Daniele Rocchetti, nel suo articolo del 3 ottobre, “Il consumismo e l’identità perduta", cita un noto passo di Pasolini del 1974 ove, rivolgendosi a Italo Calvino, lo scrittore lucidamente lamenta “la scomparsa delle comunità di uomini vissuti nell’età del pane …”
Pasolini ha mutuato questa efficacissima espressione dal romanzo di Felice Chilanti, (allora appena edito da Mondadori), intitolato proprio Gli ultimi giorni dell’età del pane. L'articolo di Rocchetti mi ha offerto l’occasione per rileggere il racconto.
Giornalista, scrittore. E il romanzo sull'inquieto dopoguerra
Felice Chilanti (Ceneselli, prov. di Rovigo, 1914 – Roma 1982) inizialmente fascista di sinistra è poi stato partigiano, marxista, giornalista e scrittore. Ha collaborato con l’Ora di Palermo e Paese Sera di Roma per poi passare all’Unità divenendone vicedirettore. Pioniere del giornalismo investigativo, con alcuni colleghi, diede avvio alla prima inchiesta giornalistica sulla mafia, coraggiosamente portata avanti nonostante il grave attentato dinamitardo del 19 ottobre 1958 alla redazione dell’Ora e che fu all’origine della istituzione della Commissione Parlamentare Antimafia da parte del Governo. Gli articoli, pubblicati su L'Ora e Paese Sera, furono poi raccolti nel volume Rapporto sulla Mafia (ed. Flaccovio 1964).
Le centoventisei pagine amare e irridenti de Gli ultimi giorni dell'età del pane rievocano inquieti, negativi momenti del secondo dopoguerra: dal ricatto politico dei burocrati all'opportunismo degli intellettuali, dal degenerante imborghesirsi della sinistra ai trionfi del consumismo.
Personaggi in primo piano sono alcuni partigiani animati dai più alti ideali che, dopo la guerra, si trovano a fare i conti con una realtà dove domina il calcolo e la corruzione che anzi, contagia alcuni degli stessi protagonisti. Così, salvo l’eccezione del giornalista (Manrico) che, ucciso dalla mafia, saprà essere coerente fino alla fine, gli altri o getteranno la spugna (Gustavino) o, seppure in diversa misura, si inseriranno nel sistema.
"E' finita l'età del pane"
Drammatico il finale che vede riuniti il vecchio capo partigiano Giangesta, ora Onorevole Giovanni Gesta, e suo fratello gemello don Cleto, al capezzale del vecchio partigiano Titti, il quale rifiuta la morfina, pur tra atroci dolori, per poter lasciare il suo testamento ideale: “Don Cleto si passava la mano sugli occhi mormorando: Come Cristo, come Cristo. Un Cristo volontario alla Crocefissione”.
E Titti, dopo aver destinato i risparmi d’una vita al partito, trova ancora la forza per dire al suo vecchio capo partigiano:
Altro non abbiamo per poter sperare in una società di liberi e uguali, questo partito difettoso che bisogna cambiare, oh sì Giangesta, cambiatelo questo partito e anche l’ideologia, non vanno più bene ai tempi d’oggi, non si appoggiano bene alla realtà, cambiate, cambiate disse, è finita, sta finendo l’età del pane, disse, e furono le sue ultime parole. Spirò, si rifugiò nella morte. Don Cleto, inginocchiato benediceva, Giangesta in piedi lacrimava silenziosamente e le donne rispondevano al prete: così sia.”
Il pane e l'eredità smarrita
Chilanti utilizza insistentemente nel corso del romanzo il riferimento al pane proprio per la sua profondità simbolica:
Cantava la gioventù guerrigliera: pace lavoro libertà e pane, pane, pane!” oppure “sì, compagni, noi costruiremo un mondo migliore, più giusto e più umano, una società di lavoro, libertà e pace e pane sicuro, pane, pane. Pane” e ancora alla conclusione di un comizio Giangesta inneggia: “è imminente un decreto del grande Stalin secondo il quale ogni cittadino sovietico potrà consumare il pane gratuitamente, a volontà, secondo i suoi bisogni”.
Pasolini, nella Lettera aperta a Italo Calvino (1974) richiamata da Daniele Ronchetti, fa propria la simbologia di Chilanti e la approfondisce facendole assumere un significato ancora più intenso: di come la semplicità dei bisogni essenziali può dare un significato profondo alla vita umana, contrariamente all'eccesso dell'epoca contemporanea: il consumismo, molto più del fascismo e del comunismo, stava entrato nell’anima della nostra gente, svuotandola di tutta l’eredità classica e cristiana.
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