L'indifferenza opera passivamente, ma opera. Si fatica a sentire l'altro, il tempo si congela e non nasce più la lotta e il confronto con il male. Urge la nascita di una generazione di "ritessitori"
Una malattia morale che può diventare mortale
“L’indifferenza è il peso morto della storia (…) è la materia inerte (…) opera passivamente, ma opera” scrive un giovanissimo Antonio Gramsci su La città futura.[1] Opera nella profondità delle interiorità delle persone “come malattia morale che può essere anche una malattia mortale”.
Liliana Segre in questi anni lo ha spesso ripetuto: “l’indifferenza racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice”.[2] Senza sentire, senza moti di rimpianto, di indignazione, di speranza o di pietà. Coscienza vuota: l’attrattiva del mondo, del tempo, e del vivere, dell’altro sono perdute.[3]
Gli anni della morte del prossimo
L’indifferenza congela il tempo: non sentire l’altro, e non (voler) sentire altro di sé, non fa più attendere, non fa trovare, non fa scoprire. I momenti, i giorni diventano grigi, come una palude. Non c’è evento se non cogli ciò che geme o che freme nei corpi, nelle persone. In te stesso. Come si può essere mossi a salvare l’umano dalla disumanizzazione?
Qualcuno sta chiamando questi “gli anni della morte del prossimo”, certo sono anni di una ostentazione diffusa di autosufficienza e di autoreferenzialità, a volte cinica e irresponsabile. Nella quale anche la libertà finisce estenuata e persa.
C’è una annotazione semplice e profonda della Laudato si’ (49): “tanti professionisti, opinionisti, mezzi di comunicazione e centri di potere [potremmo aggiungere: università, centri di ricerca, luoghi di rappresentanza, di governo e progettazione sociale nda.] sono ubicati lontano (…) dagli esclusi, in aree urbane senza contatto diretto con i loro problemi.
Vivono e riflettono a partire dalle comodità di (…) qualità della vita che non sono alla portata della maggior parte della popolazione mondiale. Questa mancanza di contatto fisico e di incontro (…) aiuta a cauterizzare la coscienza e a ignorare parte della realtà, in analisi parziali”. Culture specialistiche, ricerca universitaria, competenze ed abilità perdono pertinenza e divengono indifferenti, autosufficienti ed autoreferenziali. Vedono e passano oltre.
Si giustifica tutto
Da questo non nasce più la lotta e il confronto con il male, non origina più il desiderio e la ricerca del bene, e neppure l’amore per il reale. L’indifferenza promuove continuamente giustificazioni e disimpegno morale, mette tra parentesi le nostre ombre.
Solo quando osiamo l’incontro, lo sguardo, scopriamo che possiamo reggere l’ombra, ed anche la nostra piccolezza, le nostre contraddizioni. Che forse siamo maturi per la speranza, che possiamo guardare la notte per come si presenta.
Possiamo sentire il richiamo “sentinella quanto resta della notte?” (Isaia, 21,11) e farci monaci custodi della speranza del mondo, e che serbano nel profondo l’attesa dell’alba. Anche un po’ di luce: cercano il nuovo, ciò che nasce, che riapre il tempo.
Provare a essere una generazione di riparatori
Matte, che "si è accorto" di essere "da una parte", ha scoperto che svegliarsi domani può essere provare a stare dentro quella grande contraddizione, lui e la sua generazione, per provare ad essere una ”generazione di riparatori” (come dice l’amico Mauro Magatti). Riparatori nel senso del repair inglese, della restorative justice: rigeneratori di vita oltre l’offesa.
Di vita non più innocente, ma ancora buona e giusta. Ritessitori: è bello quando una generazione scopre il senso della sua vocazione nel suo tempo. È prezioso ed è oggi difficilissimo per la generazione di giovani che sta crescendo, perché per farlo devono avere attorno degli adulti che ci credono, e che sono credibili.
Ricordiamo qui Maria Zambrano, ma anche Julia Kristeva quando parlano del “bisogno di credere”: sì, la cura della vita riporta al bisogno di credere ed alla possibilità di affidarsi.
[1] A. Gramsci, La città futura, febbraio 2017
[2] L. Segre, Il male dell’indifferenza, www.raicultura.it, 2019/01
[3] F. Rella, Figure del male, Feltrinelli, Milano, 2002