Fra pochi giorni la scuola tornerà a riempirsi. Si apriranno porte e cancelli, ricominceranno le chiacchiere nei corridoi e nelle aule tornerà il vociare dei bambini. Quasi tutti ritroveranno il proprio banco. Andrea, invece, non ci sarà. Andrea (nome di fantasia) è un bambino con una certificazione 104, con le sue fragilità, le sue risorse e un modo tutto suo di stare in gruppo. La famiglia ha scelto di trasferirlo in un’altra scuola. Con questo articolo inizia la sua collaborazione con il nostro blog LUIGI SORZI, preside dell’IMC Scuola di Cepino e responsabile progettazione della Fondazione Opera Sant’Alessandro di Bergamo.
Di fronte a difficolta si cambia scuola. Pare ovvio
Nelle ultime settimane di maggio l’avevo visto preoccupato: sapeva che avrebbe lasciato i compagni, le abitudini e le maestre diventate per lui punti di riferimento. Agli occhi di un adulto può sembrare un semplice trasferimento. Per un bambino, però, è un distacco vero. La sua tristezza mi è rimasta dentro e mi ha portato a chiedermi dove ho sbagliato, dove abbiamo sbagliato. Che risposte non abbiamo saputo dare?
La scuola di cui hanno bisogno le famiglie è quella capace di insegnare e accompagnare i ragazzi anche nei momenti difficili oppure un luogo che sappia soprattutto rassicurare? I genitori vogliono che i loro figli imparino ad affrontare gli ostacoli o cercano qualcuno che possa eliminarli tutti dalla loro strada? So bene che, in alcuni casi, cambiare scuola può essere la scelta giusta. Esistono scuole che non ascoltano, insegnanti che non riescono a comprendere e rapporti che, nonostante gli sforzi, finiscono per logorarsi. Tuttavia, mi domando se qualche volta non si decida di andare via prima di essersi parlati fino in fondo. La nuova scuola rischia allora di diventare un approdo ideale immaginario: quello in cui il figlio sarà sempre compreso, non riceverà richiami, non soffrirà e non incontrerà compagni difficili. Ma una scuola così, semplicemente, non esiste.
La scuola reale non è sempre felice. Anche questo è ovvio
La scuola reale è parte del mondo, è fatta di persone e quindi anche di limiti, errori e tentativi. Ci sono giornate bellissime e altre più faticose. Non possiamo promettere ai bambini una felicità continua; possiamo però impegnarci a non lasciarli soli quando qualcosa non va. Possiamo aiutarli a capire che il limite non è necessariamente un torto subito, ma una parte della vita. È un pensiero che ritrovo nelle parole del filosofo Silvano Petrosino e che considero particolarmente importante nell’educazione. Proteggere un bambino è necessario. Rimuovere ogni difficoltà, invece, può impedirgli di scoprire quante risorse possiede. A volte proprio un ostacolo, se affrontato con adulti presenti e responsabili, aiuta a crescere e a trovare una direzione.
Questo vale per tutti e richiede ancora più attenzione quando un bambino vive una condizione di fragilità. Inclusione non significa fingere che tutto sia facile. Significa esserci, cercare soluzioni e condividere la fatica senza abbandonare nessuno.
Tra qualche giorno riprendono le lezioni. E le relazioni
Fra qualche giorno non ripartiranno soltanto le lezioni, ma anche le relazioni. La scuola non finisce al cancello: vive nel rapporto con le famiglie, con il territorio, con i servizi e con tutte le persone che partecipano alla crescita dei bambini. Non appartiene soltanto agli insegnanti e neppure soltanto ai genitori. Prima di tutto, appartiene alle bambine e ai bambini, ai ragazzi e alle ragazze.
Per questo le decisioni educative non dovrebbero nascere da un monologo. Una comunità deve riuscire a parlarsi anche quando è scomodo e quando non si trova subito un accordo. Fidarsi non vuol dire pensarla sempre allo stesso modo. Vuol dire avere la disponibilità a restare al tavolo, spiegare le proprie ragioni e ascoltare quelle degli altri.
L’attenzione a chi rischia di rimanere indietro
Nel libro “Dipende dalla classe”, Michele Arena pone una domanda che riguarda da vicino ogni scuola: quanto pesa il punto di partenza sul percorso di un bambino? Gli alunni non arrivano tutti con le stesse opportunità e le famiglie non dispongono delle medesime informazioni, risorse o possibilità di scelta. C’è chi può cercare altrove e chi non può farlo. Una scuola giusta, allora, non può limitarsi ad accogliere chi è già pronto. Deve preoccuparsi soprattutto di chi rischia di rimanere indietro, riconoscendo le differenze senza trasformarle in un destino.
Anche la scuola paritaria deve interrogarsi seriamente su questo punto. La libertà educativa non può esaurirsi nella possibilità di scegliere un istituto: dovrebbe tradursi, per ogni bambino, nella possibilità concreta di incontrare una scuola che continui a credere in lui e che gli dia opportunità anche se non ha mezzi. La scuola, dunque, deve ascoltare meglio le famiglie, spiegarsi con maggiore chiarezza e riconoscere i propri errori senza arroganza. Deve inoltre conservare anche il coraggio di dire qualche no, quando quel no ha un valore educativo. Una famiglia non è un cliente e un alunno non è un prodotto. Il nostro compito non è garantire una soddisfazione immediata, ma favorire una crescita autentica, che inevitabilmente comprende anche attese, regole e momenti di resistenza. Forse, allora, la domanda da rivolgere a una scuola non è soltanto: “Mio figlio qui è felice?” Ma chiedere anche: “Questa scuola conosce davvero mio figlio? Lo rispetta? Continua a credere nelle sue possibilità, anche quando il percorso diventa difficile?”
La scuola resta necessaria
A settembre un’altra bambina occuperà il banco di Andrea, ma la sua assenza si sentirà. Io ricorderò la sua preoccupazione e il dispiacere per i compagni che non voleva lasciare, ma anche il suo sorriso e le sue trovate estemporanee. A questa famiglia, che non incontrerò più, vorrei ricordare che educare non significa evitare ogni limite. Significa provare ad attraversarlo insieme.
Marco Rossi Doria nel nuovo libro “Scuola educare quando tutto sta cambiando” ci ricorda che “i piccoli della nostra specie imparano dappertutto e non solo a scuola. Ed è vero che la scuola sbaglia quando pensa che si impara quasi solo a scuola. Ma la scuola resta necessaria, fondamentale”.
Buon anno scolastico a tutte e tutti
6 commenti
Concordo con ogni parola scritta dal Dirigente Sorzi. Penso che insieme possiamo farcela a far capire a quegli insegnanti “della vecchia guardia” che una scuola dove ci sia ascolto e attenzione anche per gli ultimi, è una scuola migliore per tutti e non un parco giochi. Grazie!
Totalmente centrale il tema del dialogo con le famiglie, da porre ormai come punto focale per la conoscenza innanzitutto dei ragazzi e per la loro crescita vera e non affannosa o di facciata. Una scuola che non si limiti ad accogliere… seppur è dura a volte tessere tele di collaborazione e soprattutto fiducia nell’attesa e nell’ascolto, ma è lì il vero “lavoro”.
Come sempre il direttore Sorzi offre spunti di riflessione e nuove idee di lettura stimolanti e mai banali.
Apprezzo tantissimo una persona che lavora nel mondo della scuola, che ha una sensibilità così bella con i ragazzi con qui si rapporta . Grazie per quello che fa. Complimenti.
Trovo in queste parole tutta la sensibilità di chi vive la scuola ogni giorno mettendosi in discussione. Concordo con te sul fatto che l’inclusione non sia un percorso lineare e privo di attriti, ma un processo complesso che richiede presenza, responsabilità e la capacità di accogliere anche il limite e la fatica.
Per costruire una vera alleanza educativa serve un lavoro costante, quotidiano e condiviso, basato sulla disponibilità a restare al tavolo anche quando il dialogo si fa scomodo.
Sono profondamente convinta che soltanto l’impegno profuso insieme ci aiuterà a migliorarci giorno dopo giorno e a trovare la forza e le risorse per affrontare le “sfide” che inevitabilmente arriveranno.
Grazie Luigi e buon anno scolastico!
Ringrazio il Dirigente, dott. Luigi Sorzi, per la passione educativa che ho “respirato” leggendo il Suo articolo, attraversato da profondi interrogativi che interpellano l’intera comunità educante.
Essere insegnanti è custodire e portare alla luce l’irripetibile unicità dei volti e degli sguardi che ti sono affidati; è prendere posizione e non fermarsi alla visibilità delle cose che accadono. È educare alla scoperta della meraviglia e dello stupore; è avere il coraggio di togliersi l’opacizzazione dagli occhi, per fare degli stili, dei differenti ritmi di ciascuno un’irrinunciabile risorsa con cui confrontarsi, riconoscendo e valorizzando le potenzialità di ciascuno. La scuola è certamente spazio privilegiato d’incontro, luogo dell’accadere della relazione educativa condivisa con le famiglie, in un rapporto fiduciale, costruito gradualmente, nella quotidianità. Un rapporto nel quale, a volte, e lo dico per esperienza personale, affiora la fatica da parte delle famiglie di accogliere il suggerimento di uno sguardo altro sui propri figli…uno sguardo che non vuole in alcun modo essere giudicante nei confronti dei genitori…ma è quello sguardo, umano e professionale che nasce dall’aver cura, dalla consapevolezza dell’insostituibile originarietà di ciascuno…
I care…tu mi stai a cuore..
Ringrazio il Dirigente perché Andrea gli è stato profondamente a cuore…..insieme a tutti gli alunni della Sua scuola….
Ringrazio Luigi per questo bellissimo e completo articolo che mi ha profondamente toccato. Conosco la fatica dell’accompagnamento e della ricerca del continuo dialogo con le famiglie…
Non è scontato né facile trovare presidi che conoscano a fondo la “storia” degli alunni, senza ricorrere a deleghe o ad atteggiamenti …pilateschi.
Mi dispiace che questi genitori non abbiano saputo cogliere questo “aver cura” del proprio figlio, anche se forse in modo diverso dal loro.