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Violenza e dissenso. Appunti sulla rivolta

L’incontro in carcere, poi la memoria di quello che è avvenuto prima: viaggi interminabili e dolorosi, “eventi critici” che permettono di raccontare e riparare. Ne parlano Maria Inglese, medico psichiatra, e Ivo Lizzola, pedagogista e nostro collaboratore

 

 

Maria Inglese. Gli “eventi critici”, il carcere

Nella Casa circondariale del carcere di Parma si trovano persone giovani, con pene non lunghe, di solito inferiori ai cinque anni. Molti hanno incontrato il reato insieme ad un altro problema drammatico, quello della tossicodipendenza. Nel lavoro svolto la nostra équipe si occupava di presa in carico di persone con problemi di tossicodipendenza e con problemi psichiatrici e la maggior parte delle persone che noi seguivamo nella media sicurezza erano, appunto, giovani uomini con problemi di dipendenze e problemi psichiatrici associati all’uso di sostanze, privi di una rete sociale, senza contatti con le proprie famiglie, senza una casa ed un lavoro. Spesso poco istruiti e, soprattutto, poveri.

Gli “eventi critici”: tentati suicidi, i gesti autolesivi, i tagli, aggressioni, proteste.

La povertà è uno dei campanelli di allarme in carcere per un’altra emergenza che occorre incontrare, leggere, non semplicemente diagnosticare ed etichettare: gli eventi critici. Povertà ed eventi critici vanno assolutamente a braccetto. Gli eventi critici sono i tentati suicidi, i gesti autolesivi, i tagli, le aggressioni, quelle tra detenuti, quelle tra detenuti e poliziotti, le proteste. La mancata telefonata alla famiglia, la mancanza di mezzi economici, non avere tabacco, possono essere gli innesti per una protesta. Ma anche l’intolleranza a condizioni di convivenza assurde, l’assenza di attività, i pochi contatti con i professionisti dentro l’istituzione.

Queste persone in carcere spesso incontrano per la prima volta un servizio di cura: per la prima volta si interrogano sul loro problema di dipendenza e per la prima volta riescono a chiedere aiuto. Sono persone che ai servizi psichiatrici territoriali o ai Serdp non arrivano, non sanno neppure dove si collocano geograficamente. I nostri servizi cominciano a lavorare su appuntamento e così avviene una selezione, quasi antropologica: i servizi rischiano di strutturarsi per tipologie di pazienti che non esistono più.

Il primo incontro in carcere

I tossicodipendenti per cui sono nati i Serdp non esistono più. Una parte dei pazienti storici in carico al Serd ha ormai 50-60 anni, sono malati e invalidi, sono il 30%. Un altro 30% dei pazienti che ‘toccano’ il Serdp, lo sfiorano per poi andarsene. Infine, un altro 30%, non arriva proprio al Serdp: sono giovani, poliassuntori, quelli che sperimentano le droghe prima di tutti gli altri e poi istruiscono il mercato su quali sono le sostanze più appetibili. La maggior parte di questi nuovi consumatori di sostanze è composta da stranieri. Li vediamo per primi in carcere, perché delinquono per procurarsi le sostanze e vengono arrestati.

Un bagaglio di traumi

Capita di incontrarli proprio in carcere e di raccogliere le loro storie. Si parte con un evento critico, arriva la segnalazione perché la persona si è tagliata, ha tentato il suicidio, ha picchiato l’agente. Ma l’evento critico è solo l’ultima pagina. Abbiamo deciso di andare a leggere cosa c’era prima. Da dove vengono? Qual è la loro storia? Com’è stato il loro incontro col nostro paese? Quali sono state le prime figure incontrate una volta arrivati sul nostro territorio? Nel loro viaggio hanno incontrato talmente tanti eventi drammatici che è quasi impossibile rispondere adeguatamente e per tempo al bisogno di cura nel senso non solo clinico e psichiatrico ma anche umanitario. Hanno perso tutto: fanno viaggi che durano anni ed incontrano i trafficanti, la violenza, le prigioni della Libia e violenze di tutti i tipi. Poi arrivano da noi con questo grandissimo bagaglio di traumi. Il carcere permette di vedere cose che non vedresti o che vedi un po’ prima rispetto ad altri, si resta in una posizione di sentinella, si esercita una veglia per intercettare quel tipo di utenza che altrimenti si rischia di non vedere.

Ivo Lizzola. Di fronte a uomini sradicati e dispersi

C’è la rivolta di rabbia che perde il sogno, che perde la memoria dei motivi iniziali, che han fatto prima sperare e poi, delusi, han fatto stare male. La profonda delusione è la mancanza di rispetto o di possibilità. Rabbia e indignazione. Resta solo rabbia di sfogo, negatrice; rancore che non mantiene più nemmeno traccia dei moventi iniziali. È “rabbia di rivalsa” che giustifica tutti gli eccessi, ed ogni violenza e irresponsabilità. È così quando la rabbia non ha trovato orientamenti di impiego per un’uscita, per una transizione come dice Martha Nussbaum.

Rabbia e pazienza

La rabbia di transizione genera tenacia e visione, desiderio e anche pazienza. La pazienza che è il lungo respiro della passione. La rabbia è certo ricordo di una passione, di un patimento, ma gli incontri, le riflessioni e le prove possono riorientarla e approfondirla verso trasformazione e desiderio. Diviene promessa a sé e ad altri di nuovi inizi, di nuove possibilità da cercare.

Provare a condividere momenti per trovare, cercare o serbare il respiro della rivolta è forse qual che possiamo fare. Abbiamo incontrato uomini, giovani uomini che sentono e vivono una rivolta che li consuma, li inaridisce. E stanno accanto ad altri che sono chiusi nell’abulia, nel non voler sentire. In un senso di colpa che li erode, che non riescono a confessare neanche a sé. Uomini sradicati e dispersi, che vivono estraneità e abbandono, che soccombono al giudizio e alla minaccia. Si rivoltano a volte scegliendo di finire un po’ prima.

Un radicamento per vivere

Ma ogni uomo, ogni donna – specie gli ultimi, “i resti” – ha bisogno di un radicamento per la vita, per le relazioni, per provare un racconto nel tempo. Ci vuole chi resti di fronte a lui o a lei, o accanto, e che guardi e sia capace di risonanza della rivolta di rabbia. Che non reagisca ma un poco la assorba. Ecco: che sappia creare uno spazio di risonanza: quasi svelandola, la rivolta,  in ciò che esprime, per riportarla a ciò che la (ha) origina(ta). È una operazione educativa delicata e forte, per la quale disegnare contesti comunicativi ed esperienziali adeguati. L’incontro è difficile, è tra lontani, tra stranieri. A volte reciprocamente “esclusi”. Ci si può arrivare solo faticosamente con movimenti di decostruzione, con un diverso sentire la presenza d’altri, con la rottura sofferta di meccanismi di rancore e giustificazione, con prove di responsabilità e di esposizione.

Maria Inglese. “Cercare di riparare"

Di fronte a questa realtà il nostro lavoro è diventato, ad un certo punto, un modo di riparare nei confronti di questi giovani uomini in rivolta. Uso l’espressione “cercare di riparare”, nel senso di reincontrare queste esistenze così segnate, così traumatizzate, così violentate oltre la diagnosi e il bisogno di cure (che pure si attiva).

Partire delle storie. La “ferita migratoria"

Abbiamo elaborato una proposta nel gruppo di lavoro: parlare a queste persone non partendo dall’evento critico ma parlare del loro sradicamento (espressione di Simone Weil). Il nostro tentativo era stato quello di cercare di intercettare i giovani uomini che incontrano quasi subito le droghe quando arrivano sulle nostre coste. Ne incontrano il mercato illecito e sono protagonisti di nuove forme di dipendenza, molto più difficili da trattare perché proprie di poliassuntori di droghe e psicofarmaci insieme.

Queste situazioni si incontrano in carcere per l’urgenza degli eventi critici, ma avevamo deciso di non partire dall’autolesionismo, dall’evento critico, ma dalla loro storia. Abbiamo creato un laboratorio e abbiamo deciso di parlare delle loro storie migratorie. Abbiamo intitolato il laboratorio “La ferita migratoria”, composto solo da persone straniere. Molti dicevano “non verrà nessuno”, “questi dormono e basta”, “questi non vogliono partecipare a nessun gruppo”. Sono stati difficili da motivare, anche perché c’è un turnover molto elevato, però siamo riusciti ad avere un piccolo gruppo abbastanza costante.

Il fortunato che finisce in carcere

Abbiamo deciso di raccontare il viaggio, partendo prima dalle storie del loro paese, da narrazioni, favole, leggende, dai grandi viaggiatori e dalle loro ragioni. Poi, da lì, piano piano siano arrivati a raccogliere la loro storia, scoprendo che molti di questi giovani vengono individuati dalla famiglia: sono loro che devono andare, avere successo e tornare.

Quando arrivano da noi hanno un senso di colpa enorme rispetto a quelli che hanno lasciato a casa, e quando finiscono in carcere, non lo fanno sapere a nessuno. Hanno il problema di dover recuperare il tempo che passano in prigione: “devo tornare con almeno un po' di soldi dalla mia famiglia”. C’è quindi il vissuto di essere il prescelto, il fortunato che poi finisce in carcere e fallisce e che deve tornare a mani vuote. Il laboratorio era condotto da un regista teatrale, noi sanitari partecipavamo solo nella fase iniziale di accoglienza, poi lavorano con regista e attrice sui testi, la rappresentazione. Anche gli agenti che avevano poca fiducia rispetto a questa esperienza cominciavano a pensare che fosse utile.

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