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Segno di una fine sicura. E di una rinascita. Forse

“Da laico nella città” – Rubrica a cura di Daniele Rocchetti
In un paese della Liguria si celebra la sagra di s. Giacomo. Molto folclore. Manca la comunità. Torna la sfida: il Vangelo, l’essenziale, il coraggio di lasciar perdere quello che non serve più

Dopo un piccolo intervento operatorio decido di passare qualche giorno in un paese ligure. Un tempo di riposo segnato da lunghe camminate e ancor più lunghe chiacchierate con amici che rendono belli e sereni i giorni.

Una specie di accanimento terapeutico

E’ un tempo di festa perché durante le mie vacanze il piccolo borgo che mi ospita festeggia, con grande solennità, san Giacomo. Decido di partecipare alla liturgia e salgo verso la chiesa insieme al piccolo corteo composto quasi esclusivamente da persone della Confraternita che indossano un tabarrino rosso sopra la cappa bianca, portano un cingolo e esibiscono le capesante con la croce di Santiago.

Un’immagine del tempo di ieri, a dire il vero molto folcloristica e di impatto, che si scontra subito con quanto vedo appena entro in chiesa: pochissime persone, dall’età media altissima, solo una famiglia con figli. Mi sovviene, evidente, l’immagine di un mondo che sta finendo che si vuole ostinatamente tenere in vita. Una forma di accanimento terapeutico, utile per rimandare l’elaborazione del lutto che una situazione di questo genere procura.

Il giovane prete non si sposta da una predicazione moralistica. L’indimenticato padre Silvano Fausti avrebbe detto che stava cercando  di cambiare il vino in acqua

Per non essere troppo frettoloso nel giudizio, torno in chiesa la domenica successiva. Non ci sono più i membri delle confraternite e la chiesa è ancora mezza vuota. Il giovane prete, che lungo la settimana mi è capitato di incrociare in paese vestito rigorosamente con la talare nera e collarino bianco, non si sposta da una predicazione moralistica. L’indimenticato padre Silvano Fausti avrebbe detto che stava cercando  di cambiare il vino in acqua. Lo sappiamo: il Signore a Cana ha cambiato l’acqua in vino. Noi molto spesso cambiamo il vino in acqua: riproponiamo la legge invece del Vangelo. E’ una tentazione che abbiamo da sempre. Soprattutto ora che i numeri, per noi cristiani, in Liguria come da noi, sono sempre più impietosi.

Le legge invece del Vangelo

Certo, vivere la vita cristiana implica delle regole ma non sono queste che fanno stare insieme.  La tentazione, per gli zelanti osservanti, è quella di proporre il vangelo come legge. Si presentano le sue “esigenze” invece della sua bellezza, ciò che dovremmo fare noi per Dio, invece di ciò che fa Dio per noi. Pare che il vangelo si riduca a nobili regole morali – più impossibili di quelle antiche – invece che essere sorgente di vita nuova nella libertà che Cristo ci ha dato perché restassimo liberi (Gal 5,1ss). In questo modo, perde il Vangelo. Ma, anche se fatichiamo a crederci, perde anche l’uomo.

Mentre mi guardo attorno mi chiedo dove scorgere i segni del nuovo. Perché, ne sono certo, un mondo finisce (inesorabilmente) e qualcos’altro nasce, grazie alla novità del Vangelo. Ma questo tempo inaugurale, aurorale, richiede coraggio e creatività, l’audacia di abbandonare vecchi schemi e vecchie strutture e inventarne di nuove.

L’Evangelo – scriveva Maurice Bellet – può apparire come evangelo, cioè la parola, appunto, inaugurale che apre lo spazio di vita? Il paradosso è grande, perché l’evangelo è vecchio… Ma forse il tempo delle cose capitali non è retto dalla cronologia; forse la ripetizione può essere ripetizione dell’inaudito, così come, dopo ogni nascita di un uomo è una ripetizione banale e, ogni volta, l’inaudito.

Il soffio di Dio nonostante

Oggi la sfida per la Chiesa – anche per la nostra straordinaria e generosa chiesa italiana spaventata dai cambiamenti repentini in atto – resta sempre la stessa, da due millenni: conservare il nucleo della fede, custodire l’essenziale, potare il troppo superfluo scambiato come fondamentale, far parlare Dio nel cuore e nella vita degli uomini e delle donne delle nostre comunità. 

Conservare il nucleo della fede, custodire l’essenziale

Se questo accade veramente, avremo una terra più vicina al sogno di Dio. Certamente più solidale, accogliente e inclusiva di quanto non lo sia oggi. Se non accade, un giorno ci verrà chiesto dove eravamo, che Vangelo leggevamo e di quale Dio davamo testimonianza. Perché, come ha scritto Sequeri, “Dio non è un dogma che ci tiene in chiesa ma una relazione che ci tiene in vita”.

 In quei giorni, nel piccolo paese ligure, il soffio di Dio pareva attraversare le mura spesse dell’antica chiesa.

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