Enzo Bianchi (per notizie biografiche essenziali, clicca qui) è morto ieri, all’Ospedale Le Molinette di Torino. Bianchi è il monaco, lo scrittore molto conosciuto e apprezzato. E molto discusso soprattutto in occasione dell’allontanamento da Bose, il monastero da lui fondato.
Enzo Bianchi, in bilico fra monastero e mondo
La morte di Enzo Bianchi è sui siti e su tutti i maggiori organi di informazione italiani. Abbondano le notizie su quello che Enzo Bianchi ha fatto a Bose, su quello che ha scritto di bibbia, di spiritualità, di cultura. Il molto che si dice di lui giustifica il molto che ha fatto e che ha scritto e che ha lasciato – e presumibilmente continuerà a lasciare - ampie tracce nella Chiesa italiana e non solo.
Tra il molto detto subito dopo la notizia della morte, alcune cose impressionano per la loro importanza e la loro forza.
Enzo Bianchi ha affermato più volte di sentirsi uno “sconfitto”, sia per non essere riuscito a cambiare la Chiesa come avrebbe voluto, sia per la vicenda del suo allontanamento da Bose.
Bianchi non era prete, era “soltanto” monaco. I monaci spesso lasciano il mondo e si rifugiano nel loro mondo, il monastero. Se incontrano ancora il mondo è perché il mondo viene al monastero o il monastero intercetta il mondo, nelle occasioni, per lo più rare, nelle quali il monaco esce da casa sua per andare a incontrare gente. Bianchi non era certo il monaco chiuso in convento. Era il monaco che con le sue opere, i suoi discorsi, tutto il suo essere era molto “presente” fuori del convento. E si capisce che abbia sognato più di altri confratelli monaci di cambiare la Chiesa. Non ci è riuscito e quindi si sentiva sconfitto.
Ma questo fa nascere la domanda sul compito che il monaco ha nella Chiesa: cambiarla accettando di stare al cuore, pregando, studiando, digiunando, oppure cambiarla uscendo nelle periferie, dandosi da fare in parole e in opere. Se sta al cuore deve accettare anche di essere inefficace, se si dà da fare nelle periferie, corre il rischio di essere meno monaco. Enzo Bianchi ci è sembrato spesso in bilico fra queste due prospettive: qualche volta era il più monaco degli uomini di chiesa, qualche volta il più uomo di chiesa dei monaci. La scelta non è sempre stata chiara, lui stesso ha dato la sensazione di starci volentieri in quella posizione di confine e qualche ambiguità è rimasta.
L’allontanamento da Bose. Le fragilità dentro il monastero
Poi, Enzo Bianchi ha masticato amaramente la sconfitta in occasione del suo allontanamento da Bose. Ha parlato, a questo proposito, di “tradimento” da parte di alcuni confratelli e ha faticato diverso tempo ad accettare le decisioni della Santa Sede e a staccarsi dalla sua creatura. Tutto umanissimo e comprensibilissimo. Ma, dal punto di vista – tutto sommato comodo – di osservatore esterni dobbiamo prendere atto che non si può pensare che la Santa Sede abbia deciso per pura smania di potere. Il “visitatore apostolico” padre Cencini ha verificato degli obbiettivi gravi problemi interni, la cui soluzione migliore è apparsa, appunto, quella dell’allontanamento di Enzo Bianchi da Bose.
La Santa Sede ha sbagliato? Può darsi. Ma non si può pensare che sia solo questione di potere e solo colpa di qualche traditore. Piuttosto, invece. La vicenda ricorda che divisioni e fragilità esistono ovunque, anche dentro i monasteri. Quando divisioni e fragilità tracimano non sono i monaci eventualmente deboli ed eventualmente prepotenti a perderci, ma il monastero e, con il monastero, la Chiesa.
Semmai, si deve concludere che la vicenda di Enzo Bianchi, quella che lui chiamava la sua sconfitta, ricorda la responsabilità che un cristiano ha, sempre. Più un credente è nella Chiesa più fa perdere alla Chiesa quando si comporta male dentro la Chiesa o quando esce sbattendo la porta.
Enzo Bianchi adesso. Una “fantasia” di Bernanos
Trattandosi di un monaco, e di quel monaco, amiamo pensare che adesso i bilanci li sta facendo non qualche inviato del Vaticano ma con Qualcun altro che non ha bisogno di inviati. Mi è venuto in mente un passaggio celebre di Bernanos, tratto da “I grandi cimiteri sotto la luna” (1938). Scrive Bernanos: «Certo, la mia vita è già piena di morti. Ma il più morto dei morti è il ragazzino che fui. E tuttavia, venuta l'ora, sarà lui a riprendere il suo posto alla testa della mia vita, a raccogliere i miei poveri anni fino all'ultimo e, come un giovane capo i suoi veterani, radunando la truppa in disordine, entrerà per primo nella Casa del Padre.»
Quando non si tratta soltanto del ragazzino, ma del giovane studente, del giovane inquieto che si ritira a fare il monaco solitario, il fondatore di una nuova comunità, lo scrittore, il conferenziere… Beh, il gruppo da presentare al Padre è piuttosto numeroso. Ma c’è da pensare che tutto si chiarirà.
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Rocchetti