Prima pagina del Corriere di Bergamo di ieri, 10 luglio. Titolo di apertura: “Assalti, caccia a una Stelvio oscura “. Un titolo di spalla destra: “Seriate. L’ipotesi di guerra tra bande. Sparatoria, l’obiettivo in carcere a Caserta”. Titolo basso: “Treviglio ostaggio delle puzze: è guerra”.
Dunque. Una edizione locale – a Bergamo, non in una metropoli – è piena di titoli che potremmo definire “guerreschi”. Guerre per modo di dire: quella alle puzze che stanno infestando Treviglio, quella delle bande rivali che è guerra vera perché si spara ma che è, fortunatamente, limitata a Seriate e alle bande “in guerra”. Poi c’è la “caccia” a una Stelvio oscura: se ne parla perché sembra essere l’auto usata dai ladri in diversi furti che hanno avuto luogo nel nostro territorio.
Per consolarmi, lascio perdere Il Corriere di Bergamo e mi trasferisco su quello nazionale: “Iran, i raid bloccano Hormuz” è il titolo a tutta pagina. Ancora, guerra, e stavolta, è guerra davvero, guerra tenace, che non riesce a finire. Naturalmente si parla molto di Ucraina e si è parlato, a lungo, dello strano regalo che Erdogan ha fatto ai capi di governo Nato: una pistola, regalo molto “fine” ai colleghi che stanno facendo guerra o la stanno subendo.
Avverto una specie di acuto malessere, come se la grande guerra, quella tra Israele e USA, da una parte e Iran, dall’altra, fosse l’evento esemplare che viene replicato in tanti piccoli eventi guerreschi qui da noi, a Bergamo. E nasce un sospetto, molto di pancia, poco ragionevole: forse le piccole guerre di qui avvengono a causa della grande guerra di là? O forse viceversa?
Si conferma, comunque: o si è in guerra o si è costretti a parlare di guerra. E se ne parla perfino quando la guerra proprio non c’entra, come quando nel quartiere dove si vive, semplicemente, ci si deve turare il naso per via di odori sgradevoli.