Ha prodotto una nuova fiammata nel discorso sul cosiddetto fine-vita l’approvazione da parte della Regione Veneto di una legge di iniziativa popolare sul suicidio medicalmente assistito.
Quello che ha detto la Corte Costituzionale
La legge, che è passata con una maggioranza trasversale e non senza qualche dignitoso dramma di coscienza, vuole essere attuativa in via organizzativa del suicidio assistito, in assenza e in attesa di una norma parlamentare alla quale la Corte Costituzionale ha sollecitato più volte e invano il Parlamento.
Non intervenendo giustamente sul suicidio in quanto reato, la Corte Costituzionale ha dichiarato la non punibilità di chi favorisca il suicidio da parte di un paziente che lo richieda, in presenza di alcune condizioni-limite: patologia irreversibile, sofferenze insopportabili, dipendenza da trattamenti vitali, decisione personale e libera, capacità nel soggetto di prendere decisioni consapevoli.
La legge regionale ha ribadito che l’accertamento spetti a una struttura pubblica del Servizio Sanitario Nazionale, dopo il parere del comitato etico competente. Ma per rendere più rigoroso il percorso ha individuato passaggi successivi alla richiesta: la presa in carico da parte della sanità regionale, l’esame clinico, la valutazione bioetica e — soltanto se tutte le condizioni risultano soddisfatte — la definizione delle modalità di assistenza. Inoltre ha dato un ruolo fondamentale al medico palliativista e ad un Comitato bioetico regionale e – molto importante! - ha reso obbligatorio fornire al paziente un’adeguata informazione psicologica e sanitaria sulle cure palliative alternative al suicidio. Permane anche il principio della libertà di coscienza garantita al personale medico.
Quello che dovrebbe dire una legge. Ma il Governo non ha tempo
Era inevitabile che scoppiasse la polemica. Intanto sul metodo, cioè sull’opportunità che le Regioni intervengano in prima persona su una materia così importante. È vero, una legge nazionale sarebbe auspicabile anche perché renderebbe uniforme una normativa che potrebbe altrimenti creare forme di emigrazione verso le regioni più permissive.
Ma questo Governo, indaffarato prima sulla legge sulle carriere dei magistrati e ora sulla legge elettorale, non sembra avere tempo né soprattutto voglia di assumersi una responsabilità che, essendo seria, potrebbe anche far perdere qualche voto. Salvo poi pretendere per sé la decisione. Però gli organi delle Regioni, a cui incombe normalmente la gestione sanitaria, si trovano esposti di fronte a domande ravvicinate anche drammatiche a cui devono dare risposta urgente e non assumere un cinico menefreghismo.
Quello che si rischia comunque
Un’altra obiezione, di fondo etico, è che una legge di questo tipo potrebbe essere un anticipo di eutanasia. In realtà, il suicidio assistito non è una vera e propria eutanasia, perché, a differenza del suicidio, l’eutanasia è una eliminazione operata da altri. Col rischio di essere esercitata su un paziente che non ha piena capacità di esprimere una libera e chiara decisione, perché in soggetti fragili, per età e per costituzione, o indeboliti dalla malattia, si può suggerire a loro dall’esterno, se non strappare a loro, in momenti di particolare debolezza, un assenso alla loro morte che altri eseguiranno per loro conto.
La corsa in avanti è comunque un pericolo reale, perché risponde ad un trend culturale. Ad esso si può resistere mediante controlli precisi della procedura e soprattutto con una conoscenza ravvicinata del paziente e del suo mondo. E si torna al posto di rilievo che ha il sostegno relazionale che si deve garantire al paziente.
Il problema di chi dovrebbe pagare
Infine, siccome è lo Stato che si assume finanziariamente le spese del suicidio assistito, è scattata l’accusa: uno Stato dovrebbe spendere per sostenere la vita non per dare la morte. Detto rozzamente: se uno vuole suicidarsi, si paghi il conto. In verità troviamo un po’ rozzo anche contrapporre così brutalmente morte e vita: la morte stessa fa parte della vita e la cura per una morte degna è anch’essa cura della vita di chi muore e l’ha vissuta.
È indiscutibile però che ogni legge di sostegno alla persona deve essere alla portata di tutti, e quindi non deve discriminare sulla base del censo chi se la può permettere e chi no. Non è meglio allora limitare le spese per le armi?
Siamo altrettanto decisi nell’affermare che lo Stato deve investire primariamente in assistenza sanitaria e relazionale, vale a dire in cure palliative e sostegni esistenziali, che verosimilmente ridurrebbero il numero di chi chiederebbe la morte per disperazione di sé o perfino per carità verso i propri cari. Mentre, come dice il card. Zuppi,“normative che legittimino il suicidio assistito e l’eutanasia rischiano di depotenziare l’impegno pubblico verso i più fragili e vulnerabili, spesso invisibili, che potrebbero convincersi di essere divenuti ormai un peso”.
Non serve parlare di “suicidio Veneto”. I doveri dello Stato
Certo è che provvedimenti come questi, che sono fortemente dipendenti da situazioni soggettive e da diverse concezioni dell’uomo, vanno trattati con la delicatezza dei drammi che essi sottintendono, sia nel decisore sia nel destinatario. Per inciso, non abbiamo trovato di buon gusto il titolo dell’”Avvenire”: “Suicidio Veneto”, che qualche social ha trovato “incisivo”. Il fatto è che noi credenti dobbiamo attrezzarci a discernere continuamente dentro le nuove sensibilità che avanzano quali siano le poste umane in gioco, prima ancora di quelle religiose. Perché ormai nella nostra società secolarizzata l’etica pubblica coinciderà sempre meno con l’etica religiosa.
Noi riteniamo che sia accettabile da tutti il principio che tenere in vita alleviando la sofferenza è diverso e preferibile rispetto al porre termine alla vita per alleviare la sofferenza. Che uno Stato laico possa consentire una morte dignitosa (anche per suicidio assistito) se dimostra nei fatti di dare priorità e promuovere un’assistenza medica adeguata ai malati gravi e ai morenti. Così però non è nonostante che quattro anni fa sia stata fatta una legge per garantire entro il 2028 il 90% di copertura alle cure palliative, e però fino al 2025 la Lombardia, che risultava terza tra le Regioni, aveva una copertura che superava appena il 40%.
Solo con questi impegni, non con dichiarazioni di principio, un’amministrazione statale può fare in modo che il suicidio assistito resti un’eccezione residuale rispetto alla scelta della cura per il fine-vita e di un accompagnamento al morire che, senza provocarla, accetti la venuta della morte, togliendole il pungiglione della disumana sofferenza: dentro la quale sempre più prende spazio il rapporto con l’altro e con il disagio e l’impegno, spesso disumani, che si creano ai prossimi. Che è non ultimo dramma dell’uomo responsabile che sta morendo. E che è un segno d’amore per il prossimo e per il mondo superiore all’attaccamento alla vita.
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