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A Crans Montana molti ragazzi muoiono. Ma si continua a sciare

sci sciatori inverno

A Crans Montana gli sci non si sono fermati. Con tutti gli sforzi per capire, ci riserviamo il diritto di una qualche forma di tristezza non solo per i morti che se sono andati, ma anche per i vivi che non hanno trovato il tempo per accorgersi di loro

 

 

Nel giorno più spensierato, l’immane tragedia

Il primo gennaio le agenzie di stampa diffondono la terribile notizia di un gravissimo episodio accaduto in una nota località sciistica nella Svizzera francese: una cinquantina i morti accertati, sei dispersi e oltre un centinaio i feriti, di cui alcuni gravi, quasi tutti giovanissimi.

L’incendio si è sviluppato all’una e trenta circa di Capodanno e immediatamente è apparso chiaro che ci si trovava di fronte ad una immane tragedia.

Ora la priorità è trovare i dispersi (vivi o morti) e curare i tanti feriti anche italiani.

Toccherà agli Enti competenti, in primis la magistratura, accertare eventuali responsabilità anche penali, mentre con il passare delle ore emergono nuovi particolari sulla dinamica dell’incidente che fanno temere non essere solo frutto di una tragica casualità.

Il business non può fermarsi

Mi ha molto colpito il fatto che il primo gennaio gli impianti di risalita delle piste di sci di Crans Montana (molto note tra gli appassionati anche per avere ospitato competizioni di rango internazionale), non si sono fermate: tutto è andato avanti come da programma.

Io mi chiedo: ma come è possibile mettersi sugli sci e godermi lo sport quando a pochi metri da me si è consumata una simile disgrazia? Con quale spirito mi posso lanciare felice e contento sulla neve quando un fiume di sangue si è da poche ore riversata sulla terra?

Chi ha prenotato da tempo le vacanze ed acquistato i pass degli impianti preferisce evidentemente non rinunciare alla agognata (e immagino costosa) vacanza in montagna.

E poi c’è un’ulteriore considerazione importante: il business legato al turismo non si può (o no si vuole) fermare proprio nei giorni di massima punta, di altissima stagione, nei giorni di maggiore guadagno per gli operatori del settore.

Ma non è uno schiaffo al doloro dei tanti familiari delle vittime?

La "società liquida” non riesce a costruire relazioni

Posso provare a darmi una risposta pensando a cosa significhi vivere nella “società liquida” teorizzata Zygmunt Bauman (1925-2017) dove l’esperienza individuale e le relazioni sociali sono fragili e segnate da caratteristiche e strutture che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente, in modo vacillante e incerto, fluido e volatile, con uno spiccato individualismo e marcati fenomeni di isolamento e solitudine.

Mentre da una parte si sviluppano fenomeni abnormi di relazioni virtuali tramite i social, dall’altra le relazioni autentiche, di vicinanza, sembrano svanire. Posso solo pensare che i morti e i feriti non fossero minimamente conosciuti dagli intrepidi sciatori, per i quali le vittime dell’incendio non sono altro che numeri lontani, senza volto, vicini sì nello spazio, ma totalmente estranei nella relazione umana.

Il buon samaritano perde tempo

Il cristiano è chiamato a farsi prossimo: il buon samaritano non conosceva e non aveva mai visto prima il povero malcapitato assalito dai briganti, ma «passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui». (Lc 10,30-34)

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