Uno dei temi che più ha scaldato gli animi all’interno dell’intero percorso del Cammino Sinodale è stato quello della formazione. L’istanza formativa nasce soprattutto nell’ambito della riflessione sulla corresponsabilità.
I laici, le responsabilità, la necessità di ri-formarsi
Se laiche e laici sono chiamati a condividere la responsabilità della conduzione delle loro comunità a livello pastorale, organizzativo ed economico, avranno gli strumenti adeguati per poterlo fare? E se i presbiteri sono chiamati ad accogliere nel loro ministero di guida delle comunità le competenze laicali, saranno in grado di comprenderne il mondo e di valorizzarne le capacità, senza chiedere loro di adottare come modello di partecipazione quello del presbitero? Mi sembra di poter dire che questa richiesta, con le relative perplessità, nasca da anni di esperienza di lavoro compartecipato, non sempre facile: da un lato i laici, con competenze maturate negli studi, nel lavoro e nell’esperienza familiare; dall’altro la formazione teologica e pastorale del clero, orientata al ministero che è chiamato a esercitare.
I tempi ci stanno costringendo a rivedere l’idea di Chiesa che abbiamo avuto fin qui: non più laicato e clero ciascuno per la propria strada, ma tutti i battezzati, consapevoli della loro identità cristiana, sono chiamati ad assumere un modo diverso di stare nella Chiesa e di essere Chiesa. Se dalla Chiesa non ci siamo mai allontanati (in quanto irriducibili), mi permetto di osservare che sarebbe più corretto parlare di ri-formazione piuttosto che di semplice formazione, come se dovessimo ripartire da zero e tutto ciò che abbiamo fatto fino ad ora non contasse..
“Noi credenti"
È necessario intraprendere la strada della sinodalità e un primo passaggio consiste nel co-educarci alla vita cristiana, per costruire il “noi dei credenti”.
Nessuno è solo destinatario dell’azione pastorale o annunciatore solitario della fede cristiana. La testimonianza comunitaria, data in e da relazioni significative di amore e di servizio reciproco, è un medium imprescindibile della missione ecclesiale nel mondo» (DFCS 40).
Già la comunità della Chiesa delle origini aveva spontaneamente assunto un modello sinodale. Sabino Chialà, priore del Monastero di Bose, ha richiamato, nella riflessione di apertura della Terza Assemblea dello scorso ottobre, l’immagine di Chiesa presentata nel libro degli Atti degli Apostoli:
Il primo responsabile delle decisioni è lo Spirito Santo… C’è poi il “noi” ecclesiale! Un noi variopinto, che non trascura nessuna voce, dove ciascuno esercita la propria “autorità” (cf. Mc 13,34): laici e ministri ordinati, donne e uomini, giovani e anziani. Nell’intima convinzione che l’autorità (exousia) appartiene al Signore».
Guardare intorno, senza malinconie
Il primo passo su questa strada, a mio avviso, potrebbe essere quello di guardarci intorno con realismo, senza cadere nel pessimismo né indulgere nella malinconia dei bei tempi andati. La Chiesa degli anni Novanta del secolo scorso, come anche quella dei primi anni Duemila, non esiste più: le chiese gremite non sono un obiettivo da perseguire per riconquistare un ipotetico terreno perduto. Di queste stagioni dobbiamo imparare a parlare al passato, pur riconoscendone l’importanza per riformulare il presente.
Forse dovremmo impegnarci di più a “studiare” ciò che sta accadendo: leggere i documenti (almeno quelli più accessibili), seguire personalmente quanto avviene nella Chiesa (senza affidarci ai social), osservare il contesto più ampio per comprendere cosa succede nel resto d’Italia. Prima di ogni cosa, dunque, in-formiamoci. Bergamo resta, mi azzardo a dire ancora per poco, un unicum nel panorama italiano per il numero di credenti praticanti e di vocazioni sacerdotali, e talvolta rischiamo di illuderci che tutto sia ancora come prima. Prendiamo atto del fatto che nulla è più come prima: mi pare che questa consapevolezza non sia ancora così diffusa. Capita di parlare con persone meravigliate dal fatto che non ci sia più molta gente a messa e che, per questo, attribuiscano la responsabilità all’omelia del parroco. Ecco: sebbene in qualche caso possa anche essere una lettura realistica (!), non è più questo il punto della questione.
Già nell’ottobre del 2015 papa Francesco diceva:
Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» (Discorso per l’anniversario di Commemorazione del cinquantesimo sinodo dei vescovi).
Sono passati dieci anni, e papa Francesco aveva intuito bene la direzione; anche papa Leone sta dando continuità a questa visione di una Chiesa sinodale.
Mettersi in gioco, oltre la logica dei numeri
Un secondo passo potrebbe essere quello di metterci un po’ in gioco nelle “prove generali” della Chiesa sinodale e di concedere fiducia ad alcune proposte formative. Ho sott’occhio diverse iniziative diocesane e interdiocesane, ma elencarle comporterebbe il rischio di essere parziale e di fare torto alle proposte nate negli ambiti delle terre dell’esistenzadelle Comunità Ecclesiali Territoriali, agli sforzi delle Unità Pastorali e delle singole parrocchie. Si tratta di un mare sempre più ampio, ma orientato da un obiettivo chiaro, come indicato dal Cammino Sinodale, una formazione: «Integrale, continua e condivisa. Il suo scopo non è solo l’acquisizione di conoscenze teoriche, ma la promozione di capacità di apertura e incontro, di condivisione e collaborazione, di riflessione e discernimento comune, di lettura teologica delle esperienze concrete. Deve perciò interpellare tutte le dimensioni della persona (intellettuale, affettiva, relazionale e spirituale)» (DFCS 59). Tocca a noi individuare il luogo in cui formarci, magari conducendo il discernimento all’interno della nostra comunità e tenendo conto dei talenti che ci sono stati donati.
Mi piace ricordare che ad avviare questo processo è stato papa Francesco che, con il suo grande spirito profetico, già nell’ottobre 2015 diceva, in occasione del cinquantesimo anniversario del Sinodo dei Vescovi:
Undici anni sono passati, dovremmo avere avuto sufficiente tempo per maturare il pensiero e il momento di muoversi è adesso. È davvero tempo di assumere le opportunità formative che ci vengono offerte, provando a fidarci e ad affidarci a ciò che lo Spirito, oggi, sta dicendo alle Chiese. In fondo, un motivo ci sarà se, dopo duemila anni di storia ecclesiale, siamo ancora qui — preoccupati, delusi, arrabbiati, confusi, ma ancora appassionati — a parlarne. Significa che crediamo ne valga la pena.