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Il sinodo. Un nuovo documento. Una Chiesa da (ri)costruire

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A fine Maggio 2026 la Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato il documento “Radicati e costruiti in Cristo”, Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia.

Chiediamo a Don Giuliano Zanchi, che è stato membro della Presidenza del Comitato Nazionale del Cammino sinodale delle Chiese in Italia qualche considerazione su questo testo che segna l'avvio formale e sostanziale della fase attuativa del percorso.

 

 

Lo stile e il taglio del documento danno l’impressione che non sia rivolto a tutto il popolo dei fedeli. Chi sono i primi destinatari del documento e quale è il motivo di una tale scelta?

A dire la verità, l’idea che esista un «popolo dei fedeli» che si sente destinatario di qualche documento ufficiale della Chiesa mi sembra piuttosto romantica, ai limiti del mitologico. Il «popolo dei fedeli», che oggi assomiglia in prevalenza alle «folle» di cui parla il vangelo, per fortuna ha altro da pensare. Magari si aspettano solo degli ambienti di Chiesa che siano ospitali e consolanti. Poi qualcuno tra di loro ha maturato una passione e una disponibilità a prendersi cura della Chiesa in modo più personale e diretto. Questi forse prendono in considerazione quei documenti con delle attenzioni più reali, ma sanno benissimo che il loro carattere non è quello della comunicazione familiare rivolta a tutti. Si tratta pur sempre di testi di apparato, che per loro natura non hanno un linguaggio entusiasmante, sono scritti in un genere letterario sorvegliato, e funzionale ai processi che devono autorizzare. In questo caso, il documento è concepito per i vescovi e per le equipe diocesane che (e se) si metteranno al lavoro per l’attuazione degli orientamenti sviluppati nel Sinodo.

Lungo tutto il testo ci sono continui e ampi richiami al Documento di sintesi del cammino sinodale "Lievito di pace e di speranza” dell’ottobre scorso, che è molto più ampio, dettagliato e che avanza anche diverse proposte specifiche. Quello attuale sembra più che altro una chiosa del precedente. Richiama criteri di fondo ma è sostanzialmente elusivo riguardo a quello che dovrebbe essere il suo scopo principale ovvero definire delle linee di attuazione. Secondo lei quali sono le motivazioni di una tale scelta?

È indubbiamente un documento che si limita a sintetizzare i grandi capitoli delle questioni trattate, e su cui si è convenuto di dover lavorare, senza preoccuparsi troppo di indicare tempi e modi del lavoro. Indubbiamente è una mancanza che da qualche parte dovrà essere colmata, anche solo per chiarire da quali temi si vuole partire, e a quali livelli le questioni vengono assegnate, perché qualcosa sarà materia per le chiese locali, cioè le diocesi, qualcosa sarà per forza di cosa assegnato alla competenza più ampia degli uffici CEI.

Nel documento questi indici operativi ancora non compaiono. Si può anche pensare un modo per non imprimere già troppi vincoli a un lavoro che viene affidato in gran parte all’iniziativa delle diocesi. Certo, mantenere ancora tutto nel vago può avere l’effetto di scoraggiare e rimandare l’azione. Ogni vescovo tuttavia, quindi ogni Chiesa locale ha in questo documento l’autorizzazione a procedere, e nel documento di sintesi (Lievito di pace e di speranza) l’insieme degli orientamenti condivisi. Chi vuole lavorare mi sembra che possa già farlo. Questo documento mette in ordine i capitoli essenziali del lavoro.

Più che vaghezza, vedo qualche momento di astuzia. Come, per esempio, l’espressione molto curiosa «corresponsabilità differenziata», che è un po' come le «convergenze parallele» della prima repubblica. Al di là delle intenzioni, mi sembra un’espressione infelice, perché neutralizza con l’aggettivo il senso del richiamo sinodale che era stato posto sul sostantivo. Si capisce che vuole scongiurare un’idea di una corresponsabilità rivendicata come un superficiale egualitarismo da «uno vale uno», però il suo effetto suona male. Dire semplicemente «corresponsabilità» sarebbe stato sufficiente, che per tutti è chiaro.

Tra i tanti argomenti sviluppati nel corso del cammino sinodale la CEI ha selezionato alcune priorità che “dovranno illuminare la vita ecclesiale negli anni a venire”. Ricordo i titoli dei paragrafi: Riportare al centro il dono della fede, Puntare sulla vita comunitaria, Dare impulso alla corresponsabilità differenziata, Verificare l’adeguatezza delle strutture. Tematiche talmente ampie che senza una precisa declinazione che, come dicevo, non c’è stata, non si sa da che parte girarsi per prenderle in mano. Con quali modalità e con quali strumenti si può ora, ovviamente con modalità sinodale, iniziare a lavorarci?

Questo documento non poteva e non doveva riprodurre l’articolazione, in certi punti fin troppo dettagliata, del documento di sintesi. Per forza di cose si concentra per così dire sui «titoli». Partire a testa bassa dalle singole proposte (124) del documento di sintesi, come se fossero opere di manutenzione da affrontare una per una, a mio modo di vedere non solo è scoraggiante, ma anche rischioso, perché ci si accanisce sui dettagli e si perdono di vista le questioni d’insieme, e la loro portata, che secondo me è la cosa più importante da mantenere sotto gli occhi. Resto convinto che una vera attuazione del sinodo dovrebbe vedere il protagonismo delle diocesi, non ancora una volta l’attesa di indicazioni dall’alto.

Chiaramente molte questioni andranno poste a livello nazionale ma molte altre sono perfettamente alla portata di un lavoro compiuto nelle nostre Chiese diocesane. Oltretutto il vero lavoro non è affrontare i temi uno alla volta, come se fossero guasti localizzati in questo o quel punto, quanto piuttosto affrontarli nel loro intreccio reciproco, e nella loro coerenza d’insieme. In questo senso la vera incognita mi sembra un’altra.  Attuare il sinodo dal punto di vista dell’insieme dei suoi elementi significa avere la capacità di cogliere la portata delle grandi questioni emerse, e avere su di esse un comune orizzonte di interpretazione. Cioè avere una visione di Chiesa che si condivide realmente, e un’immaginazione corrispondente verso la quale si vuole andare insieme. Magari mi sbaglio, ma ho l’impressione che questo orizzonte comune non ci sia, che immaginiamo Chiese diverse e diversamente la Chiesa. Anche all’interno di una singola Chiesa diocesana. L’attuazione del sinodo potrebbe servire prima di tutto a rimetterci in sintonia sull’idea della Chiesa che dovrebbe accomunarci, ovviamente rimeditando sul Concilio.

C’è una questione tra quelle sviluppate nel Documento di sintesi "Lievito di pace e di speranza" che non è stata presa in considerazione e che secondo lei presenta carattere di urgenza e che occorra quindi reinserirla in agenda?

In realtà devo dire il contrario, che una questione per me fondamentale e centrale non adeguatamente messa in risalto nel documento di sintesi è stata ben esplicitata qui, ed è la questione dell’irrilevanza sociale e culturale del cristianesimo. Il «discorso» cristiano non appare più né significativo né autorevole nel mondo che abitiamo, e per le generazioni che vi si affacciano. Abitiamo un cattolicesimo che sembra quasi sempre fuori dal mondo, che parla un gergo interno spesso poco significativo anche per noi, che fa molta morale ma offre poca sapienza per aiutare l’esistenza delle persone. Abbiamo parole invecchiate male e gesti che non lasciano il segno.

L’insignificanza culturale del cristianesimo è il dato da cui osservare l’insieme, e non è risolvibile scambiando questa estraneità per testimonianza profetica. L’estraneità ci immerge nell’indifferenza, la profezia vera fa la differenza. Non è la stessa cosa. Per me questo è il primo tema in agenda e non è una questione che si affronta con qualche conferenza in più o mettendo le prediche su YouTube.

Il cammino sinodale delle Chiese in Italia ha avuto ufficialmente avvio nel maggio 2021; il documento di sintesi finale è del giugno scorso. Cinque anni in cui si è non solo parlato di sinodo ma si è avviata una conversione in senso sinodale della Chiesa italiana. Facendo una fotografia di allora e di oggi cosa emerge?

Emerge la stanchezza di sentirsi sempre in stallo; per molti la nostalgia dei momenti di sinodalità in cui si è avuta l’impressione di essere una Chiesa in cui si parla e in cui ci si parla; emerge il pessimismo circa reali ricadute di questo sforzo; e anche se devo essere sincero la placida serenità di chi va a cercare altrove ciò che non trova nella Chiesa, che sono molti di più, infinitamente di più, di quelli che dentro la Chiesa si ritagliano il loro angolino old fashion. Non ci sono solo gli effetti della secolarizzazione, c’è anche una emorragia di credenti che non riescono più a essere tali nella Chiesa così come è.

Questi anni sinodali sono stati in fondo una gran cosa, anche se bisogna dire, senza offesa, che sono stati mediamente sopportati dai preti, e molto più vissuti dai laici. Moltissimi laici, uomini e donne, hanno creduto a questa chiamata. E ancora sono stati tanti. Penso che senza qualche vero scatto, realmente conseguente a quella «promessa» che è stata il sentirsi chiamati al sinodo, la delusione sarà tale che il prossimo sinodo ci metterà di fronte a un deserto ecclesiale. Dico noi ecclesiastici: i laici non ci crederanno più. La pratica della sinodalità può rimanere una retorica della conversazione, come al tè  delle cinque.

Leone XIV sta facendo il suo, mi pare, intanto per non sconfessare questo cammino già compiuto, inoltre anche per farlo diventare il criterio del suo «governo» in quanto vescovo di Roma. Per Leone la sinodalità, così mi pare di vedere, è anzitutto il coinvolgimento del collegio dei cardinali, che a loro modo sono espressione della molteplicità del cattolicesimo, e del primato non monarchico del vescovo di Roma. I concistori frequenti sono una scelta del Papa, ma anche un frutto del sinodo universale.

Personalmente sento che ci troviamo in un clima molto simile a quello dei primi del Cinquecento, cioè in un deep impact che mette sempre alla prova il cristianesimo. Viviamo una transizione planetaria e antropologica così radicale e così profonda che le molte anime del cattolicesimo vanno in fibrillazione e vengono messe alla prova, come un’onda che sbatte sugli scogli. Anche nella piccola parrocchietta. Nel Cinquecento il cristianesimo di fronte alla modernità si è spaccato. Vediamo cosa succederà a noi. Il compito a breve termine è rimanere uniti. Quanto al futuro penso che non saremo più gli stessi, la Chiesa avrà un altro volto, anche se noi non lo vedremo. Il nostro compito perciò è molto importante perché sostanzialmente riguarda, senza che sappiamo in che modo, chi verrà dopo di noi.

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