Dall’intervista al Cardinale Pizzaballa (Corriere della sera del 22 maggio ’26 - in merito ai latti della “Global Sumud flotilla”)
“…quando parliamo di “cultura del disprezzo” non ci riferiamo solo a espressioni estreme o a gesti clamorosi…il disprezzo, spesso silenzioso, si insinua nel linguaggio quotidiano, nelle semplificazioni, nella riduzione dell’altro a caricatura o secondo stereotipi. Nasce quando si smette di vedere nell’altro una persona concreta, con un volto e una storia, e lo si trasforma in un simbolo, in nemico indistinto…è una forma di impoverimento umano e spirituale prima ancora che politico.”

L’arte anticipa il futuro e ammonisce

La “cultura del disprezzo” demolisce: Mario Mafai la rappresenta con largo anticipo nella sua arte.
Già negli anni Trenta intuisce larvatamente che qualche cosa di importante viene sostituendosi con violenza - neanche celata - nel linguaggio, nel comune sentire, nei pareri condivisi; nelle forme della città prima, nelle menti poi.
Arte di opposizione non violenta
La pittura di Mario Mafai - vissuto a Roma dal 1902 al ’65 - è un sommesso atto di opposizione; rompe gli schemi tradizionali e, opponendosi al classicismo retorico e monumentale del dominante movimento artistico che verrà definito “Novecento”, propone la visione dell’uomo e dalla vita opposta alla cultura fascista: la sua pittura sarà espressione intima, lirica e tormentata di dignità e memoria storica.
In pieno clima imperiale - fascista si impegna nel tema sottilmente eversivo delle “demolizioni”; ritrae i paesaggi urbani di Roma sventrata dai picconi del regime; la retorica cancella la memoria, il falso sostituisce il vero.
Mafai dipinge le macerie e trasforma la superbia dei cantieri del potere in simbolo di smarrimento esistenziale.

“Fantasie”
Appena poco dopo intuisce che le demolizioni della Città stanno diventando demolizione dell’umano, cogli i sintomi premonitori della cultura del disprezzo e li dipinge.
Mafai dipinge tra il 1939 e il ’44 una serie di tavolette che raccontano orrore, violenza, distruzione dell’uomo sull’uomo: sarà la parabola crescente del disprezzo.
“…soltanto una necessità per me stesso…”
Mafai inizia a dipingere quello che chiamerà “fantasie” dopo essersi trasferito a Genova per proteggere la moglie ebrea e le figlie, con ascendenza giudea, da sempre più probabili vessazioni fasciste.
L’istanza a dipingere non scaturisce dallo sdegno per le leggi raziali - a luglio 1938 la pubblicazione del “Manifesto della razza”, a settembre l’espulsione di docenti e alunni ebrei dalle scuole pubbliche, a novembre Vittorio Emanuele III firma il regio decreto n° 1728 - o dalla volontà di raccontare, o per denuncia sociale e politica, ma, come lo stesso Mafai dichiarerà: “Quello che ho dipinto è soltanto una necessità per me stesso…”. Come dire poco più di fantasia; qualche cosa di intuito, percepito; un timore che solo le immagini possono esprimere.

“L’arte è un fatto etico prima che estetico”
Nell’arco di un quinquennio dipinge piccole scene di tortura, interrogatorio, violenza, marce, guerra; le figure - vinti e vincitori, vittime e carnefici trasformati dalle aberrazioni del disprezzo in figure grottesche - sono sommariamente definite, rese con gamme cromatiche scure e stridenti: marroni e neri per i carnefici, rosa appassito per gli offesi. Non si vedono bandiere, simboli, svastiche o distintivi di sorta; è troppo presto: gli orrori non sono ancora “identificabili”.
Sembrava solo un vago sentire “… linguaggi…semplificazioni… caricature… stereotipi…”; forse solo incubi, ma non sarà così.

I piccoli dipinti realizzati in tempi foschi, custoditi gelosamente dall’artista come un diario, saranno pubblicati solo dopo la Liberazione diventando lucido e doloroso atto di accusa e resistenza intellettuale alla distruzione della dignità umana.
Per Mario Mafai: “L’arte è un fatto etico prima che estetico”; l’ammonimento: “partecipare alla storia”.