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Da laico nella città - Rubrica a cura di Daniele Rocchetti

Rosy Bindi. I cattolici, l’impegno in politica, la Chiesa, i laici

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Il racconto drammatico dell’attentato in cui viene assassinato Vittorio Bachelet. E poi le grandi questioni attuali: i cattolici, l’impegno in politica, le indicazioni del magistero, pace e guerra e tanto altro

 

 

Quella mattina, con Vittorio Bachelet

“Quella mattina – era il 12 febbraio del 1980 - ero con lui in università. Avevo ventinove anni ed ero la sua Assistente. Era martedi, una bella giornata di sole, facevamo lezione nell’aula intitolata ad Aldo Moro. Al termine, ci siamo incamminati per le scale del corridoio che portava agli Istituti dove c’era il nostro studio. Durante la lezione, ripetutamente, in modo incomprensibile, si apriva e si chiudeva la porta dell’aula. Quando uscimmo, la Facoltà era deserta. Pensai che gli studenti fossero all’incontro sul terrorismo. Al terzo scalino delle scale, il professore si arrestò e mi chiese se mi fermavo in Istituto. E pronunciò le sue ultime parole: “Perché io quasi quasi andrei…” In quel momento, un volto di donna apparve dietro di lui. Pensai che volesse chiederci qualcosa. Ma il volto del professor Bachelet cambiò subito: da sereno e sorridente divenne spaventato, terrorizzato. Capii immediatamente che qualcosa non andava. Lo allontanarono, lo portarono sul pianerottolo. Sperai in quell’attimo che si trattasse di una gambizzazione, anche se oramai quel tempo delle Brigate Rosse era passato ma quando vidi la pistola della donna e dell’uomo che l’accompagnava puntata al petto capii che non c’era più nulla da fare. Gli spararono ripetutamente, lui cadde nell’angolo battendo la testa sul marmo e gli fu inferto il colpo di grazia. Solo allora capii che il silenzio e l’assenza delle persone in Facoltà non era casuale. Sapemmo dopo che s’era sparsa la voce che c’era una bomba e che la Facoltà doveva essere evacuata. Ho vissuto per molti anni con questa scena. Ricordo ancora il suo grido e l’odore dello sparo. Non aveva voluto la scorta per non far morire altri innocenti.”

A casa, a Sinalunga, in quel di Siena

E’ ancora faticoso per Rosy Bindi raccontare l’avvenimento che le ha cambiato la vita. Lo fa a casa sua, a Sinalunga, un borgo non lontano da Siena, in Val di Chiana. Poco prima abbiamo passeggiato insieme lungo le strade. Sono in tanti che la fermano: chi per un saluto o una battuta, chi per commentare la situazione politica o la guerra in corso. Si capisce che la comunità è orgogliosa di lei.

“Sono cresciuta in una famiglia cattolica e con i nonni abitavamo in questa casa. Il mese di maggio rosario tutte le sere e così pure a novembre. Una famiglia credente, parenti della mamma antifascisti e socialisti. Un suo cugino venne ammazzato dai fascisti non lontano da qui, a Foiano della Chiana. Una fede tramandata di generazione in generazione, dove la parrocchia, insieme alla scuola, era il luogo delle relazioni. Ma la “puntura del cuore”, così la chiamano alcuni Padri della Chiesa, l’ho avuta presto, attorno ai 15/16 anni, durante il tempo complicato dell’adolescenza, quando la fede è diventata una mia scelta. Avevamo in parrocchia un bravo prete, don Rossi, fu lui a darmi la spinta. Io capisco quando don Milani dice “ho fatto indigestione di Vangelo e mi faccio prete” perché quando a quell’età scopri Gesù vorresti che fosse una cosa totale. E questa cosa l’ho coltivata per tutta la vita. L’incontro con l’Azione Cattolica per me è stato l’incontro con il Concilio che poneva il battesimo come centrale per la vita del credente, il valore della Parola e dell’Eucarestia, i ministeri laicali vissuti nella fedeltà alla propria Chiesa locale. Con i preti che meditavano i testi al mattino e te li spiegavano la sera.

Hai mai pensato di scegliere la vita consacrata o religiosa?

Ad un certo momento sono stata tentata di entrare in un Istituto Secolare ma ho maturato la convinzione che la fedeltà al battesimo nella Chiesa e nella storia non richiedesse altre scelte. La fuga dal mondo l’ho presa in considerazione dopo l’assassinio di Bachelet. Un avvenimento che per me ha segnato un prima e un dopo. Niente è stato più come prima. Passai l’estate dell’Ottanta presso la comunità di don Giuseppe Dossetti dove mi aveva mandato mons. Marco Cè. Obbligandomi ad una scelta di fondo: o il monastero o la politica. E capendo in modo definitivo che la dimensione laicale era la mia strada.

Vittorio Bachelet è stato ammazzato perché servitore dello Stato. Ed è stato Presidente nazionale dell’Azione Cattolica di cui tu eri dirigente. Cosa ti ha insegnato in ordine al rapporto fede-politica?

Per stare da credenti nella città di tutti serve metodo e riconoscimento del valore della laicità. Non ho mai interpretato la laicità come indifferenza o relativismo etico. I valori sono la nostra stella polare ma, come diceva il cardinale Martini, pretendere che tutta la legge morale sia contenuta in una legge dello Stato è pura illusione. Il crinale sui ci si deve muovere è quello del bene possibile, di un inveramento nella storia attraverso l'incessante ricerca del bene comune. La laicità della politica è proprio questo. Ci sono fin troppi teorizzatori della laicità che alla prova dei fatti si rivelano, a seconda dei casi, indifferenti o integralisti, laici a singhiozzo, a seconda delle convenienze politiche. Ed è molto importante che la Chiesa valorizzi la fatica della laicità, del metodo difficile e delicato di ascolto e comprensione della società.

Eppure, qualcuno sostiene che non è servito nulla e che nella situazione attuale dell’Occidente i cristiani sono sempre più irrilevanti

L'Europa ha certamente radici cristiane. Non solo cristiane, ma anche cristiane. Il problema è che l'albero si giudica dai frutti e nella crescita di questo albero ci sono stati innesti fecondi e generativi (penso ai valori che hanno portato alla dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, alla democrazia, alla parità di genere, ai diritti e alla libertà) insieme ad un’evoluzione culturale ed economica che ha fatto prigionieri i valori del cristianesimo. Li ha e stravolti e usati. Non eravamo più attrezzati a leggere e a interpretare i cambiamenti in atto. Ha giocato la contrapposizione con il comunismo ateo? Sicuramente. Soprattutto, potremmo dire con Pasolini e Don Milani, non c'è stata la critica al capitalismo che doveva esserci, cioè che non si è capito che questo modello di sviluppo, che, sia ben chiaro, non è tutto da rinnegare, portava con sé una visione della persona e della società dis-umana, radicalmente alternativa a quella cristiana.

Come è stata la risposta della Chiesa?

Quanto meno ambigua. Forse non abbiamo tradotto correttamente la richiesta di Giovanni Paolo II di trasformare la Chiesa in forza sociale. Penso che chiedesse alla comunità cristiana di spendersi per la formazione, per la custodia di un primato spirituale, capace di stare nel mondo segnando una “differenza”. Dopo il crollo del Muro e delle ideologie e la fine della Democrazia Cristiana che si era fatta carico della rappresentanza del voto dei cattolici, la Chiesa italiana ha scelto di essere interlocutrice diretta della politica e delle istituzioni. Svilendo, nei fatti, la forza e il ruolo dell’autonomia laicale e la forza dell’evangelizzazione.

Se non era questa l’intenzione di papa Giovanni Paolo II, di chi era?

Credo basti leggere le ultime interviste rilasciate dal cardinal Ruini per comprendere bene questa parabola. Intendiamoci: pure Paolo VI è stato la guida spirituale della classe dirigente cattolica e ebbe rapporti privilegiati, un dialogo continuo e permanente con Aldo Moro. Però, come dice il Concilio, nel rispetto delle reciproche responsabilità. In Paradiso verrà chiesto ragione a noi, laici impegnati in politica, di come abbiamo servito il Vangelo attraverso le leggi che abbiamo votato o che non abbiamo votato, le idee che abbiamo contribuito a diffondere nel paese. Ai Pastori verrà chiesta invece la ragione di come hanno guidato spiritualmente e pastoralmente le nostre comunità.

Ad un certo punto in Italia è successo che la Chiesa si è sostituita e ha voluto giocare un ruolo diretto in questo esercizio e in queste responsabilità. L’ho sperimentato direttamente: mentre fai politica, hai bisogno di qualcuno che ti guidi spiritualmente, anzi ne hai più bisogno di prima, perché ti muovi in terreni e in frontiere molte più pericolose rispetto a quando fai il catechista. Invece abbiamo avuto pochi esempi in questo senso. Penso a don Tonino Bello che sotto Natale incontrava gli operatori della politica dei Comuni della sua diocesi con i quali dialogava sul bene comune, affermando l’imprescindibilità della politica come “arte nobile e difficile” da difendere dall’integrismo e “per i credenti, da ogni ipoteca confessionale”.

Ma la stragrande maggioranza dell'episcopato, queste cose se l’era scordate. Dalla Chiesa abbiamo ricevuto indicazioni su come votare e magari inviti ad astenersi dai referendum. La Chiesa non è stata più la comunità di tutti; sottraendo tempo a quello che era il proprium del suo ministero e mostrando un'invadenza che la impegnava come forza sociale, automaticamente, veniva meno a quella libertà dell'annuncio del Vangelo per tutti.

Generando un processo di deresponsabilizzazione dei laici che è uno dei problemi della comunità cristiana di oggi

Il coraggio, la parresia laicale la si misura nelle mediazioni culturali e politiche. Con sincerità, ti confesso che in questo momento non la vedo molto esercitata dal laicato. Appare timido, impaurito. Spesso papa Francesco ci ha preceduto. Non è stato così per molto tempo. Non dimentichiamoci di De Gasperi che si rifiutò di seguire il diktat del Vaticano che gli chiedeva di fare l’accordo con il Movimento Sociale per il Comune di Roma per paura che vincessero i comunisti. Democristiano ma non clericale. Cattolico rigoroso sì ma laico in politica. Non dimentichiamo la fatica di Aldo Moro per dare vita al centrosinistra. Potrei raccontare di me e delle vicende legate ai DICO e so quanto l’ho pagata. L’ha pagò pure Tina Anselmi che, da Ministro, firmò la legge sull’aborto, dopo che non l’aveva votata e aver fatto una dura battaglia in Parlamento.

Come mail oggi il cattolicesimo democratico, alveo dentro il quale sei cresciuta, oggi è in crisi?

Questa categoria, che è sempre stata minoritaria, oggi vive la contraddizione di una divisione interna su temi cruciali, come, per esempio, la guerra.  Non dimenticare poi ciò che è accaduto negli ultimi anni. E’ nata negli Stati Uniti ed è arrivata anche da noi una corrente - ben radicata - della destra cattolica che strumentalizza la fede a fini politici. Una corrente che è una delle componenti più forti della vittoria delle destre nel mondo. Un uso strumentale della religione e del cristianesimo: rosari, invocazioni alla Madonna, crocefissi, santi, angeli e arcangeli. Una deriva pericolosa che ha finito per condizionare il dibattito attorno ad alcuni temi fortemente divisivi e che non trova coraggiosi oppositori.

Essere sale del mondo e non trasformare il mondo in saliera, avrebbe detto padre Bartolomeo Sorge

Anni fa si è rinnovata la convinzione tra alcuni credenti che il cristianesimo si esprime attraverso le opere cattoliche, che diventano un modo con il quale stare nella società per perseguire i interessi cattolici. Dimenticando una cosa fondamentale: il cristianesimo è al servizio della comunità. La Chiesa non ha interessi propri nella società. L'unico interesse, ce lo ha ricordato spesso papa Francesco, è la difesa della dignità umana e dei poveri, che non è mediato neanche attraverso interessi più nobili. Dico sempre che il detto machiavellico “il fine giustifica i mezzi” è una delle più grandi tentazioni dei cattolici nella società. Perché siccome il nostro fine è buono, noi ci possiamo permettere anche di usare mezzi non sempre corretti.

Una logica che ha portato a forme lobbistiche più o meno dichiarate

Lobbistiche, populistiche ed elitarie. Alcuni movimenti hanno avuto tutte e tre queste componenti. Noi adesso ci lamentiamo del populismo che si esprime attraverso forme di leaderismo, di premierato, di sovranismo. I capi di alcuni movimenti che cosa sono stati? Vogliamo parlare della differenza, del valore della democrazia dentro l'associazionismo rispetto ad altri movimenti ecclesiali? Il metodo democratico che noi abbiamo praticato - in Azione Cattolica come nelle Acli e negli Scout - è stato una palestra, una vera e propria scuola, anche civile. Un modo concreto per tradurre la nostra Costituzione. Perché anche dentro le formazioni sociali si deve praticare un metodo democratico. Se dentro le formazioni sociali, in nome del carisma del leader, ti affidi a spinte populistiche, sovranistiche, fai un cattivo servizio anche alla società.

Cattolici e pace. Come attraversare lo stretto sentiero tra un principio evangelico evidente e la complessità della situazione storico-politica?

Noi oscilliamo tra l’essere acquiescenti al pensiero dominante e un pacifismo senza mediazione. Dovremmo piuttosto applicare con razionalità il principio evangelico ma alla ricerca di soluzioni come il disarmo progressivo, il rafforzamento degli organismi internazionali, dando voce alla diplomazia. E’ l’esatto contrario di quello che si sta facendo.  Oggi si segue fedelmente il motto di quel signore – Clausewitz – che diceva che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. No, la guerra è il fallimento della politica. Il diritto internazionale e la politica: questi sono gli strumenti per garantire la pace. Mai nessuna reazione che non sia proporzionale e stare sempre e comunque dalla parte delle vittime. Per questo io dico che oggi chi vuol bene al popolo ebraico deve stare dalla parte dei palestinesi. Lo dico da persona che è cresciuta a pane e Shoa.

Questa situazione fa male a tutti ma anche su questo siamo molto timidi. Non è possibile che tutte le sere nelle parrocchie non si preghi per i bambini ucraini e palestinesi. Pure la vita parrocchiale deve educarci alla pace. Se tutti i giorni a Messa si prega per Gaza, per l’Ucraina e per i migranti morti in mare ci educheremmo come popolo a sentire il dolore del mondo. E ad immaginare vie diverse di gestione dei conflitti.  Non credo fossero visionari San Francesco, La Pira, Gandhi, Martin Luther King... Se tutti facessimo così disarmeremmo anche quelli che vogliono fare la guerra. L'invito di Papa Leone per una pace disarmata e disarmante è molto realistico, chiama in causa tutti noi. La guerra è la soluzione che appare più semplice, ma in realtà è la più irrazionale in assoluto. Oltre che la più ingiusta.

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Franco Pizzolato

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