Search on this blog

Sciopero generale per la Palestina. Un po’ di cronaca e qualche riflessione politica

Gaza profughi guerra

 

Centinaia di migliaia di italiani scioperano pro Palestina. Pochi teppisti fanno danni pesanti a Milano e altrove. Si parla moltissimo dei teppisti e si tace sugli scioperanti. Intanto l'Italia e il suo governo continuano a dare il loro appoggio a Israele

 

 

Tra il 2019 e il 2020 sono stata a Gaza

Il 22 settembre a Milano ho preso parte allo sciopero generale nazionale indetto da diverse sigle del sindacalismo di base, in sostegno alla Palestina. Una giornata di lotta che ho sentito vicina; tra il 2019 e il 2020 ho infatti partecipato a un progetto umanitario a Gaza e, in quella terra assurda e dolente, nel mezzo della violenza e di contraddizioni abissali, ho scoperto una incredibile capacità di resistenza.

Lo sciopero ha avuto un carattere nazionale, ha coinvolto sia il settore pubblico sia quello privato, ed è stato accompagnato da manifestazioni nelle maggiori città italiane. La partecipazione è stata imponente, segno che la causa palestinese riesce ancora a risvegliare una coscienza civile diffusa.

La narrazione mediatica sullo sciopero del 22 settembre

Naturalmente, l’eco di questa giornata non poteva che finire su tutti i giornali e telegiornali. Ma come troppo spesso accade, l’attenzione dei media mainstream non si è concentrata né sul significato politico della protesta né sulla sua larga dimensione pacifica, bensì sugli scontri verificatisi a Milano, quando il corteo ha raggiunto la stazione centrale.

È un copione vecchio e logoro: decine di migliaia di persone manifestano in maniera pacifica, ma le cronache vengono ridotte a poche immagini di tafferugli, attribuiti a gruppi minoritari. Immagini che diventano immediatamente materiale utile per le forze politiche di destra, oggi al governo, le quali non perdono occasione per screditare le ragioni del dissenso, criminalizzando indistintamente chi vi partecipa.

I pochi teppisti, i molti manifestanti

Di fronte a questa dinamica, mi sento di muovere una doppia critica. La prima va rivolta proprio a quell’uso strumentale delle violenze isolate da parte delle forze di governo e della stampa compiacente: un meccanismo che delegittima e oscura la voce civile, democratica e pacifica di migliaia di cittadini che hanno espresso un chiaro dissenso contro il genocidio in Palestina e contro la complicità delle istituzioni italiane.

La seconda critica, più dolorosa, va invece all’interno dei movimenti stessi. Esporsi sistematicamente al rischio che pochi irresponsabili rovinino manifestazioni tanto importanti è un errore politico, manchevole di strategia. Non basta liquidare questi episodi come marginali: vanno criticati apertamente, perché non rappresentano la volontà né di chi ha organizzato l’iniziativa, né di chi vi ha preso parte con serietà. Non si tratta di negare le tensioni, ma di rifiutare che la protesta venga contaminata da comportamenti di mera distruzione o di teppismo.

Chi c’era davvero in piazza

È bene ricordare chi fosse davvero in piazza il 22 settembre. Migliaia di giovani, studenti, lavoratori che hanno scelto di scioperare rinunciando a una giornata di salario. Famiglie con bambini. Militanti sindacali e semplici cittadini che hanno voluto dire no al genocidio in corso a Gaza.

Questa è la realtà che le immagini televisive hanno volutamente taciuto, preferendo offrire il solito spettacolo di scontri con le forze dell'ordine.

L’ipocrisia italiana. Si continua a vendere armi a Israele

Mentre qui si discute animatamente di “vetrine rotte” e “stazioni imbrattate”, a Gaza la catastrofe continua. Restano pochi palazzi ancora in piedi, i civili muoiono sotto le bombe, la popolazione soffre la fame e le malattie. È questa la tragedia che dovrebbe essere al centro del dibattito politico e mediatico, non le dinamiche interne tra destra e sinistra che servono soltanto a deviare l’attenzione dal tasto dolentissimo della guerra - e, peggio ancora, della connivenza delle istituzioni italiane, che continuano a vendere armi a Israele.

La verità è che l’Italia, come l’Europa nel suo complesso, porta responsabilità pesanti: l’appoggio militare e diplomatico a Israele equivale a una complicità morale diretta nel genocidio. E se migliaia di persone scendono in piazza, lo fanno non per vandalizzare una stazione ferroviaria, ma per denunciare questa disumana vergogna internazionale.

Una presa di parola collettiva

Lo sciopero generale del 22 settembre non è stato un episodio marginale, ma un segnale politico forte, una presa di parola collettiva della cittadinanza che chiede d'essere ascoltata. Le strumentalizzazioni mediatiche e la superficialità del dibattito politico non cancellano la verità: c’è un popolo massacrato e un altro che, qui in Italia, ha scelto di non restare in silenzio.

Se davvero vogliamo parlare di sicurezza, democrazia e giustizia, allora il primo passo è spostare lo sguardo: meno polemiche sugli scontri di piazza, più attenzione alle bombe che cadono su Gaza.

Apri la bocca in favore del muto,
in difesa di tutti gli sventurati (Proverbi 31,8)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *