“La Grange” è la casa dell’artista, da lui modellata, abitata, abbellita. E piena delle sue opere
Durante il periodo di “peregrinazione” nell’Isère alla ricerca di una chiesa da rinnovare, Jean Marie e Jacqueline si imbatterono, lungo una stradina sterrata in mezzo agli alberi, in una vecchia cascina semi abbandonata, con accanto un fienile. Le costruzioni erano in cattive condizioni ma i due sposi ci videro delle opportunità. Si informarono, parlarono con i vecchi proprietari e infine trovarono un accordo e divennero proprietari di quella che in zona era conosciuta come “la grange” – il fienile - del terreno e del bosco attorno.
Subito l’artista si mise all’opera per progettare quella che sarebbe stata la loro casa per il resto della vita: nella struttura rustica venne creato un grande spazio aperto (salone, sala da pranzo, una saletta e la cucina); le grandi vetrate resero i locali straordinariamente luminosi e la mancanza voluta di tende regalava l’impressione di essere immersi nella natura anche mentre si era in casa.
La ripida, stretta scaletta originaria rimase, a collegare il piano superiore, le camere da letto e l’atelier del pittore, che era la sua vita… Un altro spazio nel sottotetto era servito a creare un locale per accogliere gli ospiti.
Solo negli ultimi anni l’insistenza di Jacqueline (che sosteneva di averne bisogno per se stessa, per non ferire il suo uomo) permise la creazione di un ascensore per evitare a Jean Marie di doversi arrampicare lungo la scaletta per raggiungere sia l’atelier che la camera da letto.

Accoglienza e sorrisi
Arrivare alla Grange era sempre un’emozione, perché Jacqueline amava accogliere gli ospiti andando loro incontro con un magnifico sorriso, per poi accompagnarli di sopra, nell’atelier dove Arcabas li attendeva. Solo dopo qualche visita si permetteva, dopo i saluti sempre calorosi, di dire semplicemente: “salite, vi aspetta” come si fa con le persone che sono di casa.
Non potrò mai dimenticare la prima volta che ebbi la fortuna di accompagnare don Emilio alla Grange, per parlare con Arcabas del libro che stavo scrivendo sulle sue opere.
Perché, dopo il saluto di Jacqueline, imboccando la scala per salire da Arcabas, mi bloccai senza fiato: sul muro, accanto a me, era appeso il quadro che mi aveva fatto innamorare del pittore e che avevo visto a Bergamo durante la prima mostra, nel 1999. Quell’opera stupenda che raffigura san Luca che fa il ritratto alla Madonna, ma anche molto altro ancora… Ricordo che Jacqueline si fermò, sorpresa, vedendo che non la seguivo e scoppiò a ridere, divertita, vedendo la mia emozione e la mia espressione allibita mentre ammiravo da vicino la grande tela.

L’atelier
Una parete fatta di vetro, capace di dare una luminosità incredibile all’ambiente, diviso in due parti da un gradino. Nella parte bassa una grande cassettiera con i cassetti bassi fatti per accogliere disegni e schizzi; un angolo/salotto dove Arcabas e Jacqueline accoglievano i visitatori e ascoltavano le loro richieste o le loro

proposte: i nostri testi sono stati presentati lì, sono stati attentamente valutati da Arcabas, mentre Jacqueline chiedeva chiarimenti e si lasciava coinvolgere, col sorriso che si ampliava sempre più. Il cavalletto di Arcabas, sul piano più alto, era circondato dagli ultimi quadri dipinti, togliendo il fiato ai visitatori. L’ultima foto che ho di Arcabas lo ritrae morto, nella bara, proprio lì, nel suo atelier, con la casacca da lavoro e la sua tavolozza posate lì accanto…
La casa è piena di quadri: ce ne sono anche in cucina. Sono opere che “rimarranno qui per sempre”, come diceva Arcabas. “Quello che è in questa casa deve rimanere in questa casa”.
Ed è così ancora oggi, che la casa non vede più la presenza di Arcabas e Jacqueline. Non quella fisica, almeno… perché io sono certa che vivono ancora qui, in mezzo alle cose di una vita, nel luogo che hanno pensato, voluto e costruito, giorno dopo giorno.
Le opere della casa
A parte la grande tela sulla scala, l’opera che toglie davvero il fiato, come a me quando l’ho vista qui la prima volta, è quella intitolata ”il sole nel grembo” (spesso

tradotta malamente dal francese come “il sole nel ventre”). E’ un’opera geniale: solo Arcabas ha saputo con pochi colpi di pennello, tre soli colori e l’oro, dire il mistero di una fanciulla che porta in sé il figlio di Dio. Il quadro ha una storia dolcissima, che Jacqueline mi ha raccontato un giorno, trovandomi incantata davanti all’immagine. Isabelle, la loro figlia, era arrivata al termine della gravidanza, dopo aver avuto alcuni aborti spontanei. Quella gravidanza, diceva Jacqueline, l’aveva passata tenendo le mani sul grembo, quasi a voler trattenere, proteggere quel bimbo tanto atteso e tanto amato. L’ultimo periodo della gravidanza lo aveva passato alla Grange, per avere accanto la sua mamma, che un giorno le aveva chiesto di andare a chiamare il papà perché scendesse per pranzo. Lui, intento a dipingere, aveva alzato gli occhi al richiamo della figlia e se l’era trovata davanti così, in controluce, con quell’aria che solo le donne incinte hanno, le mani sul grembo. Incantato, aveva cercato una tela adatta e, non avendola trovata, aveva recuperato un cartone e su quello aveva velocemente dipinto qualcosa di unico. Servirebbe davvero troppo tempo per illustrare quest’opera dolcissima, destinata nel tempo a sparire, dipinta com’è su un cartone da imballaggio… Vi lascio l’emozione di ammirarla.

L’altra opera della Grange che vi voglio mostrare non è mai uscita per alcuna mostra: è nata per la nostra casa, diceva Arcabas, e lì deve rimanere. E’ stata dipinta velocemente al termine di una passeggiata dei due sposi, col cagnolino di casa, interrotta da un improvviso temporale. E’ un’opera che amo molto perché credo descriva bene il rapporto tra Jean Marie e Jacqueline, fatto di tenerezza, complicità, rispetto e ammirazione reciproci, gratitudine. E tanto amore, che si vedeva negli sguardi che si scambiavano.
Nella foto, in basso a sinistra, vedete una scultura, che raffigura un violinista: è un’opera che Jean Etienne, il figlio di Arcabas e Jacqueline, ha donato ai suoi genitori dopo aver visto l’opera che rappresenta la passeggiata, quasi per accompagnarla con un sottofondo musicale.

In casa ci sono altre opere dello scultore, in arte “Etienne”: un artista straordinario, capace di plasmare la materia e piegarla a creare opere davvero uniche, che si trovano sparse nel mondo. Per evidenziare lo stile accogliente della casa, dove non poteva mai mancare un “aperitivino” con l’immancabile Pernod ma anche una bottiglia di champagne, accompagnati da tanti stuzzichini (e dal succo di frutta per me che – rimarcava ogni volta Arcabas con tono di compatimento – non apprezzo il buon bere: il mio solo difetto, diceva) Etienne ha scolpito tre persone che sorseggiano del buon vino in compagnia. Le sculture di Etienne trasudano poesia: l’arte che Arcabas gli ha trasmesso ha preso una strada ben precisa; egli non dipinge, ma dedica la sua intera vita alla scultura. A dare il benvenuto ai visitatori alla Grange ci sono, nel giardino, Adamo ed Eva con la mela: e sono strepitosi.

Come se tutto questo non bastasse, c’è l’edificio più piccolo, accanto alla Grange: un vecchio deposito per gli attrezzi è stato trasformato da Arcabas nel suo laboratorio di falegnameria e bricolage: non solo si preparava da solo le cornici per i suoi quadri, perché fossero esattamente la cosa giusta, ma ogni tanto si dilettava a costruire cose: lo specchio in corridoio, il supporto per una Trinità resa in modo

simbolico, le basi per altre opere…). Ma soprattutto lo trasformò in deposito per tutte le opere non ancora vendute. Provate ad immaginarvi la mia faccia quando Jacqueline ci ha aperto la porta e, sui due piani ottenuti con un tramezzo di legno, ho visto moltissimi quadri impilati uno accanto all’altro…e davanti a tutti quell’ “uomo dei dolori” che a me spacca il cuore ogni volta. E che lo spezzò anche ad Arcabas, quando il prete che glielo aveva commissionato lo rifiutò perché “troppo crudo”.
Chiudo con un duplice ritratto, che si può vedere prima di entrare nell’atelier di Arcabas, di fronte alla porta della loro camera da letto. Non lo accompagno con alcuna parola: credo che questa immagine parli davvero da sola.
