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La ricetta Gori

operai

 

Qualche giorno fa su “Domani” (26 giugno)  Giorgio Gori ha firmato un  lungo articolo sulla difficoltà che incontra la Sinistra europea e italiana a riconquistare le simpatie della classe imprenditoriale. La Sinistra, secondo Gori, parla troppo di ambiente, di redistribuzione, di regolazione del mondo del lavoro e poco di competitività.

 

 

I valori sociali sono diventati ostacoli e la Sinistra li dovrebbe tacere

Secondo Gori dalla competitività discendono tutti quei valori, come sue conseguenza. Solo che – constatiamo noi – se qualcuno non li porta in prima scena, poco in realtà ne discende e l’economia diventa attività chiusa nella produzione. E chi deve portarli se non  la sensibilità dell’imprenditore sano, che talora non manca, o la politica?

Visto che l’autore si firma “europarlamentare PD” e si definisce “socialista”, ci veniva una speranza che egli assumesse quei valori come orientativi dell’economia e non come elementi d’una politica a due fasi separate: produttività liberista da garantire e distribuzione (residuale) da sperare. Invece Gori sa sì elencare i  valori sociali ma per segnalarli come ostacoli, non come doveri politici, che la Sinistra deve tacere se vuol recuperare i consensi che la Destra della Meloni sa attirare.

Gori nota infatti che su questa base liberista il mondo produttivo perdona alla Meloni tante colpe e vede in lei un punto di riferimento, pur senza che abbia fatto nulla per la crescita, pur senza essersi opposta ai dazi di Trump, pur senza avere gestito operazioni di politica industriale serie. Ma ha avuto il merito di avere un governo stabile (grazie alla incapacità strategica di Letta), di tenere in ordine i conti pubblici (grazie agli ordini di Bruxelles), di promettere un atteggiamento “meno ostile” del fisco (tolleranza dell’evasione, secondo l’eredità berlusconiana) e di ostacolare la regolamentazione (indebolimento dei controlli di legalità). Questo sarebbe il “realismo” a cui dovrebbe improntarsi anche la Sinistra, che, se non lo fa, purtroppo, coltiva “sogni” (una volta si chiamavano: ideali). E al fondo starebbe una diffidenza della Sinistra nei confronti dell’iniziativa privata e della ricchezza. E non  ci sarà di mezzo ancora il comunismo? Di  cui è erede, per altro, il partito nelle cui liste Gori stesso è stato eletto.

Una ricetta che dimentica la sensibilità socialista. E la dottrina sociale della Chiesa

Insomma, Gori invita la Sinistra non a promuovere valori suoi caratterizzanti (la destinazione sociale della ricchezza, la valorizzazione del lavoro e della  sana impresa di contro alla rendita finanziaria ed parassitaria, la tutela della persona di contro all’individuo, la socializzazione di contro al liberismo…), ma a sposare i valori della Destra… se vuole conquistare l’elettorato e l’imprenditorialità della Destra.

È una ricetta omeopatica, che finora ha prodotto solo assuefazione al male e non guarigione. E che sicuramente non denota né sensibilità socialista (quella ideologica nobile, non quella affarista di Blair, di Craxi e dei suoi epigoni) né conoscenza della dottrina sociale della Chiesa a cui un tempo, in area bergamasca, Gori pur sembrava gettare qualche occhiata. Ma forse, anche allora, era per vincere.

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