La geopolitica classica si chiede come influisce il mondo sulle decisioni dello Stato. La nuova geopolitica tratta il mondo come il proprio unico, autentico soggetto. Si potrebbe anche dire che si è passati dal “cosa fare della geopolitica” a come fare geopolitica.
La geopolitica, la sua urgenza, la sua complessità

Per il grosso pubblico, soprattutto progressista, la «geopolitica» ha il volto sorridente e ironico e l’eloquio pacato e sicuro del giornalista Lucio Caracciolo (1954). La sua presenza nei dibattiti televisivi è cordiale ma i suoi argomenti sono severi e lucidi, intesi a richiamare sempre gli interlocutori (di destra o di sinistra che siano) alla complessità dei rapporti di forza statuali sottostanti i teatri delle nostre cronache politico-militari ed ai rischi abissali di sopravvivenza che si corrono a non tener conto delle catene che la necessità impone all’agire politico nelle relazioni internazionali. Immersi come siamo nell’orrore mediatico dei conflitti in corso e nelle logomachie faziose e asfittiche del sistema politico-informativo, le sue letture della realtà, ancorché o forse proprio perché prive di afflato agonistico-ideale, risultano incisive e orientanti.
È dunque importante chiedersi cosa sia questa «geopolitica», quale «visione del mondo» implichi e veicoli, quali bisogni profondi, politico-esistenziali, la sua diffusione giornalistica soddisfi nell’immaginario collettivo, soprattutto di coloro che provengono da tradizioni politiche fondate su metafisiche palingenetiche e redentive ormai in disuso.
Carlo Jean (1936), generale controverso all’epoca dello scandalo P2 e raffinato studioso, ci spiega che il termine geopolitica viene in genere utilizzato «pragmaticamente, senza pretese epistemologiche o scientifiche». Esso comprende i saperi «che influiscono sulle decisioni particolari e sulle politiche generali» dei singoli Stati e «generalmente riflette una visione realistica, conflittuale e talvolta deterministica della politica, specie internazionale». L’utilizzo politico classico di tali saperi è soggettivo e non è mai neutrale, sempre funzionale e conforme agli interessi vitali, di sopravvivenza e di affermazione, dello Stato all’interno del quale vengono elaborati.
La “nuova” geopolitica. Il soggetto è il mondo
Di contro, la fine del mondo bipolare ed il crollo delle ideologie globali hanno favorito lo sviluppo di concezioni geopolitiche che «tendono a studiare le condizioni per pervenire alla stabilità a livello mondiale e presuppongono che i rapporti internazionali possano essere basati sulla interdipendenza e sulla cooperazione per fronteggiare sfide globali, come quelle ecologiche e del sottosviluppo. Nell'ambito della geopolitica ‛globalista', diversamente che nella geopolitica ‛classica', cade ogni distinzione fra interno ed esterno dei vari attori geopolitici: il mondo viene trattato nella sua globalità, come unico autentico soggetto della geopolitica.» (Geopolitica in Enciclopedia del ‘900, Treccani). La vulgata geopolitica di Caracciolo si pone in questa scia, strizzando contemporaneamente l’occhio agli interessi italiani, sussunti all’interno di un interesse europeo costantemente evocato nella sua necessità storica ma privo di una soggettività politica concreta ed efficace.
La geopolitica come "scienza del limite"
Roberto Esposito, in Geopolitica e metafisica, secondo e ultimo saggio di Kaos (di cui oggi completo la presentazione iniziata il 14 luglio scorso), si sforza di illustrare i presupposti metafisici della «grammatica dei poteri» evocata dalla tradizione geopolitica occidentale: egli li ritrova in un «tentativo sempre frustrato di trarre un ordine dal chaos». Questa tensione rivela come l’agire politico presupponga «il mistero del limite della possibilità: cerca di varcarlo ma rimbalza sempre indietro». La sapienza geopolitica muove dalla coscienza negativa che la «nostra esistenza non è scontata ma negoziata con altri soggetti. Per mantenerci in vita, la debolezza dell’avversario conta più della nostra forza.»
La geopolitica mostra così la sua natura aporetica, tragica: «per difendere il mio situarmi devo espandermi, ma incontro il limite dell’espansione altrui.» Si impone per questo una «scienza del limite», un riconoscimento della propria fragilità, prima della rivendicazione della propria potenza. Il «realismo» per ogni soggetto politico si definisce come lo spazio del possibile, i cui confini sono fissati dal necessario e dall’ impossibile, che però inquieta e anima permanentemente il possibile.
Tre ondate successive. E all’origine il trauma di un “peccato"
Il saggio di Esposito si svolge tratteggiando tre «ondate» del pensiero geopolitico occidentale moderno. La prima fu caratterizzata da una concezione «esplicita e aggressiva» dello «spazio», inteso come potenza antagonistica e polemogena, a segnare con i suoi teorici la stagione dell’ambizione egemonica nazista ma anche statunitense (la «dottrina Monroe» costituisce uno dei primi atti geopolitici consapevoli).
La seconda, «tacita e riflessiva», fu connotata, nella stagione della «guerra fredda», dalla consapevolezza della necessità di comprendere a fondo sul piano storico-culturale e psicologico l’avversario sovietico per poterlo contenere e conviverci: è questa una fase caratterizzata da teorici americani la cui origine e formazione culturale furono spesso radicate nella Germania devastata dalla guerra, che affrontano il confronto tra potenze con la consapevolezza tragica e cristiana dei contrasti irrisolvibili tra etica e politica e della ingovernabilità delle forze che i conflitti imperiali mettono in moto.
La terza inaugura, con lo schianto delle torri gemelle, la stagione della crisi del Politico e della aderiva anarchica delle potenze. In questo tempo, che è il nostro, una coscienza geopolitica deve nutrirsi, più che di grandi trattazioni teoriche, della capacità di comprensione e relazione con «l’altro» e della coscienza, culturale e letteraria, delle leggi eterne che regolano il rapporto tra libertà e necessità, vincolando ogni forza alla consapevolezza del suo limite. Per dirla rozzamente (ma sono riferimenti presenti nel testo): la lettura di Omero e del suo «poema della forza» o di «Moby Dick» ha un valore formativo, se possibile, superiore a quello di un master (in inglese) in geopolitica.
All’origine metafisica della geopolitica, dice Esposito, c’è il rifiuto che il mondo possa discendere dalla circolarità rigeneratrice delle epoche che Virgilio canta nella IV egloga. C’è un trauma originario, alle radici greche e cristiane del nostro Occidente, che chiede insieme ricostruzione/affermazione dell’ordine violato e punizione del peccato di hýbris che tale ambizione irreparabilmente implica.
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