Search on this blog

Un pacifismo di tutti i giorni per Gaza e non solo

pace pacifismo convivenza

Alla guerra, anche alla "terza guerra a pezzi" di cui parlava Papa Francesco, ci si sta abituando. Per questo è necessario costruire, dal basso, una cultura condivisa della pace, una rieducazione del linguaggio, un vivere con gli altri senza dominarli

 

 

Un pacifismo quotidiano: l’arte di vivere contro la guerra

Mentre il nostro governo si limita a condannare — con l’usuale tono diplomatico — i massacri in corso a Gaza, senza esprimere una reale volontà politica di intervento pacifista e umanitario, la gestione della crisi viene delegata, di fatto, all’alleato statunitense. E mentre i cancelli di Gaza potrebbero aprirsi sull’ennesimo esodo forzato, l’Italia non si organizza per accogliere i palestinesi in fuga, né prova ad anticipare le conseguenze umanitarie di questa tragedia.

In questo scenario, è urgente far crescere la consapevolezza di vivere immersi in quella che papa Francesco ha definito una "terza guerra mondiale a pezzi". Oggi sono 92 i paesi coinvolti in conflitti armati, mentre oltre 100 milioni di persone sono state costrette alla fuga, dentro o fuori i propri confini. Solo nel 2024 si sono registrati quasi 200.000 episodi violenti legati a conflitti, con più della metà costituiti da bombardamenti, e oltre 233.000 decessi. Numeri probabilmente sottostimati, ma già spaventosi.

Dietro questa escalation si intravedono due cause profonde: la crescente militarizzazione globale e l’uso intensivo delle nuove tecnologie militari, come i droni — il cui impiego è aumentato di oltre il 1400% dal 2018 — e gli ordigni esplosivi improvvisati, che rendono le guerre più "accessibili" anche a gruppi non statali. È un mondo in cui la guerra si fa più vicina, più silenziosa, più normale. E proprio questa normalizzazione ci deve allarmare.

Ci si abitua all’indicibile: all’uccisione di bambini, ai crimini di guerra, alle torture, agli stupri di massa. A questa assuefazione bisogna opporsi. E a farlo deve essere innanzitutto il potere politico, che ha il dovere di promuovere una cultura della pace e restituire all’Italia un ruolo attivo nel costruire coesistenza e solidarietà internazionale.

Un pacifismo nuovo, dal basso

In questo contesto, parlare di pacifismo può sembrare un esercizio ingenuo. Eppure, mai come oggi serve un nuovo pacifismo, concreto, quotidiano, capace di penetrare nelle pieghe della vita comune. Non può più essere un’attesa passiva delle decisioni dei governi, ma deve nascere dal basso, come forma di resistenza diffusa e creativa.

Questo pacifismo non si limita alla denuncia né si affida alla speranza di trattati internazionali. È, piuttosto, una diversa maniera di abitare il mondo, di scegliere come vivere e con chi. È fatto di gesti semplici ma profondi: camminare per esserci, parlare per costruire ponti, abitare i linguaggi con cura. È il rifiuto attivo della retorica bellica — quella della "guerra giusta", della "difesa", dell’"intervento necessario", della "deterrenza nucleare" — e l’apertura a nuove parole: convivenza, ascolto, disarmo, cura.

La pace come pratica e resistenza

La pace, in questo senso, non è una strategia di potere, ma una tattica del quotidiano. Si fa nelle piazze, nelle scuole, nelle parrocchie, nei mercati. Si costruisce nei corpi che resistono alla violenza normalizzata, nei gesti che interrompono la logica dell’odio, nei legami che ricuciono lo strappo della solitudine sociale. È una forma di diserzione, prima ancora che di protesta.

Disertare non significa fuggire. Significa rifiutare l’immaginario bellico, il culto della forza, la competitività come unica legge sociale. Significa scegliere, ogni giorno, la cooperazione, l’ascolto, la solidarietà. Anche quando costa. Anche quando sembra inutile.

È anche una pratica del linguaggio: educare a nominare i conflitti senza aggredire, raccontare storie di convivenza invece che di scontro, mostrare che un’altra realtà è possibile. Le parole non sono neutre: possono uccidere o guarire, ferire o riconciliare.

Una spiritualità incarnata

Ma questo pacifismo è anche spiritualità incarnata, non come rifugio individuale, ma come forza collettiva che abita i corpi e le relazioni. È cura contro la ferita sistemica, è lentezza contro la frenesia produttiva, è accoglienza contro l’esclusione. È l’arte di vivere con altri senza dominarli, senza annullarli.

Raccontare la pace

Infine, questo pacifismo è narrazione. Per cambiare il mondo serve un altro racconto, una nuova immaginazione del possibile. Raccontare la pace, mostrarla, farla desiderare è già un atto di trasformazione. Una rivoluzione silenziosa fatta di storie minori ma potenti, capaci di incrinare l’apparente inevitabilità della guerra.

La pace non si annuncia, si pratica. Si costruisce. Si cammina. Giorno dopo giorno. Anche oggi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *