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La regressione dalla difesa alla vendetta

violenza

Si avverte uno strano gusto della vendetta aldilà delle molte discussioni sul caso Roggero e di alcune trovate di Trump e amici. E non ci si accorge che si sta rischiando un lento ritorno dal mondo dove regna la forza della legge a un mondo dove potrebbe regnare la legge della forza.

 

 

Nel Vangelo. Dall’”occhio per occhio, dente per dente”, al porgere l’altra guancia

Mi pareva che un tempo la gente comune – e in essa i fedeli cristiani – provasse un certo disagio quando leggeva nella Bibbia: “Se uno avrà fatto una lesione al suo prossimo, gli sarà fatto come egli ha fatto: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatto all'altro (Lv. 24,19-20).

Ma come? Cavare un occhio? Spezzare un dente? Che religione è? Questa è la legge del taglione, che si trova nell’Antico Testamento come nel codice babilonese di Hammurabi (del sec.XVIII a.C.).

Ad essa Gesù aveva reagito proponendo la logica del Regno: “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra” (Mt 5,38-39).

E questo ci pareva fin troppo. È la legge della perfezione cristiana, che non è trasposta direttamente nei codici della giustizia terrena, perché deve tener conto di tanti diversi convincimenti e della costante “dura cervice” dell’umanità, che, anche quando ama dirsi cristiana, va pazientemente educata con una legge progressivamente approssimata, che comunque sarà sempre imperfetta rispetto alla legge del Regno.

Se la legge del taglione ci fa magari ancora ribrezzo con quei particolari anatomici sanguinolenti, dobbiamo sapere che essa ha segnato l’avvento aurorale del principio giuridico della proporzionalità della pena, affermando: ‘punisci nella misura in cui sei stato colpito; ma non andare oltre’.

Oggi. Dall’”occhio per occhio, dente per dente” al ritorno della vendetta

Oggi, che ci sembriamo più evoluti, vogliamo che si ritorni più indietro, come dimostrano le reazioni emotive anche di tanti buoni cristiani delle nostre terre nella vicenda del gioielliere Roggero. Siamo propensi a dare licenza di uccidere non solo uno che ci minaccia di morte, ma uno che ci ha fatto un qualche torto, magari nella “roba”.

Visto che sullo stesso Caino fratricida Dio ha posto il divieto di assassinarlo, sarà ancora lecito a qualcuno, in questa società materializzata che dà lo stesso valore alla vita e alla roba, proclamare, senza essere deriso o vituperato, che la vita umana, anche quella del ladro e del delinquente, vale di più della roba rubata anche all’onesto? E che alla giusta rabbia dell’offeso va posto un limite, anche magari eliminato quello sprone alla vendetta che è la proliferazione delle armi, che ci mette in tentazione di usarle sotto rabbia?

Ancora oggi. Il tentativo di scardinare l’antico equilibrio del taglione

Eppure quell’antico principio di proporzionalità si vuole nell’Italia moderna scardinare  (e non nel “civile” dove per lo più si bilancia roba con roba, ma nel “penale” dove roba spesso si confronta con vita) mediante tre strumenti di diverso senso e impatto giuridico:  1. La proposta di grazia; 2. la liberalizzazione della cosiddetta legittima difesa; 3. La candidatura politica a copertura del condannato.

Il terzo è uno strumento politico, extragiudiziario. Non privo attualmente di vincoli, perché si può usare casomai in via preventiva, per sottrarre il soggetto ad un futuro giudizio di condanna (e così è stato usato abnormemente nel periodo berlusconiano, e non solo), ma mai per scarcerare un condannato per reato grave che sta scontando pena, e per questo non può essere eleggibile, in quanto indegno di rappresentare il popolo e la legge che ha violato.

La grazia non cancella la colpa ma solo una parte della pena

Anche il primo è uno strumento previsto e soggiace ad un percorso: la grazia si dà ad un colpevole che sta scontando una pena definitiva e che si riconosce colpevole e si è ravveduto del danno compiuto e chiede non una dichiarazione di incolpevolezza (che è già stata respinta nei processi), ma la clemenza dell’esenzione dalla pena per ragioni extragiudiziarie, di solito di tipo umanitario. La grazia non annulla, insomma, la colpa, ma la pena; non può essere una pretesa, ma una concessione per casi umani eccezionali; non può essere un quarto grado di giudizio.

Non ci soffermeremo su queste due vie che meriterebbero più ampia discussione. È indubbio che la strada strutturalmente e culturalmente più pericolosa è la seconda che può ampliare strutturalmente la legittima difesa fino al diritto di vendetta privata. Che però nessuno si sogna di concedere a soggetti poco rilevanti o a popoli subalterni che vogliamo ribellarsi alla ingiustizie subite, come in tanti casi di cronaca in cui si invoca il pugno duro o di buttar via la chiave per i derelitti o come nel caso del popolo palestinese.

Nella moderna “polis” soltanto la legge blocca le faide

 Il passaggio dalla logica della punizione privata a quello della pena pubblica nella storia dell’umanità è stato di capitale importanza perché è coinciso con la nascita della polis (città-Stato). La città, da quella biblica fondata da Caino a quella storica della polis greca, è nata dalla volontà di interrompere con l’oggettività della legge comune le faide omicidarie dei clan famigliari e tribali che, pretendendo di farsi giustizia e di esercitare in proprio il diritto di sanzione, perpetuavano una catena senza fine di torto e vendetta. La città nasce proprio assumendosi il diritto di punizione e blocca con la razionalità della legge il meccanismo emotivo della vendetta di sangue, che si aprirebbe all’infinito.

Noi oggi rischiamo di cadere per via legale nella logica della faida che è punizione senza senso del limite. La stiamo già sperimentando nella logica trumpiana della milizia privata (o pubblica privatizzata) per garantire l’ordine, che può arrivare alla privatizzazione dello Stato e magari, prima o poi, al crimine dei desaparecidos.

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