Search on this blog

Il mese di maggio. Armarcord e non solo

Il mese di maggio fa tornare all’infanzia.
La riscoperta della figura di Maria.
Quasi come una rinascita.

Il mese di maggio mi riporta indietro di diverse decine d’anni quando le sere, fatte ormai più lunghe, permettevano di uscire dopo cena a giocare con i fratelli e a correre fino alla chiesina di Santa Lucia. Per poi, al ritorno, cercare le lucciole nei campi che allora costeggiavano la via 4 Novembre dove allora abitavo.

I colori e i canti di maggio

Erano serate magiche, con i colori dei fiori che sbiadivano all’imbrunire, i profumi inebrianti, i canti mariani, i più semplici, i più popolari: “Andrò a veder Maria…”, “Stendi il manto tutto santo sul tuo popolo fedel…”. Su tutti si alzava la voce del parroco, don Aquilina, che mi incuteva terrore, quando, alla fine della funzione, prendeva a scapaccioni i ragazzi che scalpitavano tra un’Ave Maria e un’altra.

Non ricordo di aver fatto particolari fioretti per la Madonna, cosa che invece era riservata all’Avvento e alla Quaresima. Ma un anno, avrò avuto 6 anni, con margherite e tulipani, raccolti nel mio bel giardino avevo fatto, proprio in maggio, un altarino con tanto di candele accese, immagini  e coroncine. L’avevo messo in piedi per impetrare la grazia di un fratellino, visto che mi era andata buca in dicembre con Santa Lucia. L’altarino non ebbe l’effetto desiderato perché, non solo il fratellino non arrivò, ma fui anche severamente rimproverata per aver messo la casa a rischio d’incendio e aver rovinato un mobile con le chiazze di umidità dei fiori abbondantemente bagnati.

Si apriva all’estate e i papaveri sbucavano sui cigli delle strade

Comunque Maria rientrava scarsamente nella mia formazione religiosa. Maggio era un bel mese per se stesso, perché era la porta della lunga estate, perché si mettevano i vestiti colorati e leggeri, i sandali invece delle scarpe chiuse e finalmente si levavano le calze di lana grossa che mi facevano sudare i piedi e mi procuravano l’orticaria. E poi la sorprendente bellezza dei papaveri, quel rosso che in maniera inattesa buca il verde sui cigli delle strade di periferia.

L’educazione religiosa che i miei genitori mi hanno trasmesso, soprattutto la mamma, era austera, essenziale, direi quasi calvinista. Quindi era esclusa quella forma di pietà popolare, che pure ha tanto fascino, di cui il mese di maggio è un po’ l’emblema. Non ricordo di essere mai andata ai santuari mariani, se non in occasione di passeggiate.

La terra era per me il paradiso

Tuttavia, se ripenso ai miei anni di infanzia, mi vedo immersa in un’atmosfera celestiale. La terra era per me il paradiso, dove Gesù era realmente sempre presente. Poi, certo, c’erano i santi e Maria con Giuseppe. Però Gesù e solo lui per molto tempo ha riempito la mia vita. Anche i miracoli, le apparizioni, le visioni e tutto quell’apparato legato al culto mariano li percepivo come corollari naturali, ma sicuramente non indispensabili, perché già vivevo nel trascendente e non avevo bisogno d’altro.

L’attenzione a Maria l’ho recuperata molto più tardi quando la fede non è stata più cosa ovvia e ho provato la fatica di credere, la delusione, la lontananza.

È il Vangelo che mi ha avvicinato alla Vergine e di lei ho ammirato soprattutto il silenzio, quel suo custodire in sé il mistero, la sua interiorità “serbava tutte queste cose nel suo cuore”, il suo farsi da parte, lo svuotarsi per essere piena di Dio, la sua presenza tacita.

E per me, sempre in ricerca di un silenzio da ritagliare in spazi e tempi troppo assediati da immagini e rumori, da dispersioni e parole logorate, è stato un dono, risposta alla sete di autenticità e di essenzialità.

E ora, nella vecchiaia, mi sembra di gustare la preghiera dell’Ave Maria, non solo da sola, quando, la mattina presto per la strada mi capita di ripetere tra me e me “Ave Maria… prega per noi”, ma anche nelle cadenze del rosario detto comunitariamente. Quella preghiera recitata decine di volte, quella preghiera monotona, lenta, che mi piace sussurrare, sempre uguale, che ricorda le antiche salmodie. Là dove nella prima parte c’è la contemplazione della stupefacente grandezza di Dio che sceglie l’insignificanza della giovane di Nazaret per inondarla di grazia “tu che sei stata riempita di grazia”. E nella seconda la supplica e la richiesta di intercessione: “prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte”.

Vorrei morire di maggio

Poi le litanie nel bel latino che ho appreso dalla mia mamma “ora pro nobis, ora pro nobis”. E in quel nobis metto tutti gli affanni, le fatiche, gli amori e le  delusioni, le gioie e le tristezze di ogni giorno, ci metto i miei figli e nipoti, la mia famiglia, i vecchi che aspettano di morire e i bambini che aspettano di nascere, ci metto tutta l’umanità in cui vorrei che trovassero posto le persone più lontane, dimenticate, poco amate...e la creazione intera.

Tu “ianua coeli”, “stella matutina”, “domus aurea”, Tu “grembo del Dio vivente” insegnaci la strada di Gesù per arrivare “nell’ora della nostra morte” a ripetere il tuo canto di lode “L’anima mia magnifica il Signore”.

Vorrei morire di maggio.

 

Ada

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *