Visto da Sud/La legge ci appartiene e noi siamo regolati dalla legge.
Ma la legge non è il bene e il bene ci chiede talvolta di andare oltre la legge
Con il termine relativismo si può qualificare ogni concezione filosofica che non ammetta verità assolute nel campo della conoscenza o principi immutabili in sede morale (cfr. Diz. Filosofia, Garzanti). Oppure si possono designare verità che, se esistessero, non potrebbero essere conoscibili se non parzialmente. E questo si ritiene che valga anche a livello di religioni, teologie e comportamenti morali. Il relativismo afferma che tutto è parziale e imperfetto e quindi tutto si colloca sullo stesso “piano di verità”. Per questo – sempre secondo questa concezione - bisogna essere tolleranti e non imporre le proprie idee, i propri valori e la propria morale a nessuno.
Un’altra cosa invece è credere in un Dio che è creatore (“uno solo è Dio, il quale opera tutte le cose in tutti”, 1Cor 12,6). Il quale, quindi, opera anche in chi appartiene ad altre religioni o in chi imposta la propria vita con convinzioni diverse dalle mie. Ne deriva che un autentico atteggiamento cristiano comporti la capacità di ascoltare l'altro e di cogliere la presenza di Dio e l’azione dello Spirito nell’altro (persona, cultura, religione). Il tutto in una visione positiva del mondo e dell’esistenza. Questo, evidentemente, non è da confondere con il “relativismo”.
Il mondo messo in ordine e l’uomo al centro
Sono convinto che per poter vivere bene in questo mondo ci sia bisogno delle regole, della “legge”. Mi sembra utile partire addirittura dal racconto di Genesi. Dio “mette mano” al Kaos primordiale e con un'opera di ordine e regole, lo trasforma in un Kosmos ordinato. La luce e le tenebre, l’acqua sopra il firmamento e l’acqua sotto, il mare e la terra ferma, la luce grande e la luce piccola, gli animali, le piante, ecc. secondo la loro specie…Nel racconto l’uomo è creato il sesto giorno, quando si è creato un ordine con delle regole che rende possibile la vita dell’uomo.
Questo riferimento nobile ma fa capire, tra le altre cose, che in questo mondo si può vivere solo se ci sono delle regole. Delle regole, di molte regole facciamo esperienza quotidiana. Ci si ferma con il semaforo rosso, si tiene tutti il senso di marcia destro, la lezione (o il turno di lavoro) inizia e finisce quando suona la campanella, l’ufficio è aperto dalle ore..alle ore… E se sulla scatoletta al supermercato c’è scritto “tonno” deve esserci il tonno e non i peperoni. Di regole è tutta intessuta la nostra vita.
Allo stesso modo nell’ambito della religione la “Legge”, secondo l’antica indicazione di Mosè, regola una sana e vitale relazione con Dio. E, di conseguenza, una sana e vitale relazione con gli altri uomini e donne e con i beni della terra. Le regole nella religione hanno questo scopo.
La legge e la rigidità dei farisei
Sappiamo però che le “regole” non soltanto non sono in grado di normare tutte le situazioni che la vita implica. Possono, al contrario, essere un impedimento a fare il bene.
Può succedere, ad esempio, che un medico transiti su un tratto di strada con divieto di inversione a U. Ma, in quel momento, dall’altra parte della strada una persona ferita è ferita. Il medico tira diritto. Osserva la legge, ma non fa un bene necessario. Oppure un dottore o un’infermiera stanno curando un malato. Finisce il loro orario di lavoro e non concludono la cura di cui il loro assistito ha bisogno. Osservano la legge ma si comportano male. Un vigile dà una multa per divieto di sosta mentre una persona anziana sta scendendo dalla macchina. Fa osservare la legge e osserva la legge che il suo lavoro gli impone ma sbaglia.
Sono esempi semplici e ognuno ne può trovare di suoi. Ma servono a dire che l’assolutizzazione delle regole può diventare un impedimento al vero bene nella concreta situazione del “qui e ora”.
In ambito religioso è il peccato dei farisei, che si attengono così tanto alla “Legge” da fare il male (o non fare il bene). Con la perversione di sentirsi nel giusto perché “giustificati” dal seguire la Legge. Pensate gli episodi in cui Gesù trasgredisce la regola del sabato per curare le persone malate. I vangeli ci raccontano quanto sia intristito dal constare il “cuore duro” degli zelanti che si attengono alle regole (Mc 3,1-6). E con quale forza accusi i farisei di usare la Legge per giustificare la propria durezza di cuore e il proprio egoismo (Mc 7,1-13).
Papa Francesco chiama i farisei di allora e di oggi “i rigidi”. La questione è che l’amore e la ricerca del vero bene per l’altro spesso supera e va oltre la legge, le regole, il catechismo stesso. Questo mondo va avanti perché ci sono persone che operano il bene al di là dei limiti del proprio dovere, dei propri compiti, del proprio interesse personale, delle regole.
Per questo è importante, certo, fissare delle regole. Ma, nello stesso tempo, si deve coraggiosamente valutare il “qui e ora”, quello che con una espressione corrente si definisce "praticare il discernimento".
Il discernimento è quella pratica spirituale che permette di riconoscere l’azione dello Spirito di Dio all’opera in tutti e in tutte le circostanze. Il discernimento ci fa capire quale sia il vero bene possibile da vivere “qui e ora” nella situazione concreta e con quella persona concreta con e al di là della regola, della legge, del catechismo. Quale sia il modo di incarnare qui e ora l’amore avendo come modello di amore quello rivelato da Gesù. Tutto questo ci permette anche di non confondere questo amore attento con il relativismo di cui ho parlato.
Chi nell’ambito della dottrina e morale cattolica confonde il discernimento con il relativismo non ha studi teologici sufficientemente approfonditi. Oppure è sprovvisto di una adeguata maturità umana, spirituale, di una "sapienza di vita". Oppure ha problemi di personalità. Purtroppo in ambito ecclesiale non sono pochi quelli che accusano di relativismo Papa Francesco. Il Papa è invece maestro di discernimento e le sue argomentazioni su questo tema sono illuminanti. Un buon esempio si può trovare nei punti 198-224 dell’Enciclica Fratelli Tutti.
Quale è il vero bene qui e ora?
Portiamo queste riflessioni anche in ambito della morale cattolica sessuale. Proviamo a valutare la fruizione dei sacramenti e in generale ogni comportamento umano con questa domanda: Cosa è il vero bene possibile, incarnato, qui e ora? In questa circostanza? Per questa persona? L’amore rivelato da Gesù, cosa suggerirebbe?
Certo ci vuole una educazione e formazione al discernimento che implichi anche una liberazione/purificazione della propria volontà dalle paure, dall’orgoglio, dall’egoismo, dai condizionamenti e dagli affetti disordinati.
Credo che a questo tipo di formazione delle coscienze di “cristiani adulti” dovrebbe dedicarsi la pastorale e non – come teorizzato da qualche sacerdote e prelato incontrati sul mio cammino – come sudditi da comandare i quali abdichino e deleghino ad altri la propria coscienza, libertà e responsabilità di fronte a Dio, alla vita e agli uomini.