La risata contrasta la violenza, l’ironia sverla il ridicolo.
La frase, riferita a Michail Bakunin nel contesto del movimento anarchico, esalta la forza dell’ironia per “seppellire nel ridicolo” gli eccessi del potere costituito: eccessi di parola, gesti, scelte, cattiverie, comunicati… post social, tweet, dirette, storytelling, spin doctor, strategie mediatiche…
Strumento non violento (forse sottilmente violento), la risata cancella l’alone di fascino - l’aura - che ammanta il potere, muove l’autorità verso l’autorevolezza: ridere smaschera debolezze e smonta certezze.
Tra passata e presente minaccia nucleare
Negli anni Cinquanta, la così detta “era atomica”, si diffonde l’angoscia collettiva della minaccia nucleare; il mondo appare in bilico tra guerra fredda e guerra calda: l’arte reagisce.
A Milano già nel 1951 con la mostra “Pittura Nucleare” inizia - per poi diffondersi rapidamente in tutta Europa - la cultura figurativa “Contro lo stile”. Arte visionaria e caotica dà forme alla minacciata disgregazione della materia, irride immagini di potenze atomiche, contrasta la paura della distruzione totale. Ironia e gioco visivo - “armi improprie” - smascherano violenza, guerra, strategie e stereotipi delle istituzioni dominanti.
Arte come impegno politico
L’aura che ammanta il potere è il soggetto delle invenzioni di Enrico Baj, tra i promotori dell’arte nucleare. Sostituisce la pittura tradizionale con il collage polimaterico composto da materiali d'uso comune e di recupero: passamanerie, bottoni, cordoni d'arredo, medaglie militari, specchi, vetri e stoffe da tappezzeria (soprattutto broccati sdruciti).
Tra satira e grottesco inventa particolari ritratti di generali e dame, archetipi del “prestigio”, che raffigura come creature deformi, mostruose, al contempo buffe, ridicolizzate proprio attraverso lo sfarzo stantio dei loro “status symbol”.
Generali carichi di medaglie, mostrine e passamanerie, e dame, loro controparte borghese, fatte di stoffe a suo tempo prestigiose, diventano parodia di divise da parata, ritratti patetici e spietati di insignificanza.
Provocare risata e stupore intorno al potere e ai suoi eccessi è gesto pre-politico.
Generale pacifista
Sullo sfondo di forme compulsivamente ripetute, come l’inquadramento di una parata militare, una figura grottesca è ripresa in contorsione acrobatica: busto frontale e testa di profilo con naso enorme.

Impettito indossa divisa ornata di medaglie che si addicono al rango di eroe di guerra pluridecorato; alza però il braccio stringendo il pugno in un gesto fuori luogo di riscossa da “compagno” rivoluzionario. Anche il bottone che fa da occhio stride con tuta mimetica, giberne e cinturoni: rappresenta il fungo atomico rovesciato, simbolo mondiale di pace e disarmo.

Il mostruoso personaggio elargisce pace pronto ad estrarre un’arma dal cinturone e sulla tracolla il distintivo con teschio e tibie incrociate è promessa di morte.
E’ la parodia del motto: “Si vis pacem, para bellum”.
Dama omaggiata
Alla GAMeC di Bergamo è conservata un’opera di Enrico Baj che piace molto ai bambini: è un gioco che graffia.
Evoca signore, generali, circoli ufficiali, bacia mano e galanterie varie.

Un insieme di rottami assemblati sbeffeggia i cerimoniali delle “buone maniere” nel “bel mondo” in una sottile critica sociale ricca di allusioni e sottintesi. Un’attempata dama riceve da uno stralunato fattorino in divisa un gran mazzo di fiori. Il fattorino - probabilmente un ex militare a suo tempo decorato con medaglia a qualche valore - è ora attendente del graduato di rango che manda fiori all’elegante signora: il mazzo di fiori è il frammento di un mobile kitch - (letteralmente cosa raccolta dalla spazzatura) - che arredava case borghesi; gli occhi sono biglie di vetro e il corpo sembra un innaffiatoio che debba garantire freschezza ai pseudo fiori.
Anche la dama, per la sorpresa del dono, strabuzza gli occhi, quadranti di orologi rotti; i suoi capelli, vezzosamente arricciati, sono la stoppa che l’idraulico usa per congiungere tubi; collana e abiti sono ritagli di sfarzose passamanerie.
Ridere è una cosa seria
Ridere dei potenti significa spontaneità davanti agli artifici - computi, previsioni, valutazioni, stime, strategie - di chi vuole perpetuare l’espansione del proprio IO; esprime la forza incontenibile di una coscienza antagonista che non rinuncia all’utopia.