Vorrei proporre a chi segue “La barca e il mare” una riflessione su un tema raramente affrontato: la desocializzazione del lavoro. Si tratta di una questione spesso trascurata nelle analisi sociali e sindacali contemporanee, concentrate quasi esclusivamente su salari, contratti e tutele, ma che è invece fondamentale per comprendere lo stato di salute della nostra società.
La trasformazione del lavoro salariato non riguarda soltanto le condizioni economiche. Tocca qualcosa di più profondo: la progressiva perdita di quei beni sociali minimi che il lavoro, anche nelle sue forme più dure, ha storicamente garantito. Per intere generazioni, il lavoro è stato uno dei principali luoghi di socializzazione: uno spazio in cui si imparava a convivere, a riconoscersi negli altri, a costruire relazioni, a condividere tempo, fatica e persino conflitti. Oggi, quella trama si sta sfilacciando.
La giornata lavorativa che si svuota di relazioni
Chi attraversa i nuovi paesaggi del lavoro lo percepisce chiaramente. Il rider che pedala da un capo all’altro della città non incontra colleghi, non scambia parole, non condivide pause. Il magazziniere segue le istruzioni di un dispositivo elettronico che scandisce ogni movimento, riducendo al minimo ogni possibilità di interazione. L’operatore di un call center automatizzato si confronta più con script predefiniti che con persone reali.
La giornata lavorativa, un tempo fatta anche di relazioni forzate ma autentiche, si è trasformata in una sequenza di compiti individuali, isolati, regolati da algoritmi che non prevedono deviazioni, esitazioni o tempi morti. Tutto è ottimizzato, misurato, controllato.
Tre processi principali hanno accelerato questa trasformazione:
- Il lavoro su piattaforma, che organizza prestazioni e non comunità, trasformando ogni lavoratore in un nodo isolato, una singolarità che esclude anche l’idividualità.
- L’automazione, che considera l’interazione umana un ostacolo e privilegia processi standardizzati.
- Le tecnologie di monitoraggio, che trasformano ogni pausa in una perdita di produttività e ogni conversazione in una deviazione.
Il risultato è un lavoro che non solo espelle la socialità dal tempo lavorativo, ma rende difficile costruirla anche al di fuori di esso. Turni imprevedibili, orari frammentati, disponibilità continua e mobilità costante rendono complicato perfino organizzare una cena o un incontro. La vita sociale diventa un puzzle difficile da ricomporre.
Una solitudine che pesa
Questa solitudine non è un dettaglio marginale né un effetto collaterale inevitabile. È una questione di giustizia sociale. La socialità è un bene essenziale, soprattutto per chi dispone di meno risorse economiche e culturali. È attraverso le relazioni che si costruiscono reti di sostegno, che si trova riconoscimento, che si evita l’isolamento.
Quando il lavoro isola, aumenta la vulnerabilità individuale. E quando cresce la vulnerabilità, si indebolisce anche il tessuto democratico. Una società che accetta la desocializzazione del lavoro finisce per accettare anche la marginalizzazione di intere fasce della popolazione, rendendo più fragili i legami collettivi.
Ripensare il lavoro come spazio sociale
Per questo motivo, sindacati, politica e istituzioni non possono limitarsi a osservare. Devono riconoscere che la socialità è parte integrante della dignità del lavoro. Intervenire significa, ad esempio, regolamentare gli algoritmi che gestiscono turni e prestazioni, limitare le forme invasive di sorveglianza, garantire pause reali e non monitorate, e creare spazi comuni anche nei contesti più automatizzati.
Significa anche riconoscere pienamente i lavoratori delle piattaforme, sostenere forme di cooperazione e non solo di competizione, e promuovere modelli organizzativi che favoriscano l’incontro e lo scambio. Parallelamente, fuori dal lavoro, è necessario investire in spazi pubblici e civici che possano ricostruire ciò che il lavoro non offre più.
Non nostalgia, ma futuro
Non si tratta di nostalgia per un passato che aveva comunque profonde ingiustizie. Si tratta di comprendere che il lavoro è sempre stato, nel bene e nel male, una vera infrastruttura sociale. Quando questa infrastruttura si indebolisce, non perdiamo solo un luogo di produzione, ma un pezzo fondamentale della nostra vita collettiva.
Ricostruire la dimensione sociale del lavoro è quindi una sfida politica, culturale e civile. È un compito urgente, che riguarda tutti: istituzioni, imprese, lavoratori. Perché senza relazioni, anche il lavoro più efficiente rischia di diventare semplicemente un’esperienza vuota.