XXXIV domenica del tempo ordinario (tempera di Giuseppe Sala)
Per leggere i testi liturgici clicca qui
1944. I tedeschi ammazzano quarantaquattro uomini
È la sera di domenica 1° ottobre 1944. Località Pioppe di Salvaro, 35 Km da Bologna in direzione dell’Appennino. Quarantaquattro uomini vengono fatti uscire dal magazzino di una fabbrica dove veniva lavorata la canapa. Tolte le scarpe, si devono disporre sul ciglio di un invaso. Sul fondo solo fango. A pochi metri da loro, lungo la massicciata della ferrovia, sono disposti una ventina di soldati tedeschi, armati di mitragliatrici. Sparano. Cadono tutti nella ‘botte’, falcidiati dai proiettili e dalle bombe a mano lanciate per essere certi che il lavoro fosse completato a dovere.
La strage di Pioppe è una delle pagine della storia – terribile – dell’eccidio di Marzabotto. Tra i casolari e le frazioncine disperse sui pendii attorno a Monte Sole vengono uccisi in 770. La loro colpa? Trovarsi lungo la Linea Gotica, il fronte che gli occupanti nazisti vogliono difendere per arginare la risalita verso nord delle forze di liberazione anglo-americane. Su quelle montagne agiscono le brigate partigiane. Agguati e ritorsioni insanguino quei mesi di guerra. Nessuno è al sicuro: uomini, donne, bambini, giovani e vecchi, anche i preti, sono tutti bersagli della violenza incontrollata diventata l’unica regola in quel momento.
Fra Martino benedice la massa dei cadaveri
I cadaveri si ammucchiano nella vasca. Con le ultime forze in corpo, tenendo una mano sull’addome sanguinante, un uomo cerca di alzarsi e compie con la mano destra un gesto benedicente. È padre Martino Capelli, prete dehoniano che in quei mesi si era messo a disposizione dell’anziano parroco di Salvaro. Uno dei tre che, nonostante le ferite, riusciranno a salvarsi ricorderà quel gesto e lo consegnerà alla memoria.
Padre Martino – Nicola Giuseppe il suo nome di battesimo – era bergamasco, originario di Nembro. Aveva studiato Sacra Scrittura e ne era diventato docente presso il seminario che, a Bologna, preparava i futuri missionari. Sognava una vita a servizio degli ultimi, si vedeva come un evangelizzatore. Idealizzava quei missionari che avevano dato la vita nella testimonianza della fede.
Avrebbe voluto andare in Cina ma l’estremo confine dove portare l’annuncio di Dio è stato l’Appennino tosco-emiliano. Alla gente di quelle contrade Padre Martino ha offerto la consolazione dei Sacramenti, ha seppellito i morti e cercato di mediare per liberare alcuni prigionieri. È stato frainteso dai partigiani che temevano fosse una spia. È diventato prigioniero dei nazisti, che infine lo hanno ucciso.
Anche sul Calvario, una morte violenta. Come oggi
Da pochi giorni la Chiesa ha riconosciuto la sua morte come martirio e quindi spianato la strada alla beatificazione. La sua figura che sormonta i corpi morenti dei compagni di prigionia e la sua mano che traccia nell’aria il segno della croce è un perfetto commento alla croce di Gesù. I testi liturgici nella domenica di Cristo Re ci riportano lì, sul monte Calvario. Anche quell’altura è una memoria di morte violenta. Anche lì si dispongono degli aggressori che ritengono di poter fare della vita di altri ciò che vogliono: in fondo non sono che oggetti da possedere, corpi con cui giocare come fossero pupazzi, numeri da gestire senza troppe remore.
Anche lì la storia sembra dire che il mondo è in mano ai più forti: mariti aggressivi verso le mogli, dittatori folli, caporali che sfruttano il lavoro, trafficanti di migranti lungo le rotte della speranza, maranzini armati di coltelli nelle notti delle ricche città europee. Loro sì che si possono permettere di ridere e festeggiare e lasciare agli altri l’aceto: il vino andato a male, la bevanda della ‘festa negata’. Monti insanguinati come il Calvario a Gerusalemme o a Marzabotto ce ne sono tanti. Montagne di morte che si ergono dove la vita dell’altro non ha valore, dove le parole servono per umiliare, dove il disprezzo può essere sputato in faccia all’altro senza vergogna.
Chi rifiuta la violenza è re
Ma a Pioppe di Salvaro padre Martino è re. A Gerusalemme sulla croce, tra i due ladroni, Gesù è re. Colui che rifiuta la violenza è re. Chi si identifica con il popolo fragile tanto da non fuggire dalla dura sorte pur avendone la possibilità è re (padre Capelli e don Elia Comini, l’altro religioso fatto prigioniero, rifiutano la liberazione offerta per il loro stato di consacrati rispondendo “O tutti o nessuno”). Chi spende tutte le energie che ha per la cura delle persone e del bene comune è re. Non solamente una ‘vittima innocente’, ma un sovrano.
Gesù non ha dubbi, l’ha sempre affermato ed è rimasto coerente: la salvezza è nel dare la vita. Il volto di Dio è là dove c’è generazione e cura, amorevolezza, sacrificio non per bramosia di eroicità ma per dedizione autentica. Dai piccoli gesti fino alla croce resta fedeltà all’amore promesso e scelto. È re.
“Oggi con me sarai nel paradiso” si sente dire il ladrone pentito. Se piegando la testa dal patibolo che lo teneva immobile è riuscito a intravedere il volto di Gesù, morente ma amante, il paradiso l’ha già incontrato.
Forse è capitato anche a noi di intravederlo tra le crepe della storia.