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Gender, LGBTQ+, omosessualità. Famiglia e Chiesa

Omosessualità e amore. Lo sforzo di comprensione nella Chiesa

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Per evitare di essere Narcisi, di amare noi stessi, perché ci sia relazione, bisogna che ci sia differenza. Ma differenza può esserci anche in una esperienza omosessuale. E ci può essere anche una forma diversa di fecondità: fecondità spirituale, relazionale, sociale.  La revisione della dottrina della Chiesa è "in corso". Le aperture pastorali provocano una riflessione morale

Intervista a Don Aristide Fumagalli, seconda parte. Per leggere la prima parte clicca qui



Se andiamo a guardare quelli che sono i documenti del magistero nei confronti dell'omosessualità, permane quella distinzione fra inclinazione e atti omosessuali che ci sembra non si riesca a conciliare con quella visione unitaria dell'essere umano che lei propone.  Sembra essere ancora molto aperto il conflitto nei confronti del tema dell'omosessualità per quelli che sono i pronunciamenti al momento ufficiali della dottrina della Chiesa

Una distinzione tra inclinazione, per usare il termine di quel documento, o meglio orientamento sessuale (omosessuale in particolare) e atti o comportamento sessuale (omosessuale) è in qualche modo necessaria, perché l'orientamento appartiene all'involontario, non è scelto, mentre gli atti appartengono a una libera scelta.  Quindi la distinzione in qualche modo ha valore. Noi possiamo sentirci attratti come eterosessuali o omosessuali da altri ma possiamo anche decidere di non agire secondo il nostro orientamento.

Ciò detto mi sembra che la domanda si riferisca alla dissociazione tra orientamento e atti tra persone dello stesso sesso.  In questo caso sembrerebbe che il magistero legittimi la relazione fino a quando non si traduce in espressione gestuale e fisica, corporea, per cui potremmo dire che tra due persone dello stesso sesso potrebbe esserci amore, ma nella misura in cui questa relazione volesse esprimersi anche sessualmente cadrebbe appunto in una illegittimità.  La visione che sta dietro al documento "Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali" del 1986 è quella vigente, quella per cui laddove non vi è differenza di sesso è impossibile il racconto dell'amore. Questa logica ha una sua consistenza: perché ci sia relazione deve esserci differenza. Laddove l'altro fosse identico a me stesso io diventerei Narciso, non amerei più propriamente un altro ma amerei me stesso. Questa è la ragione di fondo che l'attuale dottrina della Chiesa mantiene per ritenere illegittimo il comportamento omosessuale.

A questo riguardo si tratterebbe evidentemente di comprendere, e la teologia qualche sforzo lo ha fatto, se questa concezione dell'identità sessuale e della differenza sessuale tenga adeguatamente conto della realtà cioè se tra due persone dello stesso sesso vi sia identità assoluta oppure vi sia differenza, se si possa anche lì riconoscere la differenza. Questo è il punto che ad oggi il magistero non considera e che la riflessione teologica ha avanzato come elemento di cui tener conto.


Nel suo testo del 2020 “L'amore possibile -Persone omosessuali e morale cristiana -“ nell’introduzione dice: “Il vaglio dell'amore omosessuale nell'ottica della fede cristiana implica i seguenti interrogativi: l'amore omosessuale può essere amore interpersonale, può essere di qualità cristiana, può essere un'altra espressione dell'amore cristiano rispetto all'amore eterosessuale?”. Le risposte che lei dà sono sicuramente molto innovative rispetto al magistero tradizionale.  Può spiegarci come le ha argomentate?

Sarò un po’ forse troppo sintetico ma cercherò di farmi capire.  Dicevamo che il principale argomento che la dottrina della Chiesa oppone all'amore omosessuale che voglia anche esprimersi nei gesti del corpo è l'assenza della differenza di sesso cui peraltro consegue l’assenza di fecondità procreativa; non è possibile generare.  La differenza e la fecondità sono essenziali all'amore.

Qui addirittura noi risaliamo a Dio stesso. Il Dio che Cristo ha rivelato è un Dio in cui ci sono differenti persone e comunione feconda tra di loro. Ogni amore che voglia essere sintonico con questo Dio non può mancare della differenza e della fecondità.  Ora, l’idea secondo cui tra due persone dello stesso sesso non sussista differenza sessuale, non sussista fecondità, è valida oppure possiamo in qualche modo superarla? La mia ipotesi teologica andava proprio in questa linea.

Consideravo come la differenza sessuale possa essere riconosciuta anche tra persone dello stesso sesso, anzitutto a livello fisico quello che sembrerebbe essere il più simile. La similitudine fisica non esclude ogni differenza. Già a livello biologico tra due corpi maschili o tra due corpi femminili c’è differenza proprio sotto il profilo del sesso, dei caratteri sessuali secondari: la taglia, la forma, la postura, e così via. Tutti noi distinguiamo bene tra persone dello stesso sesso. Poi a livello psicologico abbiamo ancora più marcatamente differenti modalità cognitive, affettive, tipologie di carattere, strutturazioni dell'inconscio. A livello socioculturale le persone vengono da differenti nuclei familiari, da diversi gruppi sociali, da diverse storie parentali. Tutto questo fa sì che anche quando io incontro una persona del mio stesso sesso possa riconoscere una alterità, una differenza sessuale.

L'elemento però più decisivo è a livello propriamente antropologico. Come dicevamo prima la persona va pensata come unità di spirito e corpo. Se è così, ciascuno di noi è una persona unica. La teologia più tradizionale sostiene che l'anima-spirito sia insufflato da Dio nella persona che riceve la vita fisica dai genitori.  Questo dato della tradizione ricorda come ciascuno di noi è unico, come nessuno è una persona identica ad un'altra sotto il profilo spirituale. Ma se abbiamo detto che tra spirito e corpo c'è unità allora vuol dire che anche nel corpo si riflette questa unicità, questa singolarità.  Qui starebbe la ragione antropologica che permette di dire che anche tra persone dello stesso sesso è riconoscibile una differenza sessuale.

Riguardo alla fecondità è vero che tra persone dello stesso sesso, credo che questo sia il dato più evidente e incontrovertibile, non vi è una fecondità procreativa, non può nascere un figlio. Tra due persone di sesso diverso sì o può capitare accidentalmente che siano sterili ma non strutturalmente come nel caso di due persone dello stesso sesso.

Tuttavia, la fecondità prima ancora che procreativa, prima che generare un figlio, è anzitutto una, chiamiamola così, fecondità spirituale. Quando due persone si danno reciprocamente vita sono feconde; l'altro vive dell'amore che riceve, della cura, dell'attenzione.  Poi potremmo riconoscere una fecondità relazionale. Quando due persone entrano in comunione, condividono la vita, non solo se la scambiano ma nasce qualcosa di nuovo. Quella coppia che sorge da quell’amore è una novità.

Infine direi che potremmo riconoscere anche una fecondità sociale. Quando due persone entrano in comunione contribuiscono alla società, entrano in relazione con gli altri arricchiti da questa loro reciproca unione. Ad esempio, l'essere accolti in una casa da due persone che condividono la vita non è come essere accolto da due individui distinti.  Sulla base di queste ragioni mi sembra che vi sia la possibilità di riconoscere anche in una relazione omosessuale aspetti di differenza e di fecondità, per cui se è vero che in una relazione omosessuale non tutte le potenzialità di differenza e di fecondità sono presenti (mi chiedo in quale relazione sono tutte presenti), mi permetto di dire che anche lì sono comunque presenti e quindi che l'amore omosessuale in tal senso sarebbe un amore possibile.


Col pontificato di Papa Francesco dal punto di vista della pastorale nei riguardi delle persone omosessuali ci sono stati dei significativi passi avanti, mentre per quel che riguarda la dottrina magisteriale si è rimasti fermi a diversi decenni fa. Secondo lei, tenuto in conto anche delle trasformazioni che in tale periodo hanno interessato la società, in che misura è possibile se non necessario avviare un contemporaneo aggiornamento anche della dottrina?

Sì, sarà inevitabile anche se i tempi non sono così sincronici. Diciamo che la disciplina pastorale e la dottrina morale avanzano ma non secondo lo stesso passo.  Tra la dottrina morale e la disciplina pastorale non può esservi disgiunzione, perché la dottrina orienta la disciplina, la quale da parte sua verifica e istruisce la dottrina.  L'una e l'altra non sono disgiungibili però sono entrambe “in corso “. Allora non si può immaginare che la variazione dell'una non comporti poi inevitabilmente anche una riflessione sull'altra.

Dal punto di vista dello stato dell’avanzamento o comunque del cammino di Chiesa abbiamo assistito sotto il profilo pastorale a delle aperture, che adesso interrogano propriamente la dottrina.  Ciò che è avvenuto a livello teologico e soprattutto a livello del vissuto credente mi sembra indicativo. La chiesa si muove e corrisponde, non dimentichiamolo, a ciò che lo spirito continua a dirle secondo la promessa di Gesù, quella per cui il paraclito, cioè il suo spirito, l’avrebbe condotta nella verità tutta intera. Come la Chiesa può riconoscere i passi da compiere?

Mi sembra attraverso tre motori e se ne manca uno la corrispondenza alla guida dello spirito non può avvenire adeguatamente. Il primo è certamente l'esistenza credente, perché lo spirito parla anzitutto alle persone viventi, non pone semplicemente degli oracoli che cadono dal cielo e diventano pronunciamenti magisteriali. Oggi l'esistenza dei credenti presenta una novità che è inedita nella storia: ci sono persone credenti omosessuali che vogliono vivere la loro relazione all'insegna di quello stile, di quella qualità che Gesù ha insegnato.

L'altro motore, che adesso riferiamo in particolare alla condizione omosessuale, ma che vale per tutte le vicende cristiane, è la riflessione teologica, non necessariamente solo quella accademica.  Il suo compito è quello di assumere questo vissuto e rapportarlo al deposito in fidei cioè a ciò che noi abbiamo ricevuto come insegnamento, che è imprescindibile perché l'amore di Cristo non lo inventiamo di epoca in epoca ma lo riceviamo attraverso la scrittura e la tradizione della Chiesa che veicola un amore che ha certe caratteristiche e che sono definite da Cristo, non da ogni cristiano arbitrariamente.

Infine vi è la convalida magisteriale per carisma, cioè la conferma che un'esistenza credente interrogata e rapportata alla scrittura e alla tradizione è compatibile e anzi è rivelatrice dell'amore di Cristo. Quando queste tre componenti funzionano allora possiamo sperare di corrispondere allo spirito. Detto con una parola è ciò che fa della chiesa una chiesa sinodale. Si parla molto di cammino sinodale, di cammino insieme che è autentico nella misura in cui tiene conto di queste caratteristiche. Stiamo imparando ad essere nella chiesa così e questo forse spiega anche le tensioni inevitabili che sorgono là dove questi componenti invece che dialogare in qualche modo si contrappongono o si escludono a vicenda.


L'intervista ad Aristide Fumagalli è realizzata da Paolo Vavassori in collaborazione con Giorgio Gervasoni

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