È facile, dall’ufficio del Ministero dell’Istruzione e del Merito, annunciare “Fuori i cellulari dalle aule” e poi continuare, dalla scrivania, a governare nella convinzione di aver risolto il problema. Le parole del ministro non si traducono per magia in azione
Un diktat dalla stanza dei bottoni non basta
La patata bollente ora è passata nelle mani delle scuole superiori, dei loro dirigenti e degli insegnanti che, con creatività unita a senso pratico e a realismo, devono escogitare le prassi più adatte per far sì che le direttive vengano applicate.
Certo, perché non stiamo parlando di macchinine o robot ai quali si dà un comando ed esse/essi lo eseguono passivamente. In questa faccenda ci sono di mezzo gli adolescenti che, a ragione o a torto, identificano nel cellulare uno status symbol della loro condizione precaria e mutevole, vivono il loro smartphone come uno strumento e uno spazio di libertà e autonomia, di identità e, perché no, di anonima protesta. Come si può allora ingenuamente credere che basti un diktat dalla stanza dei bottoni per far spegnere tutti i cellulari di tutti gli studenti di tutte le scuole del regno?
La parola alle scuole: dialogo o imposizione?
Ora, come dicevo, tocca ai collegi docenti trovare le modalità più efficaci per dare attuazione all’ordinanza del ministro. Ed ecco: si aprono due strade opposte, quella dell’imposizione e relative punizioni per i trasgressori, oppure quella del dialogo e del confronto. Il problema, dunque, non sta tanto nel contenitore dove collocare i cellulari quando si entra in aula (armadietti per le scuole più danarose, quasi tutte private, oppure tasche appese al muro o semplici scatoloni sulla cattedra o altre diavolerie). Non sta nemmeno nella definizione di tempi rigidi in cui gli studenti possono o non possono utilizzare i loro smartphone (intervallo sì o no? viaggio d’istruzione sì o no? trasferimenti dalle aule alle palestre sì o no?). Il vero problema è la modalità con cui concordare con gli studenti l’impiego corretto dei loro telefonini.
Il confronto è sempre meglio
Ho saputo di scuole che già hanno definito e rese pubbliche le sanzioni per i trasgressori (dal richiamo alla nota a registro al sequestro dello strumento – siamo sicuri che sia lecito? – alla sospensione nei casi di recidiva). Io mi allineo a ciò che ha dichiarato a un quotidiano nazionale una preside di un liceo di Napoli la quale, spero e credo interpretando il sentire di molti suoi colleghi dirigenti, ha affermato che non ricorrerà ad alcuna sanzione ma cercherà di aiutare i suoi studenti ad accettare l’idea che si può sopravvivere una mattinata intera senza il cellulare.
Questa, ritengo, sia l’unica strada sensata, certamente più lunga e tortuosa, ma sensata: confrontarsi, discutere, ragionare, coinvolgere le rappresentanze studentesche e dei genitori e, giorno dopo giorno, far maturare la convinzione dell’opportunità della rinuncia a vantaggio di una più costante concentrazione, di una maggiore socializzazione e di minori rischi per tutti.
Anche gli insegnanti devono rinunciare al cellulare
Dimenticavo una precisazione essenziale: i primi a rinunciare all’utilizzo del cellulare a scuola dovranno essere gli educatori degli studenti, ovvero i loro docenti. Anche costoro nei cambi dell’ora o nelle ore libere saranno chiamati a tenere in tasca lo smartphone e a dedicarsi ad altro, perché, se è legge, lo è per tutti, grandi e piccini. Anche le famiglie dovranno impegnarsi per favorire in casa un impiego più controllato dei device, svolgendo in alleanza con la scuola il loro imprescindibile ruolo educativo.
Ci vorrà molto tempo? Ne sono certo. Ma con la pazienza e la costanza che appartiene all’educatore saggio e tollerante nella sua fermezza i risultati arriveranno. Del resto, se ci si pensa, anche il divieto di fumo a scuola è stato imposto all’inizio con sanzioni e multe (con scarsi risultati peraltro) ed è diventato una conquista reale soltanto quando si è compreso che la rinuncia alla sigaretta è un bene prezioso per sé e per gli altri.
Non illudiamoci: qualcuno che si nasconde ancora in un angolo remoto del cortile a fumare c’è, lo sappiamo bene. Quindi, in futuro ci sarà chi proverà a fare il furbo col proprio smartphone, ma sarà considerato una mosca bianca, verso la quale tutti, adulti e giovani, si rivolgeranno con un sorriso di benevolo rimprovero e di paziente tolleranza.