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Il miglior sindaco del 2025? Non c’è. Per uno strano motivo: insufficiente la lotta alla povertà

poveri homeless

 

Non si sono sviluppati modelli efficaci per combattere la povertà. E quindi si è deciso di non precisare nessun sindaco come il migliore. Occasione per ripensare alcuni dati relativi a poveri e povertà. Impressionanti

 

 

Con un laconico comunicato, Tom von Hove, senior fellow della City Mayors Foundation, ha recentemente reso noto che il premio di miglior sindaco dell’anno (World Mayor Prize) per il 2025 non sarà assegnato.

Ad avviso della associazione filantropica londinese non solo il numero di candidature è stato significativamente inferiore agli anni passati ma «La risposta pubblica al problema della povertà non ha soddisfatto le nostre aspettative. Salvo poche eccezioni» prosegue il comunicato «nessuno dei sindaci nominati per il Word Mayor Prize ha, a nostro avviso, sviluppato un modello convincente per combattere la povertà nelle proprie comunità.»

Ci sono molte forme di povertà

Le analisi svolte sia dai sociologi, sia dagli operatori del settore (in primis le organizzazioni di volontariato), sia dagli organismi internazionali, hanno ormai da tempo indentificato diverse e specifiche forme di povertà.

Se un tempo ci si concentrava sulla povertà economica, intesa come reddito insufficiente per condure una vita dignitosa, oggi sono oggetto di studio e di intervento forme più articolare e non meno dolorose di povertà. Pensiamo alla povertà detta “multidimensionale”, ossia derivante dalla mancanza di capacità e abilità fondamentali dovute a carenza di istruzione e formazione professionale, condizione di salute (es. portatori di invalidità), esclusione sociale, fattori spesso che si sommano e si intrecciano tra di loro e impediscono di uscire dallo stato di privazione. Così pure la povertà infantile, ossia di minori carenti di relazioni familiari stabili che, accompagnate dalla povertà economica, ne compromettono la crescita e lo sviluppo della personalità.

Non dobbiamo neppure dimenticare forme di povertà che, seppure non segnata dal disagio economico, non sono perciò meno gravi: pensiamo in particolare alla solitudine e alla emarginazione di anziani e malati.

Qualche dato sui senza fissa dimora

Secondo i dati Istat in Italia i senza fissa dimora si stimano tra i 55.000 e i 96.000 (a seconda delle fonti e delle modalità di rilevazione). Le statistiche pubblicate dal Comune di Milano registrano la presenza in città di circa 2.400 senza fissa dimora, di cui i tre quarti di origine straniera e, purtroppo, nella maggior parte dei casi di età inferiore ai 45 anni; il 65% degli stranieri non ha un permesso di soggiorno; non pochi i casi di passate esperienze di dipendenze (alcol, droga) o problemi con la giustizia.

In tale contesto, peraltro, l’Italia si colloca tra i paesi più virtuosi e sensibilmente al di sotto dei Paesi vicini: i dati forniti dal Consiglio d’Europa evidenziano la presenza negli stati aderenti di circa un 1.300.000 senza fissa dimora: purtroppo il numero è destinato a crescere, cifre peraltro lontane dal contesto americano: la sola California con meno di 40 milioni di abitanti conta oltre 180.000 homeless.

Difficile intervenire

La mancata attribuzione del premio come miglior sindaco del mondo per l'impegno nella lotta alla povertà della City Mayors Foundation evidenzia quanto sia complesso e impegnativo intervenire in modo efficace su tali problematiche, e certamente non solo in Italia.

Se alcune forme di povertà - ad esempio basso reddito di persone anziane - posso essere affrontate quanto meno attraverso sussidi economici. Altre forme richiedono sforzi non indifferenti e spesso di non facile realizzazione: pensiamo alla povertà educativa, alla carenza di formazione professionale, ai fenomeni di emarginazione e isolamento.

Il lavoro dei volontari e delle organizzazioni dedicate, come la Caritas o i Cappuccini, è immenso ma tuttavia non basta: ogni forma di povertà richiede uno specifico programma di intervento che solo in parte può essere svolto da persone e soggetti che si distinguono per generosità, ma altri richiedono impegnativi investimenti, strutture, risorse, competenze, interventi legislativi.

La povertà e la cultura dello scarto

Papa Francesco ha denunciato con forza la "cultura dello scarto" figlia dell'individualismo e del liberismo, ossia quel un fenomeno sociale, culturale ed economico che marginalizza e considera "rifiuti" le persone ritenute non produttive o non conformi ai criteri di profitto, come i poveri, i malati, gli anziani, i disabili e i bambini non desiderati, esortando a sostituirla con una “cultura dell'accoglienza”, della fraternità e della tenerezza, basata sulla dignità intrinseca di ogni vita umana e sull'economia che cura l'uomo, non lo scarta.

L’impegno a cui siamo chiamati

La complessità e la dimensione del fenomeno della povertà può far nascere la tentazione di cadere nella disillusione, nello sconforto o nella rassegnazione, per non dire nell’indifferenza.

Ma non può e non deve essere così: dobbiamo essere consapevoli che, ciascuno di noi, secondo le proprie possibilità e sensibilità, insieme ai tanti dal cuore aperto, a tanti livelli, può fare molto perché anche il più semplice degli interventi può salvare una persona, dare un futuro a chi futuro non ha, accendere una luce dove domina il buio, nella speranza che “nulla andrà perduto”.

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Gervasoni

1 commento

  1. Aggiungo una riflessione sulla tua conclusione perché quello che dici è giusto: non bisogna demordere, anzi bisogna fare di più. Quello che però emerge dall’articolo è che c’è un grosso problema oggi istituzionale ad affrontare la povertà, cioè che le istituzioni faticano a trovare strumenti e metodologie per contrastare il fenomeno della povertà. Ma questo dovrebbe richiedere e far presente quanto invece sia ancora più urgente la necessità di trovare delle formule che siano (come le abbiamo sempre definite noi nei nostri movimenti) mutualistiche. Quando fondammo Le brigate volontarie per l’emergenza il nostro motto fu “solo il popolo aiuta il popolo” ma non voleva solo essere una critica nei confronti dell’assenza delle istituzioni nel periodo del covid, voleva anche essere una presa di consapevolezza di come il mutualismo inteso come pratica solidale sia una necessità e uno strumento nelle mani di chiunque.
    L’esperienza poi più bella mia personale personale, tra le tante che come sai ho avuto, è stata forse quella di dell’alluvione di Faenza perché lì è stata veramente una risposta congiunta fra istituzioni e popolazioni, venivano da tutta Italia giovani che dicevano “non ci accontentiamo dell’aiuto istituzionale ma ci armiamo della nostra arma più forte che è quella della solidarietà condivisa”. Mi torna sempre in mente un episodio nel quale un signore alla quale avevamo pulito casa ci ringraziò e io gli dissi “prego avresti fatto lo stesso” e lui mi rispose “No, io non non avrei mai fatto una cosa del genere perché non sono mai stato una persona particolarmente attenta agli altri, adesso che ho beneficiato della solidarietà, sicuramente in un futuro lo farò”. Quindi il tema qua è proprio riflettere non solo sulla possibilità ma anche sulla necessità da parte del popolo di colmare delle lacune istituzionali che per forza di cose esistono

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