Il mondo della scuola, i suoi vasti problema e le sue enormi responsabilità. Lucio Sisana vi ha passato tutta la sua vita. Da oggi inizia la sua collaborazione con labarcaeilmare. Lo ringraziamo per aver accettato. L'articolo tocca il tema scottante e di grande attualità del voto in "condotta"
La severità bilanciata del ministro Valditara
In questi giorni si discute su una delle ultime proposte del ministro Valditara (particolarmente fecondo in queste settimane) relativa al destino delle studentesse e degli studenti italiani della secondaria di secondo grado in base al loro voto di condotta finale: dal sette al dieci si è promossi, con il cinque si è bocciati, con il sei si è obbligati a produrre nel corso dell’estate uno scritto su tematiche di educazione civica.
La logica, chiaramente e inequivocabilmente, è impositiva e repressiva: si vuole punire chi si comporta molto male obbligandolo alla ripetenza, se invece uno non si è comportato troppo male, si vuole che il soggetto rifletta sul suo sbaglio e dia concretezza e sostanza alla sua riflessione.
Il rischio di sbilanciarsi. A destra o a sinistra
Sono sinceramente in difficoltà nell’esprimere un giudizio su questa scelta del ministro; si rischia, oltretutto, di essere classificati di destra o di sinistra in base all’opinione sostenuta, come se bocciare fosse di destra e tollerare o, meglio, invitare alla riflessione fosse di sinistra (in tal senso il ministro sembra aver optato per un mix fra le due posizioni, forse per non fare torto a nessuno, ma sottovalutando come spesso la discriminante fra un sette e un sei o fra un sei e un cinque sia difficilmente definibile).
Ma non ha senso un voto dato al comportamento
A parte questa spinosa questione sul diverso peso e significato di sanzione e dialogo, ciò che mi ha sempre lasciato perplesso e che alla luce di questa nuova proposta ancor più mi sconcerta è la pretesa di definire il comportamento di un adolescente attraverso un voto.
Da uomo di scuola so che la definizione del numero deriva teoricamente dall’applicazione di griglie di valutazione, diverse da scuola a scuola e spesso costruite sul numero di richiami ufficiali, note a registro, sospensioni accumulate nel corso dell’anno. Quindi, se un consiglio di classe è composto da docenti refrattari alle note, si può stare tranquilli perché in condotta si avrà come minimo otto; contrariamente, se i docenti di quel consiglio ritengono la nota a registro uno strumento pratico ed efficace per richiamare chi è fuori posto, al minimo sgarro si rischia la sanzione e quindi una valutazione finale penalizzante.
Questo metodo mi pare francamente poco efficace sul piano educativo, obiettivo al quale la scuola non dovrebbe mai rinunciare, insieme alla formazione e all’istruzione. Catalogare un comportamento in un voto significa trascurare, se non ignorare del tutto, le motivazioni che hanno indotto tale comportamento, fregarsene delle attenuanti, che spesso in età adolescenziale ridimensionano atteggiamenti apparentemente devastanti, ridurre l’azione educativa a una mera cifra che colloca il soggetto nella fascia di competenza e può produrre conseguenze anche estreme, rinunciando in tal modo a un’analisi più attenta e accurata della persona.
Un comportamento non può essere tradotto in un voto; un comportamento va descritto, analizzato e indagato, per poi essere in grado di proporre azioni di correzione e contributi significativi dall’educazione del soggetto.
Il voto semplifica ma le variabili sono innumerevoli
La logica del voto, certo, risponde a un bisogno di praticità e, a detta di molti, di chiarezza: un numero non è interpretabile, veicola immediatamente il messaggio e fa assumere all’istante consapevolezza del livello. Queste finalità sono condivisibili per la valutazione del profitto, in quanto è necessario definire senza equivoci il livello dell’alunno in italiano o in matematica.
Ma il comportamento, specie nei soggetti in formazione, è sottoposto a mille variabili quotidiane, se non persino da un’ora ad un’altra: basta un successo o un insuccesso in una prova, basta una frase di elogio o una parola di disprezzo sfuggita al docente, è sufficiente un gesto di pacificazione oppure una lite in famiglia per gettare il ragazzo nell’euforia o nello sconforto, nella sottomissione o nella ribellione.
Dunque, sono necessarie molta prudenza e misura nel valutare il comportamento, servono sapienza e pazienza nell’accompagnare la persona a rendersi consapevole dei propri sbagli e a trovare le giuste modalità per ripararli; questo processo, delicato e sottile, non può essere riassunto in un numero e nessuno dovrebbe avere la pretesa di poterlo e di saperlo fare.