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Strada facendo

“L’Amore non è amato”. Il lamento di Francesco di Assisi

«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano…” (Gv 15, 1-6)

E' il Vangelo di oggi. Fascino del termine “restare”. Il restare è duplice: quello del discepolo in Gesù e quello di Gesù nel discepolo: è un restare reciproco. Gesù parla soprattutto del “restare” del discepolo e ne descrive le conseguenze (“porterà molto frutto”). Non parla del suo “restare” nel discepolo. Forse a suggerire che il suo restare è scontato, il nostro, invece, no.

E’ il mirabile rischio di un “Signore” che non è sicuro di essere signore. La sua signoria, infatti, è la signoria dell’amore che c’è se c’è l’amore, duplice, il suo, che è sicuro, il nostro che non lo è. Dio non è sicuro di essere amato, infatti. Un giorno, un contadino vede Francesco piangere e gli chiede perché. E Francesco risponde: ‘L’Amore non è amato!’ Com’è possibile che gli uomini possano amarsi se non amano l’Amore?”.

Ma, per essere sinceri, anche quando l’Amore è amato non è mai amato come lui ama. In fondo, l’Amore è sempre disamato. Il nostro rapporto con il Signore vive di questo ineliminabile squilibrio. Il nostro amore ha sempre bisogno di essere perdonato.

L’unica prova che il nostro amore c’è ed è sincero è il nostro desiderio di “rimanere”. Rimanere per amare – poco – ed essere perdonato – molto.

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