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Stare nel mezzo

diciassettedima domenica del tempo ordinario C

 

Per chi intercede e tiene aperta la speranza.
Diciassettesima domenica del tempo ordinario. Per i testi liturgici clicca qui

 

 Carissimo, carissima,

oggi ci è chiesta una postura rara e necessaria: stare nel mezzo. Nel mezzo del conflitto È la posizione dell’intercessore come mediatore. Nel cuore del Vangelo, la preghiera è voce che non tace, è il passo che non indietreggia davanti all’ingiustizia ma attende a Dio di entrare nella sua giustizia. Chiedere, cercare, bussare: tre verbi che ci strappano dall’indifferenza. Esporsi. Muoversi. Riconoscere che da soli non si entra. Se questa è la richiesta pregare è entrare in relazione con Dio, con gli altri, con noi stessi. Non preghiamo per ottenere qualcosa, ma per diventare ciò che domandiamo. È il coraggio di mettersi in mezzo – tra Dio e l’umanità, tra la giustizia e la misericordia, tra la colpa e il riscatto. Pregare è intercedere. E intercedere è tenere insieme ciò che la paura vorrebbe separare.

Il "noi" del Padre nostro

Gesù ci insegna il “Padre nostro”, ma dentro questa invocazione c’è un “noi” che ci coinvolge: non posso chiedere pane solo per me, perdono solo per me, salvezza solo per me. La preghiera autentica è intercessione, è voce che si fa carico anche dell’altro, è giustizia che si sporca di misericordia.

Abramo lo fa. Con una sfrontatezza gentile, non manipola Dio, ma lo cerca. Con_tratta con Dio per salvare Sodoma. Non giustifica il male, ma non abbandona chi lo compie. Vuol credere che ogni città, anche quella più corrotta, abbia dentro una scintilla di bene da cui ripartire.

Anche noi stiamo nel mezzo. Tra il grido di dolore delle vittime e le colpe di chi ha inferto il colpo. Tra la nostra domanda di giustizia e il nostro bisogno di perdono. Tra un Dio che vorremmo puro e una vita segnata da contraddizioni. Abramo ci insegna una giustizia che non si accontenta di salvarsi da sola. Come ogni vero mediatore, si fa equi-prossimo a entrambe le parti. Non prende posizione per vincere, ma apre uno spazio in cui entrambe possano raccontarsi. Non farsi tribunale del mondo, ma presenza che si mette nel mezzo. E là dove tutti sparano sentenze sospendere il giudizio, mettersi in ascolto, e dare voce a chi non ha voce.

La preghiera non separa, mette in comunione

La preghiera del cristiano non separa, ma mette in comunione. Non cerca di assolvere sé per condannare altri, né condanna altri per salvare sé stesso. È radicata nella fede di Gesù, che nel Padre non vede un giudice che divide il mondo in buoni e cattivi, ma un cuore che attende, che non esclude. È una fede che sta nel mezzo, tra la rovina e la grazia.
Non cerca il proprio vantaggio, ma si consuma per la salvezza dell’altro.

Puoi prestare la tua voce per intercedere per il mondo? Non ti è chiesto di capire tutto, ma di portare davanti a Dio la vita dell’altro – anche quando ti ha deluso, ti ha ferito, ti sembra imperdonabile. Come Mosè sul Sinai, che osa dire: «Se tu, Dio, li distruggi, non contare più su di me. Io resterò dalla loro parte». Come Gesù sul Golgota, che non alza il dito per accusare, ma innalza il cuore in un grido estremo che attraversa le nubi: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».

C’è poi un’altra lezione di umanità in Abramo: l’intercessione è anche un’arte dell’incontro. Nella cultura orientale, la contrattazione è parte del rispetto: non si mercanteggia per ingannare, ma per riconoscere il valore dell’altro. Abramo ci mostra che Dio non s’indispone per la sua insistenza non si offende per l’audacia. È proprio lì, nella tenacia di chi rilancia, che si apre un varco. Chi rilancia, chi insiste, dice: “tu per me conti”.

Così Abramo contratta con Dio, ma in realtà sta dicendo: “Signore, so che il tuo cuore è più largo della mia paura. Fammi stare con te, lì in mezzo, finché non troviamo un varco per salvare.”

La postura di chi resta nel mezzo, per amore degli altri

C’è bisogno di uomini e donne che non chiudano le porte. Che abbiano il coraggio di dire a Dio: “E se ne mancassero solo cinque?” Che sappiano contrattare, non per avere di più, ma per salvare anche l’ultimo. E questa, oggi, è la nostra urgenza evangelica: intercedere, non per pochi, ma per tutti, tenendo aperto il cielo per altri.
La preghiera non è evasione, è esposizione. E ogni intercessione, se fatta nel nome dell’amore, adempie ogni giustizia.

Oggi più che mai c’è bisogno di uomini e donne che preghino così: non per piegare Dio ai propri interessi, ma per allargare loro stessi nella sua misericordia senza arrendersi alla logica della vendetta e dell’indifferenza. Persone che non si lasciano divorare dal rancore né anestetizzare dal cinismo. Persone che, nel giorno della vendetta, sanno ancora pronunciare il Nome dell’Amore.

Oggi è il tempo, anche per la Chiesa non dell’ingerenza ma dell’intercessione incomoda. Siamo chiamati ad annodare voci spezzate, a sciogliere il cuore da ogni durezza. A diventare, come scriveva Ricoeur, quella “presenza terza” che aiuta gli altri a riscrivere la propria storia.

Lì, in mezzo, può nascere qualcosa di nuovo. Lì si fa spazio lo Spirito. E il Regno, silenziosamente, viene.

Un gesto da custodire e lasciar agire

Pensa a qualcuno che hai giudicato in fretta, senza davvero ascoltarlo. Prova a rileggere la sua storia, ma dall’inizio, non dalla fine. Ripercorrila tutta, con cuore aperto. Portala davanti a Dio, così com’è. Poi, lascia che il tuo sguardo si trasformi in preghiera.

Non pregare “perché cambi”, ma perché tu possa cambiare nel modo in cui lo guardi. E perché lui, lei, l’altro, con te, sia salvato. Scrivi quella preghiera. Presta la tua voce a chi forse non ha parole. Diventa intercessione.

Con te non mi tiro indietro.

Stare in mezzo

è arte sottile,
è corpo che regge
tra due fuochi,
voce che non tace
quando il mondo urla.

Stare nel mezzo.

Tra chi urla per vendetta
E chi tace per paura.
Dove il colpo è già inferto
e il pianto non ha ancora
trovato voce.

Stare nel mezzo,
dove nessuno vuole stare:
senza sapere, senza sicurezze,
tra chi ha fatto male
e chi lo ha subito.

Stare nel mezzo
non è equidistanza,
è equi-prossimità
all’uno e all’altro.
Perché nessuno si salva da solo.

Chi sta nel mezzo
non giustifica,
non abbandona.
Non separa.
Tiene insieme.
Sogna ancora una scintilla
nella città che brucia.

Stare nel mezzo
è sospendere il giudizio
mentre tutti sparano sentenze,
è dire “tu conti” ed “ci sono”
anche se il cuore trema.
Scommette sul bene
che resta anche nel colpevole.

Stare nel mezzo
– non a metà –
con tutto te stesso.
Finché non nasce
un’altra possibilità.

È un mestiere da folli,
quello di chi tiene aperto
il cielo per altri.

Stare nel mezzo
è diventare ponte,
è fare spazio al futuro
prima che arrivi.
E chiamarlo, silenziosamente,
col nome dell’amore.

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