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Da laico nella città. Rubrica a cura di Daniele Rocchetti

Idea: mettiamo in piedi un Ministero per la Pace

La pace è una realistica utopia. Ma la politica non lo sa e ha accettato di portare le spese militari al cinque per cento. Alcuni gruppi di utopisti realisti, cioè di pacifisti, ha proposto l'istituzione di un ministero per la Pace. Avrebbe molto da fare

Il limite invalicabile dopo Horshima e Nagasaki

La pace, il realismo di un’utopia, così diceva Ernesto Balducci, il padre scolopio a cui molti della mia generazione sono debitori. Padre Balducci sosteneva che la pace – contrariamente a quanto spesso siamo portati a credere – nasca, anzitutto, da un profondo realismo, da una forte presa di coscienza del limite invalicabile nel quale l’umanità si è spinta con Hiroshima e Nagasaki.

Dopo di allora, l’umanità sa di essere mortale e nessuno può salvarsi. Difendere “gli interessi dell’umanità piuttosto che quelli della tribù a cui ognuno di noi appartiene” è una scelta non di utopisti sognatori ma di persone che nel realismo della vita “forzano l’aurora a nascere”.

Intanto, si decide di spendere 100 miliardi in più all'anno per le armi

La politica sembra non accorgersi di tutto questo. Nei giorni scorsi, su forte pressione del presidente americano Trump, si è deliberato (con il solo voto contrario della Spagna) l’aumento della spesa militare dei Paesi Nato al 5%. Per l’Italia significa passare da circa 33 miliardi (più o meno la spesa del comparto militare nel 2024) a 100 miliardi di euro l’anno.

Tenendo conto della (scarsa) crescita e del (pauroso) debito pubblico, con il rapporto defici/PIL che non può superare il 3%, quasi sicuramente tutto ciò si tradurrà in possibili tagli alla spesa pubblica, soprattutto alla sanità, al welfare e alle politiche sociali.

La proposta: un "Ministero per la Pace"

In questo contesto, ho trovato molto coraggiosa la sfida lanciata da una trentina di realtà dell'associazionismo cristiano e del pacifismo che hanno chiesto con forza l’istituzione di un Ministero per la Pace. L'obiettivo è chiaro: approfondire le ragioni e le possibilità di un'azione condivisa per una politica della pace. Non si tratta solo di un appello generico alla buona volontà, si parla di ripensare l'architettura stessa della pace, passando dal pacifismo retorico a un impegno concreto, capace di generare dialogo costruttivo e strutture durature di cooperazione e disarmo. Ne ha parlato a lungo, in un articolo pubblicato su “Avvenire”, Stefano Zamagni, che si è chiesto quali dovrebbero essere i compiti specifici di questo Ministero.

Secondo l’economista bolognese, il primo compito sarebbe di portare al centro dell’indirizzo politico-governativo e del dibattito parlamentare la questione della pace in modo non episodico come oggi avviene, ma in modo organico e permanente. Non bastano, infatti, le politiche per la pace; sono necessarie soprattutto le politiche di pace. Inoltre, un Ministero della Pace – pur senza portafoglio – potrebbe coordinare le deleghe e i progetti oggi frazionati tra tanti ministeri in aree quali la cooperazione internazionale, il dialogo multilaterale, la promozione dei diritti umani. Solo così si potrà essere efficaci quando ci si siede ai tanti tavoli internazionali.

Diffondere la cultura della pace

Un secondo compito sarebbe quello di diffondere ad ampie mani la cultura della pace e di preparare progetti specifici di educazione alla pace. Per quale ragione in Italia si continua a insegnare e far studiare ai frequentanti di vari ordini di scuola testi che parlano in prevalenza di guerre e pochissimo di pace? Oggi sappiamo, perché ce lo confermano le neuroscienze, che un tale martellamento modifica in profondità le mappe cognitive dei giovani, riducendone le disposizioni ai comportamenti virtuosi. Vi sono nel nostro paese 40.321 scuole. Solamente in poco più di 700 si realizzano attività mirate a educare alla pace, grazie alla saggezza e alla generosità di insegnanti che hanno finalmente compreso che compito della scuola è, in primis, educare e in secundis istruire. Discorso analogo vale per l’Università.

Nel 2020 è nata, per iniziativa della Conferenza dei Rettori, la Rete delle Università italiane per la Pace, cui aderiscono 73 Università. A tutt’oggi, un solo dottorato di ricerca in Peace Studies è stato attivato!

Favorire la "diplomazia ibrida"

Un ulteriore compito di straordinaria rilevanza per un Ministero della Pace è quello di fungere da supporto alla mediazione di pace e alla “diplomazia ibrida”, cioè all’azione sinergica tra istituzioni pubbliche e organizzazioni della società civile. È questa carenza di supporto a non consentire al nostro paese di valorizzare tutto il suo potenziale – che è tanto – per il peacebuilding.

La pace, conclude Zamagni, non è un obiettivo irraggiungibile, perché la guerra non è un dato di natura – come ancora una nutrita schiera di intellettuali ritiene vero, pur non avendo il coraggio di dichiararlo pubblicamente. Piuttosto, la guerra è un frutto marcio di tutti coloro che la vogliono, per specularci sopra. Nel suo celebre saggio del 2000, Norberto Bobbio ha scritto che «qualche volta è accaduto che un granello di sabbia, sollevato dal vento, abbia fermato una macchina».

E’ la speranza, pur in tempi come questi. Che un granello di sabbia – sorretto dalla convinzione di tante donne e uomini di buona volontà – abbia la forza di fermare le logiche di guerra. Perché non venga il giorno in cui queste fermino per sempre l’umanità.

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