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Quando il carnefice diventa padre, eroe, vittima

Mladic

Srebrenica, Ana, Mladić: che cosa accade a una società quando la verità non può ancora essere guardata?
Riflessioni sul generale Mladic, i funerali solenni che gli sono stati tributati. E riflessioni anche sulle elezioni in Sassonia Anthalt, su Italia, Europa e dintorni.

 

 

 

C’è un dramma nel dramma, nel dramma, nel dramma, nel dramma. C’è il dramma di Ana, la figlia prediletta di Ratko Mladić, che il 24 marzo 1994 a 23 anni si tolse la vita con la pistola che il padre le aveva regalato. C’è il dramma di un padre che non seppe — o non volle — guardare fino in fondo ciò che aveva fatto. C’è il dramma di Srebrenica, degli oltre ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi sistematicamente uccisi, delle famiglie spezzate, delle madri rimaste senza figli, delle vite deportate, delle memorie senza pace.

E c’è, infine, il dramma di una società che, invece di attraversare la verità, può scegliere di trasformare il carnefice in vittima e la vittima in colpevole. Il dramma di una nazione che ha rinunciato a fare verità della propria storia. E il dramma interpella questa nostra Europa. Mi trovo davanti a qualcosa che non riesco a sciogliere e neppure legare con una condanna. Posso soltanto sostare davanti alla domanda.

 La morte della figlia e la morte del padre

Non sappiamo che cosa passò realmente nella coscienza di Ana. Sarebbe scorretto trasformare il suo suicidio in una spiegazione psicologica certa. Sappiamo però il simbolo terribile di quella storia: lo shock della figlia quando dietro la maschera scopre qual è il volto del padre: non più l'eroe, ma l'uomo che ha partecipato alla produzione dell'orrore.

"Cuore di babbo. Luce dei miei occhi. Vita mia». Pure i criminali sanno dire queste cose". Papà Ratko le diceva alla sua Ana. La più grande. La preferita. La chiamava figlio mio, come s'usa nelle Krajine. Figlio anche se era una figlia, perché in certi mondi non c'è modo migliore d'amare una primogenita che considerarla un maschio. La pistola che avrebbe dovuto rappresentare una continuità familiare — la stirpe, il padre, il futuro figlio — diventa lo strumento della propria morte.

È come se, nel gesto di Ana, morisse anche l'immagine del padre. Non necessariamente il padre reale, che continua a vivere; ma quel padre idealizzato, amato, identificante, dentro il quale una figlia aveva costruito una parte di sé.

Forse qui si apre una delle domande più dolorose dell'antropologia morale: che cosa accade a un figlio quando la verità sul padre rende impossibile continuare ad amarlo come prima e impossibile, nello stesso tempo, smettere di essere suo figlio? Diviene qualcosa di insostenibile e di intollerabile sì da togliersi la vita?

Le colpe dei padri non sono biologicamente ereditarie. Ma possono diventare un'eredità simbolica, affettiva, identitaria. E allora il figlio può trovarsi davanti a un bivio terribile: negare il padre oppure rinnegarlo.

 Quando il padre rifiuta di morire nella verità

Ratko Mladić non riconobbe il suicidio della figlia come verità su di sé. Continuò a parlare di “omicidio”, rifiutando quella nominazione che avrebbe potuto aprire, almeno simbolicamente, uno spazio di responsabilità. Mladić scatenò la sua furia e sete di vendetta sulla città di Goražde - allora dichiarata "zona protetta" dall'ONU- pochi giorni dopo, nell'aprile 1994. La folle vendetta si consumò nell’inganno e abbandono della popolazione, con il genocidio di Srebrenica, iniziato l'11 luglio 1995.

Qui la questione non è soltanto giudiziaria. Il Tribunale dell'Aja ha accertato responsabilità precise: nel 2017 Mladić è stato condannato all'ergastolo per genocidio a Srebrenica, crimini contro l'umanità e crimini di guerra. La giustizia penale con una sentenza può dire: questo è accaduto, questa è la responsabilità, questa è la colpa.

La riparazione pone una domanda ulteriore: che cosa facciamo di questa verità, dopo averla riconosciuta? Perché se il colpevole rifiuta la verità, la vittima resta sola con essa. E se una comunità rifiuta quella verità, il trauma non finisce: cambia forma.

 La seconda vittimizzazione: quando la memoria viene nuovamente ferita

A Srebrenica le vittime furono uccise. Poi furono disperse. Poi dovettero essere riconosciute, sepolte, ricomposte nella memoria. E oggi possono essere nuovamente vittimizzate quando l'uomo riconosciuto responsabile del genocidio viene pubblicamente trasformato in un eroe nazionale.

È questa la seconda, e forse la terza, vittimizzazione: non soltanto aver subito la violenza, ma dover assistere alla cancellazione del significato di ciò che si è subito. Il dolore viene relativizzato. La responsabilità viene negata e reinterpretata. Il carnefice diventa patriota.

La vittima diventa strumento di una presunta propaganda contro la nazione. È un rovesciamento morale potentissimo: la vittima deve continuare a dimostrare di essere vittima, mentre il carnefice viene riabilitato come vittima della storia.

Vittime, vittimismo, negazionismo

Qui occorre distinguere. Una comunità può avere subito sofferenze reali senza che quelle sofferenze autorizzino a negare quelle inflitte ad altri. La memoria può essere dolorosa senza diventare assoluzione.

Il senso di essere stati vittime può essere autentico; il vittimismo politico, invece, può diventare una tecnologia dell'identità. È attraverso questa trasformazione che il “noi siamo stati feriti” può diventare “per questo tutto ci è consentito”.

E allora il dolore non conduce alla responsabilità, ma all'autoassoluzione. Il nazionalismo costruisce così un rifugio: ci protegge dalla complessità, ci consegna un colpevole, ci restituisce un'immagine pura e allo stesso tempo distorta di noi stessi. Noi vittime. Noi innocenti. Noi assediati. Noi autorizzati a difenderci. È precisamente qui che la memoria smette di essere memoria e diventa propaganda.

Il funerale: quando la morte diventa una seconda nascita

Al termine delle udienze al Tribunale dell’Aja, mentre lo riportavano in cella volgeva la testa alla delegazione delle madri di Srebrenica in aula portandosi il pollice al collo nel segno del “vi taglio la gola”. Questo era Ratko Mladic. Le immagini del funerale di Mladić sono inquietanti non semplicemente perché migliaia di persone hanno voluto salutarlo. Il problema è ciò che la scena pubblica può significare: la trasformazione simbolica di un uomo condannato per genocidio in figura eroica e patriottica.

Mladic è morto il 27 agosto, all'età di 84 anni. La cosa che dà da pensare non è che Mladić venga pianto, è che venga celebrato per ciò che rappresenta. Il 7 settembre 2026 a Belgrado si sono svolte cerimonie con onori militari e una forte presenza di sostenitori, veterani e rappresentanti politici; la Chiesa ortodossa serba ha partecipato alla cerimonia, mentre l'Unione Europea ha condannato la glorificazione di un criminale di guerra. Che cosa stava realmente venendo sepolto quel giorno? Un uomo? O la possibilità stessa di una verità condivisa?

Il numero di circa 8.000 partecipanti riportato da fonti serbe filo-governative — se confermato indipendentemente — produce inevitabilmente un'associazione simbolica con gli oltre 8.000 uomini e ragazzi uccisi a Srebrenica. Ma non dobbiamo forzare il simbolo. La domanda più importante è un'altra: come può una società arrivare a celebrare un uomo associato giudiziariamente a uno dei più gravi crimini commessi in Europa dopo la Seconda guerra mondiale?

 Il contrario della riconciliazione

La riconciliazione non significa mettere sullo stesso piano vittime e carnefici. Non significa dimenticare. Non significa chiedere alla vittima di “andare oltre”. La riconciliazione comincia quando una comunità accetta di attraversare la propria dolorosa verità anche quando quella verità ferisce l'immagine che ha di sé. Per questo Srebrenica continua a interrogare la Serbia, la Bosnia, i Balcani e l'Europa.

Un processo di verità e riconciliazione non può essere costruito sulla rimozione, sul negazionismo, revisionismo storico. Quando la verità viene negata, la ferita non viene chiusa: viene trasmessa. Di generazione in generazione. Come una colpa che nessuno vuole assumere e che proprio per questo continua a cercare un corpo nel quale incarnarsi.

 La lezione del Kosovo: ascoltare prima di riparare

Chi lavora con il trauma collettivo impara presto che non basta raccogliere testimonianze. Nel Kosovo, l'ascolto delle persone sopravvissute alla detenzione, alla tortura e alla persecuzione mostrava anche il trauma di chi ascoltava.

L'orrore degli altri entra nel corpo di chi lo raccoglie. Può diventare rabbia, impotenza, insonnia, anestesia, bisogno di agire senza sosta. Ma può anche diventare qualcosa di diverso: uno spazio nel quale la sofferenza finalmente trova qualcuno disposto a riconoscerla.

“Non essere ascoltati porta alla follia”: questa intuizione attribuita a Dori Laub, sopravvissuto alla Shoah e psicoanalista, dice qualcosa di essenziale anche sulla giustizia riparativa. Ascoltare non significa semplicemente raccogliere informazioni. Significa restituire all'altro la dignità di essere soggetto della propria storia. E questo vale anche per le comunità.

Una nazione traumatizzata ha bisogno non soltanto di ricostruire strade, istituzioni ed economie. Ha bisogno di poter tornare a raccontare sé stessa senza mentire a sé stessa.

Dai Balcani all'Europa

È difficile guardare Belgrado e non guardare anche l'Europa. Le guerre jugoslave degli anni Novanta non furono soltanto una tragedia balcanica “lontana”. Furono anche uno dei luoghi nei quali l'Europa mostrò la propria difficoltà a riconoscere tempestivamente la violenza nazionalista, la propaganda, la disumanizzazione dell'altro e il ritorno della guerra nel proprio continente.

Srebrenica dovrebbe rimanere una soglia invalicabile. Invece oggi vediamo riemergere, in forme diverse, alcune delle stesse strutture emotive: paura, risentimento, nostalgia identitaria, ricerca del capro espiatorio, costruzione di un “popolo vero” contrapposto a nemici interni ed esterni.

Il voto dell’altro ieri in Sassonia-Anhalt, dove l'AfD ha ottenuto circa il 44% dei voti, non è Srebrenica e non può essere meccanicamente assimilato al nazionalismo serbo degli anni Novanta. Sarebbe una scorciatoia storicamente ingiusta. Ma è un segnale europeo che non possiamo ignorare: una parte significativa dell'elettorato può essere mobilitata attraverso paure, risentimenti, identità minacciate e promesse di restaurazione.

Il punto non è dire: “sta tornando il passato”. Il punto è chiederci dopo più di trent’anni dai crimini nei Balcani: quali meccanismi del passato stiamo nuovamente rendendo socialmente accettabili?

E noi, in Italia?

Non possiamo osservare Belgrado come se riguardasse soltanto “gli altri”. L'Italia non è immune dalla tentazione di trasformare la memoria in appartenenza, la vittima in identità politica, il dolore in strumento di consenso, la storia in un arsenale dal quale selezionare soltanto ciò che ci assolve. Anche noi abbiamo memorie divise. Abbiamo vittime diverse, narrazioni concorrenti, ferite familiari, comunitarie e politiche che spesso non riescono a incontrarsi.

La domanda della giustizia riparativa non è: chi ha ragione nella memoria? È più radicale: siamo capaci di costruire uno spazio nel quale la memoria dell'altro non debba essere cancellata perché la nostra possa esistere?

Il filo rosso: dallodio alla verità, dalla verità alla riparazione 

C’è un filo che unisce Ana, Mladić, Srebrenica, il Kosovo, Belgrado e l'Europa? L'impossibilità di vivere a lungo contro la verità. Un individuo può negare. Una famiglia può negare. Una comunità può negare. Una nazione può negare. Ma la verità rimossa non scompare. Si ripresenta e si trasforma. Può diventare depressione. Può diventare suicidio. Può diventare rancore. Può diventare nazionalismo. Può diventare propaganda. Può diventare odio trasmesso ai figli.

La giustizia riparativa nasce, in fondo, dalla scommessa opposta: che la verità, quando può essere detta e ascoltata in uno spazio sufficientemente sicuro, non debba necessariamente generare altra violenza. Ma per questo occorre qualcuno disposto ad ascoltare. Qualcuno disposto a riconoscere. Qualcuno disposto a rinunciare all'autoassoluzione. E qualcuno disposto a dire, anche quando costa: questo è accaduto. Queste sono state le vittime. Questa è stata la responsabilità. Questa è la nostra parte di storia.

La domanda che rimane

La domanda davanti alla quale restiamo impotenti, ma non necessariamente inermi: che cosa accade a un figlio quando il padre non riesce a riconoscere ciò che ha fatto? E, allargando lo sguardo: che cosa accade a un popolo quando non riesce a riconoscere ciò che è stato fatto in suo nome? E infine: che cosa accade all'Europa quando comincia a dimenticare perché aveva promesso a sé stessa: “mai più”?

Non abbiamo bisogno di nuovi eroi. Abbiamo bisogno di società capaci di reggere il peso della propria verità senza trasformarla in odio. Perché la verità, la giustizia e la pace non cominciano quando smettiamo di combattere. Forse comincia quando smettiamo di mentire su ciò che abbiamo fatto.

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