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Italia, paese buono?

La notizia è di qualche tempo fa. Il problema è di sempre. E non ci è permesso dimenticare.
La morte di Satnam Singh, immigrato indiano.
I grandi problemi del caporalato, dello sfruttamento, della dignità rubata

Era una mattina normale, piena di sole...

Era una mattina normale, piena di sole, quando Satnam Singh, immigrato indiano, si recò come tutte le mattine al lavoro nell’azienda agricola cooperativa. Lì, era occupato per pochi euro all’ora, molti meno di quelli previsti dal contratto, ma di cui aveva un estremo bisogno per mantenere la sua famiglia. Aveva lasciato il suo Paese per venire in Europa, in Italia, a lavorare e costruirsi un futuro. Accettò quel lavoro per pochi soldi perché gli era indispensabile per vivere.

Dicevo che era una mattina come le altre, dedicata alla raccolta dei pomodori, quando una macchina lo investì e gli strappò un braccio. Il sangue uscì copioso e si mischiò al rosso dei pomodori appena raccolti. Il dolore, le grida, la paura. L’infortunio lo trasformò in uno schiavo inservibile. Il proprietario dell’azienda lo raccolse e, invece di portarlo all’ospedale, lo condusse davanti alla casa dove abitava la sua famiglia e lo abbandonò, con il braccio amputato gettato nella cassetta della verdura, accanto a lui. Ormai Singh non era altro che un oggetto; non gli veniva riconosciuta la sua umanità, e lo si lasciò morire dissanguato.

Questo accadde in Italia, a Latina.

Il commento della moglie di Satnam. E quello di Meloni e di Lollobrigida

Sua moglie commentò l’accaduto con una frase che mi ha molto turbato: “Il vostro non è un paese buono.”

Una frase che mette a nudo il mito della bontà italiana, del nostro essere brava gente, e che smonta la dichiarazione della premier Meloni: “Sono atti disumani che non appartengono al popolo italiano.”

Dopo giorni di silenzio, questa posizione fu condivisa dal cognato Lollobrigida, ministro dell’agricoltura, che definì l’episodio come un caso isolato, non riguardante tutta la filiera agricola, e attribuì la colpa a “un criminale.”

La frase della vedova di Safnam Sing indica invece una responsabilità collettiva, ci obbliga a vedere la realtà che consente l’accadere di questi drammi e le nostre responsabilità. Quanti sapevano della condizione (senza permesso di soggiorno, senza contratto, senza tutele) in cui era costretto Sing a lavorare ? E hanno fatto finta di nulla.

In questa vicenda c'é “di più” di criminalità, crudeltà di cui sono responsabili i datori di lavoro titolari della “cooperativa” che sfruttava Satnam e Soni e tanti altri migranti sikh.

Non posso negare che in questa vicenda vi sia un “di più” di criminalità, crudeltà e cinismo nel comportamento dei datori di lavoro titolari della “cooperativa” che sfruttava Satnam, Soni e tanti altri migranti sikh. Teniamo presente che questa “cooperativa” è stata indagata per lavoro nero e caporalato per ben cinque anni, dunque si sapeva.

I padroni esistono ancora. Ed esistono ancora gli schiavi

Quando ho iniziato a fare il sindacalista, venivo rimproverato perché usavo il termine “padrone” per indicare quello che avrei dovuto chiamare “imprenditore”. Tuttavia, in questo caso, il termine “padrone” sembra più che appropriato. Come altrimenti definire chi faceva lavorare Satnam Singh, 31 anni, e sua moglie Soni? Approfittando del fatto che non avendo il permesso di soggiorno, venivano sfruttati per dodici ore al giorno, senza un regolare contratto e con “paghe” ben al di sotto dei minimi contrattuali. Erano trattati come schiavi e loro erano  i padroni.

Potrebbe sembrare un caso isolato, da non generalizzare? Certamente. Ma non possiamo ignorare che la condizione di Satnam e Soni non è purtroppo un caso unico. Circa un quarto di tutti i braccianti, ovvero circa 230.000 persone, è soggetto a sfruttamento nelle campagne italiane, e la maggior parte di loro sono immigrati.

Non possiamo lavarci le mani evocando la questione di mancati controlli e di criminalità e disumanità padronale. Questi sono problemi reali, certo. Dobbiamo però essere onesti nel riconoscere che in Italia esiste da troppo tempo un sistema produttivo e di impresa e un modo di pensare che con falso pudore facciamo fatica a definire razzista , che alimenta e si alimenta di con  precarietà, lavoro nero e schiavitù. Certi discorsi su “prima l'Italia” sul nostro essere cristiani agitati da ministri creano una sorta di legittimazione che andrebbe non solo denunciata ma combattuta  con durezza.  

La dignità rubata

C'è in atto un degrado del lavoro dovrebbe preoccuparci, poiché toglie dignità e sicurezza, uccide la speranza e imprigiona la vita nel presente, nel contingente. Ad esserne colpiti sono soprattutto i giovani e le donne e la sua estensione  modifica l’idea stessa di lavoro, reintroducendo forme latenti di servitù e di nuova pesante subordinazione.

Questi episodi, questa trasformazione e metamorfosi del lavoro, ci inducono a riflettere se non sia giunto il momento di una critica approfondita al modello di economia in cui viviamo e su come esso stia completamente riorganizzando la società. Questa trasformazione sembra trasformare la società in un mercato, dando vita a una mercatocrazia che tende al controllo totale dei bisogni individuali, familiari e sociali attraverso un uso pervasivo delle nuove tecnologie. Se vogliamo salvare la democrazia la nuova lotta sociale deve essere capace di contrastare ogni determinismo tecnologico e il dispotismo degli algoritmi.

È all’interno di questo degrado del lavoro che si cela principalmente l’occupazione degli immigrati, spesso svuotati dal loro essere umani e donne e ridotti“clandestini”. E' questa riduzione a una condizione extra che ingenera una differenziazione tra noi e loro e che consente una serie di abusi, prevaricazioni, discriminazioni e sfruttamenti.   

Il da farsi. La Bossi-Fini e tanto altro

Per affrontare seriamente questo fenomeno, la prima cosa da fare è abrogare la legge Bossi-Fini, approvata nel 2002, che ha contribuito non poco a creare un’area di forza lavoro irregolare, ricattabile e priva di diritti, sfruttata dai padroni, grandi e piccoli, che costituiscono una fascia sociale da sempre corteggiata dalla politica. Sono gli stessi soggetti ai quali il governo Meloni ha concesso ben 18 condoni fiscali, mentre negava l’attivazione delle misure previste dalla legge 199 del 2016 contro il caporalato. Questo vale anche per l’utilizzo dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) per smantellare i ghetti in cui sono costretti i migranti, oltre al potenziamento del sistema di ispezione del lavoro e previdenziale.

Purtroppo, il nostro paese non è esente da critiche quando si tratta di come trattiamo i migranti che arrivano da noi. Invece di introdurre nuove leggi che garantiscano un percorso trasparente di ingresso nel territorio nazionale e stabilità per questi individui, il nostro governo apre campi per relegare gli immigrati in Albania: “lontano dagli occhi lontano dal cuore”

La società civile, le nostre comunità civili e religiose, il sindacato e le associazioni devono fare uno sforzo maggiore per comprendere le diversità culturali e linguistiche dei migranti e per diffondere l'idea e la convinzione  che questa diversità non rappresenta una minaccia, ma un arricchimento.

Infine, gli stessi migranti devono intraprendere il percorso dell’integrazione, non solo nel contesto lavorativo, ma anche nella società, nel sindacato e nei partiti, per sentirsi parte attiva di questa comunità.

Dobbiamo riflettere sull’assassinio - perché di fatto è stato un assassinio - del bracciante agricolo indiano Satnam Singh, così come sugli infortuni quotidiani sul lavoro. Questi incidenti assomigliano ormai a una guerra non dichiarata, con lavoratori che perdono la vita ogni giorno. Allo stesso modo, il genocidio quotidiano di profughi e rifugiati che muoiono nel deserto o nel mare , richiede una seria riflessione. Di fronte a queste situazioni, siamo tutti chiamati a decidere quale Italia intendiamo ricostruire.

L'Italia che vorrei

Non credo che la ricostruzione di un sentire europeo e italiano abbisogni  della riforma di alcune parti della nostra Costituzione, come l’elezione diretta del capo del governo e l'autonomia differenziata minerebbe la coesione nazionale già ora molto debole e inciderebbe negativamente sulla  finanza pubblica generando maggiori costi, sia  per il settore pubblico sia per quello privato, derivanti da un’eccessiva devoluzione di poteri a singole regioni su base differenziata e in mancanza di una cornice unitaria. 

Un vero progetto riformatore dovrebbe concentrarsi sulla completa attuazione della Costituzione, affinché i suoi principi siano applicati ovunque: nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nel contesto sociale. Partendo dal primo articolo, che recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, possiamo costruire un paese accogliente, inclusivo, solidale e pacifista: l’Italia che vorrei per me e per i miei nipotini.

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