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I funerali, grande occasione persa per le parrocchie

 

I primi giorni di novembre ci fanno parlare di vita, e di vita eterna, di morte e di morti. Il giorno dei morti, in particolare, ci offre l'occasione per riflettere su un rito mesto e importante: i funerali

 

I sacramenti sono in crisi. Ma i funerali resistono

La Chiesa ha sempre avuto dei “momenti” topici in cui appare in particolare come Chiesa. I sacramenti, soprattutto. La messa domenicale, ovviamente. Ma non solo. Si pensi alle prime comunioni e le cresime che “facevano Chiesa” molto più dei battesimi che restavano prevalentemente individuali-familiari, come i matrimoni. Ora, i sacramenti sono tutti, variamente, in crisi. La messa domenicale, soprattutto dopo il Covid, è fortemente diminuita: le indagini più recenti parlano di un 17-18 per cento. I battesimi dei neonati sono ancora discretamente alti, ma in calo. Come la cresima. I matrimoni religiosi sono diventati una rarità. Tutte cose note.

In tutto questo vasto crollo di riti sacramentali quello che resiste meglio è un rito che non è un sacramento: i funerali. Anche quelli sono in crisi, certo, ma molto meno di battesimi, cresime, matrimoni e della stessa messa domenicale. Alcune cifre, anche recenti, parlano di una percentuale superiore al 90 per cento di funerali religiosi in Italia.

Ai funerali ci vanno in molti. Ma sono spesso celebrati male

Le ragioni di questa tenuta sono certamente varie. Va notato che quando si hanno cifre così è inevitabile che una buona parte di quegli eventi abbia delle motivazioni fragili. Ma questo vale sempre oggi e valeva sempre per il passato. Quando “tutti” andavano a messa non è che tutti ci andavano per motivazioni altissime. Quindi non è questo che deve portare a sottovalutare l’importanza dei riti funebri.

Perché questo è il problema. I funerali sono riti insieme frequenti e sottostimati, frequenti per le cifre di cui sopra, ma sottostimati. Mediamente, sono celebrati male. Si fatica a fare veglie prima del rito in chiesa, nelle case o nelle funeral home, il rito in chiesa è frettoloso, senza ruoli adeguati nella liturgia (lettori, chierichetti…), senza musica, in una parola: brutto. Certo, non tutti, ma molti funerali sono decisamente brutti, alcuni al limite dell’indecenza, quasi un insulto a chi  sta soffrendo.

Ora tutto questo è strano. La Chiesa che cerca contatti con la gente (è il suo “mestiere”), snobba la gente che chiede contatti con la Chiesa, precisamente, in occasione dei funerali. Per la Chiesa, dunque, si tratta di una colossale occasione persa.

Il rispetto per chi soffre e la possibilità di ricuperare alcuni dei molti legami persi

Occasione persa, non solo perché si celebra male il funerale in chiesa, ma perché non si cerca di elaborare una pastorale attorno alla morte. La morte: non evento qualsiasi, ma un evento cruciale nella storia personale e familiare della gente. E quindi non ci si chiede come preparare il rito, prima, come celebrarlo, come “prolungarlo”, dopo. L’esperienza della morte di una persona cara, invece, dovrebbe diventare un’impareggiabile occasione che la comunità cristiana potrebbe cogliere per tentare un’elaborazione del dolore e per offrire, a chi lo vuole, una qualche forma di consolazione, nel momento in cui se ne ha più bisogno.

Si parla tanto, da parte di tutti, di un oblio della morte. Si lamenta che non si parli più della morte e che, quando se ne parla, sia sempre la morte degli altri. Vero, verissimo. Ma se una comunità cristiana celebra male i funerali e non cerca di accompagnare chi si trova in lutto, contribuisce a quell’oblio.

E quando si aggrega al coro dei lamenti di chi dice che la morte è dimenticata non si accorge che sta elevando lamenti su se stessa.

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