L'ascesa della destra estrema e dei populismi ci dice qualcosa che non possiamo ignorare: la capacità seduttiva di offrire risposte semplici a problemi complessi. Problemi che chiedono di essere riconosciuti, non negati o rimossi. Ma affrontati nella loro complessità. È ciò che il nostro tempo, e una politica sempre più giocata sul consenso immediato, è poco abituata a fare.
Gli immigrati sono necessari e sono persone
Lo stesso vale per il fenomeno migratorio. Accanto alle paure, che non vanno negate né derise, esiste una realtà che il dibattito pubblico troppo spesso dimentica. Oggi in Italia vivono circa 5,4 milioni di cittadini stranieri. Ma quasi 2 milioni e 90 mila persone residenti in Italia hanno già acquisito la cittadinanza italiana. Nel solo 2024 sono state oltre 217 mila le nuove acquisizioni (dati Istat). Sono numeri che raccontano un processo di integrazione tutt'altro che marginale. E c'è un'altra realtà difficile da ignorare: il nostro sistema produttivo ha bisogno di questa presenza. Nel 2025 le imprese italiane hanno programmato quasi 1,36 milioni di ingressi di lavoratori immigrati, il 23,4% delle entrate complessivamente previste. Sono dati che non risolvono il problema dell'immigrazione. Ma impediscono di raccontarlo come se fosse soltanto un problema.
E qui si apre una contraddizione profonda: abbiamo bisogno di lavoratori stranieri, mentre spesso fatichiamo a riconoscere fino in fondo le persone che quei lavoratori sono. Una persona, però, non vale perché è utile al mercato del lavoro. La dignità viene prima della sua produttività. È dentro questa contraddizione che cresce il populismo. Il venir meno del bene comune, della centralità della persona, della dignità di ciascuno, specie se nelle periferie. Le periferie non sono solo geografia. Sono lo sguardo che la politica ha smesso di posare su chi non produce visibilità, non genera consenso immediato, non porta voti facili. Sono diventate il luogo dove si scarica la colpa, mai il luogo dove si cerca la causa. Chi vive ai margini, economici, sociali, esistenziali, non chiede teorie. Chiede di essere visto. E quando nessuno lo vede, qualcuno arriva a dare un nome alla sua rabbia. Non una risposta. Solo un nome. Ed è già qualcosa, in un tempo di assenze. Il migrante è diventato lo schermo su cui si proietta ogni paura che non osiamo nominare: la paura di perdere il lavoro, l'identità, il futuro, il controllo.
Essere cristiani, quindi uomini
Non è colpa di chi ha paura. È colpa di chi ha smesso di raccontare la realtà, lasciando campo libero a chi la reinventa per governarla. La politica dovrebbe tornare a fare il proprio mestiere: tenere insieme ciò che il consenso immediato tende a separare. La sicurezza e l'accoglienza. I diritti e i doveri. Le esigenze di chi arriva e quelle di chi vive qui da sempre. La necessità di manodopera e la dignità del lavoro. La modernità ha frantumato il “noi” e ha messo al centro l'individuo. Ma quel “noi” non si ricostruisce con un decreto, né con un appello alla solidarietà pronunciato dall'alto. Si ricostruisce restando accanto, fisicamente, concretamente. Dove le vite si toccano davvero, non dove si commentano.
I cristiani hanno una grande responsabilità. Ne sono convinto: non abbiamo la vocazione di avere ragione. Abbiamo la vocazione di restare umani quando tutto spinge a smettere di esserlo. Non è una scelta morale tra le altre. È il modo stesso di essere uomini: riconoscere nell'altro una persona, e non ridurlo alla sua utilità, alla sua provenienza, al suo errore, alla sua paura. Per un cristiano questa responsabilità ha una radice ancora più profonda: nell'altro non incontriamo un problema da risolvere, ma una persona da riconoscere. E nel riconoscerla, custodiamo anche ciò che siamo noi. Custodire l'umanità non è un gesto eroico. È restare accanto alle persone abbastanza a lungo da scoprire che dietro ogni paura c'è una storia, dietro ogni rabbia c'è una ferita. E che dietro ogni persona, qualunque sia la sua origine, la sua condizione, il suo errore, c'è una dignità che non possiamo permetterci di perdere di vista. Con una consapevolezza: saremo sempre più minoranza, in questo Paese. Ma non custodiamo qualcosa per noi. Custodiamo qualcosa per tutti.
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Rocchetti