la disputa, a serrare le fila, a chiudersi al dialogo filosofico è una tendenza che qualche volta è comparsa nella storia della Chiesa. Ma non è per nulla un tendenza “di sempre”. La teologia non ha mai avuto paura di aggiornarsi, di dialogare, di comprendere meglio. Questo è successo nella tradizione. Vivere perennemente nella crisi modernista non ha nulla di tradizionale.

Alla destra di Dio

Roberto Rusconi ha usato questa fortunata formula per descrivere il tradizionalismo cattolico: la destra di Dio. Nella Chiesa della tradizione viva non c’è mai stata una compattezza monolitica. Chi lo sostiene, mi chiedo quale storia della Chiesa abbia mai studiato. Alle soglie del Concilio, preti, vescovi, cardinali, fedeli avevano le convinzioni più disparate circa la liturgia o la pastorale. Vale la pena leggere le pagine fresche ed ironiche di Bernard Botte: Il movimento liturgico. Testimonianze e ricordi. La chiesa dibatteva, si cercavano soluzioni, si discuteva. Ma pensiamo ai grandi protagonisti cattolici che ci hanno dato la Costituzione Italiana: erano cattolici, ma di sensibilità politiche e sociali molto diverse. Giuseppe Dossetti non era certo Giuseppe Bettiol. Così come Aldo Moro non fu certo Mario Scelba o Fernando Tambroni. Non sembra anche a voi almeno sospetto il fatto che alle ordinazioni dei quattro vescovi scismatici ci fossero solo esponenti di partiti di estrema destra?

Non si discute sulla buona fede o sulle buone intenzioni (non perché vadano presupposte, ma perché non sono verificabili). I lefebvriani non hanno nulla di “tradizionale”: la Chiesa è sempre stata più vitale, più plurale, più capace di disputa di quello che loro vorrebbero far pensare. Solo una è la chiesa tradizionale: quella che cammina nella storia con il Vangelo in mano e che ha come bussola più recente il Concilio Vaticano II. Il resto è “tradizionalismo”, una strana operazione di “taglie e cuci” per cui si è costruito un impianto dottrinale, liturgico e disciplinare tipico di qualche decennio e si tenta di spacciarlo come eterno. Si tratta di un’operazione molto rassicurante, forte dal punto di vista identitario. Si risolvono i problemi ignorandoli. Non mi stupisce che diversi giovani ne siano attratti. Ma non c’è nulla della tradizione grandiosa, viva, vivente, magnifica e articolata della Chiesa. La tradizione non è la conservazione immobile di una fotografia del passato, ma la trasmissione vivente della fede della Chiesa.

8 commenti

    1. Sì, in linea di principio. Ma con qualche precisazione pastorale. Se un parroco fatica a star dietro a tutte le esigenze – anche liturgiche – della parrocchia (i preti sono sempre di meno e sempre più oberati di lavoro) non credo sia obbligato a celebrare una messa in latino per una decina di persone che vogliono il loro latino…

      1. A condizione che accettino i documenti conciliari ed il successivo magistero, mediante atti concreti, mica solo a parole. Un atto concreto potrebbe consistere nel prendere le distanze dai gruppi tradizionalisti tipo FSSPX e dal fanatismo ideologico.

    2. No, in linea di principio. Le ragioni sono teologiche e, soprattutto, ecclesiologiche. Come dice giustamente Papa Francesco nella lettera di presentazione che accompagna il motu proprio Traditionis Custodes, “Chi volesse celebrare con devozione secondo l’antecedente forma liturgica non stenterà a trovare nel Messale Romano riformato secondo la mente del Concilio Vaticano II tutti gli elementi del Rito Romano, in particolare il canone romano, che costituisce uno degli elementi più caratterizzanti”. È la prospettiva che si sta ultimamente presentando nelle discussioni su questo tema come “uso selettivo/elettivo” del rito riformato. Eventuali deroghe possono essere eventualmente concesse sotto forma di indulto, a certe condizioni.

      1. Devo rettificare una cosa in quanto ho scritto sopra, non so come modificare il commento quindi lo faccio con una risposta.

        La domanda era: “…devono essere accolti?”

        Le persone ovviamente sì, ma quello che domandano, in linea di principio, no. Devono essere aiutati a capire che la Liturgia appartiene alla Chiesa, non alle preferenze estetiche o ai gusti (non trattandosi di un cono di gelato) di questo o di quello. La forma liturgica in cui oggi la Chiesa si riconosce dal punto di vista teologico ed ecclesiologico è quella riformata giusta la mente del Concilio Vaticano II e per ogni rito si dà una sola forma alla volta. Tutto il resto è espresso magistralmente dall’articolo.

  1. il passaggio sulla filosofia cristiana e sulla teologia cattolica medievali è profondamente vero. l’aneddoto coglie nel segno, un buon commentatore delle Sentenze di Pietro Lombardo è colui che enumera tante posizioni divergenti dalla sua, e le interpreta in un nuovo senso che non confligge più con la sua. gli studenti che si affacciano sulla Scolastica medievale ne rimangono sempre sorpresi: il problema è la neo-scolastisca neo-tomista che ha operato un tradimento intellettuale contro lo stesso Tommaso.

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