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Alla radice dei grandi conflitti di oggi

pianeta imperi zone di influenza

 

Siamo come i visitatori di un museo che possono guardare un quadro solo da vicino. Anche il quadro nei nostri tempi lo vediamo quasi sempre solo da vicino. Qualche volta, qualcuno ci aiuta ad allungare lo sguardo. Esercizio raro, dunque, e prezioso. E’ quello che fanno Massimo Cacciari e Roberto Esposito in un libro di recente pubblicazione.

 

 

È possibile individuare e definire filosoficamente cosa ci sia al fondo della crisi politica del nostro tempo? È legittimo pretendere che ne siano consapevoli i reggitori delle sorti delle nostre comunità, ma anche i cittadini, presunti dalla nostra Costituzione soggetti responsabili dell’attuazione della res publica democratica? È realistico ambire a liberare il nostro sguardo dagli orizzonti definiti dalle logiche delle necessità pratiche e dai vincoli sistemici cui siamo incatenati per riconoscere le grammatiche di lunga durata dell’ agire nostro ed altrui, la metafisica concreta che li fonda?

 Spunti di riflessione su queste domande così radicali e tormentose ci vengono offerti da un libretto, pubblicato quest’anno, che raccoglie due saggi di due importanti filosofi italiani: Massimo Cacciari (1944) e Roberto Esposito (1950). Si intitola Kaos (il Mulino, pp.136, € 16).

Il Kaos degli spazi che oltrepassano i confini

Kaos

L’assunto generale da cui muovono i due autori è che il disordine del nostro tempo riveli il vuoto originario (Kaos appunto, nell’accezione in cui Aristotele assume il Principio generativo evocato da Esiodo nella Teogonia) che costituisce il grembo permanente da cui originano le affermazioni e le trasformazioni degli ordinamenti.

In questo spazio fondativo della possibilità di esistenza delle cose va in scena la crisi attuale: essa si presenta con i tratti del conflitto tra spazi sovrani ed imperiali, che non possono non eccedere il loro confini, pena la loro estinzione, e la Tecnica, la cui affermazione trascende i territori fisici e le autorità statuali, ma che è priva di autonomia dal Politico perché a sua volta incapace di controllare i conflitti che necessariamente innesca: la Tecnica, infatti, «sfonda nomoi [gli spazi territoriali e i loro ordinamenti] ma non li fonda». Se è dunque negata ogni illusoria marginalizzazione del Politico da parte della Tecnica, ad esso non è consentito uscire dall’aporia su cui poggia la nascita dello Stato moderno in Occidente: il crollo della stabilità ontologica del Potere ha prodotto la sua inesorabile proiezione/affermazione nel Tempo storico (e dunque relativo); e quindi la necessità di lottare per estendersi ai danni degli antagonisti esterni, ma anche la condanna a «governare il proprio radicamento spaziale»

I bisogni, le difficoltà dei poteri, la fame degli imperi

Queste apparenti fumisterie  teoretiche diventano immediatamente comprensibili nel momento in cui pensiamo al rompicapo politico rappresentato oggi dal conflitto di interesse prodotto, da un lato,  dalla necessità per gli organismi statuali della globalizzazione economico-produttiva, nel segno del famelico approvviggionamento /consumo delle materie prime, dell’espansione sine fine degli sviluppi tecnologici, dei mercati, dei flussi umani e  informativi, ma anche dell’affermazione individuale rispetto a vincoli e confini di ogni sorta;  dall’altro,  dall’esplosione dei bisogni identitario-securitari delle comunità, che mettono alla prova la capacità delle  istituzioni sovrane di contenere la vitalità anarchica degli individui e delle forze in movimento  (in tutte le direzioni e con ogni tipo di finalità).

Un simile coacervo di aspirazioni e bisogni invoca e nel contempo compromette la costituzione e l’esercizio di poteri universali, capaci di arginare le contese statuali e l’aggressività animale degli imperi che ambiscono a farsi, da rappresentanze singolari, globo. Queste terribili tensioni che si vanno accumulando lasciano intravvedere l’esito possibile di una guerra-mondo, generativa di un ennesimo ordine o altrimenti causa dell’estinzione finale dell’uomo.

Il locale-universale da noi, il centro del palazzo a Pechino

Cacciari nel suo saggio (La forma del globo) spiega che la tendenza fondamentale della sovranità in Occidente è quella di contenere al proprio interno una tensione inesausta tra locale e universale, che definisce cattolica; diversa invece la forma della sovranità cinese, che «ruota intorno all’Asse che non vacilla, che passa al centro del palazzo di Pechino. Centrato su se stesso non ha bisogno di confrontarsi con l’altro».

Muovendo da questa pulsione originaria, riconducibile evidentemente alla vicenda del logos-verbum, condannato a definire il suo spazio nella relazione-conflitto, il filosofo descrive il destino di questa struttura fondativa, problematizzando le famigerate categorie geopolitiche di Carl Schmitt (1888-1985) alla luce della sapienza mitologica greca.

Uno “stato di eccezione permanente"

Superata storicamente la possibilità di risolvere il conflitto tra potenze nel dominio della circolarità terracquea, la lotta si apre alla conquista dell’Aria e delle energie che la percorrono. Questa nuova fase implica una smaterializzazione delle forme di vita, una loro risoluzione  in pura attività; ma un simile compimento contraddice la prima radice, terrena e corporea, di ogni potere politico. Se il destino del mondo, fecondato dal tarlo occidentale, è l’affermazione dell’Uno-solo, tale destino è stato finora tragicamente contraddetto dalla relazione perennemente conflittuale tra potenze, altra faccia dello stesso pungolo. Il mondo ha bisogno di un nuovo ordine, di un rinnovato equilibrio, ma la smaterializzazione degli ambiti di dominio nega forza agli ordini giuridici e non fa dell’economico e del tecnico un collante valoriale adeguato. Il conflitto tra gli imperi, esaurite le affermazioni valoriali utili a giustificare l’ambizione egemonica, sembra aver perso ogni logica di relazione e poter esprimere solo una pura forza animale. Uno stato di eccezione permanente, questo è dunque lo scenario, aperto ad esiti imprevedibili.

   Le riflessioni condotte da Cacciari credo portino a questa significativa conclusione: la crisi globale che ci attanaglia è pensabile  dentro categorie ancora una volta classico-cristiane: queste definiscono insieme la forma delle dinamiche storiche e la ragione del loro esito potenzialmente catastrofico.

  Rimando ad un successivo intervento l’esposizione della riflessione di Esposito.

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