Fratelli d’Italia celebra il primato di longevità del Governo. Intanto si incomincia a sussurrare la possibile data delle elezioni politiche per il prossimo mese di maggio. E, da tempo, governo e opposizione sono entrate in una sfibrante campagna elettorale, per decidere chi deve governare dal 27 in poi. Ma l’Italia è davvero un Paese governabile?
Italia. Paese vitale, politica inceppata
La società civile italiana, pur attraversata dalla ferita storica mai rimarginata tra Nord e Sud, continua ad esprimere una vitalità straordinaria, che nasce dalle tradizioni e dalle culture che risalgono ben all’indietro dell’Italia unita e che le generazioni si sono trasmesse lungo i secoli: lavoro, ingegno, bellezza dei paesaggi e delle città, decine di migliaia di chiese… Le risorse economiche e culturali dell’Italia sono enormi. Eppure l’autogoverno democratico del Paese appare sempre più anarchico, imprevedibile e, soprattutto, immobile, senza capacità di riforme.
La politica, che in tutte le democrazie moderne è la sintesi dell’autogoverno del Paese, qui si limita a rappresentarlo, non appare più in grado di governarlo. La zattera sta a galla per suo conto, il governo pare diventato inutile. Questo non significa che lo Stato sia diventato “minimo” e che sia ridotto a fare il “guardiano notturno”. No, lo Stato amministrativo è crescentemente pervasivo della società civile. Ma il problema più grave dell’Italia è lo Stato politico: Camera, Senato, Governo, Presidenza della Repubblica, Corte costituzionale, Magistratura, Regioni… Tanto lo Stato amministrativo è forte, tanto lo Stato politico è debole e perciò la sua funzione di governo è debole.
Gli Italiani e il senso dello Stato
Una delle ragioni di tale debolezza sarebbe che gli Italiani non vogliono essere governati. L’opinione è già stata attribuita a Mussolini: “governare gli Italiani non è difficile, è inutile”. È opinione comune che gli Italiani non abbiano “il senso dello Stato”.
Fu l’antropologo e politologo americano Edward C. Banfield a coniare la categoria di “familismo amorale” per descrivere la cultura di un piccolo paese – Chiaromonte, in provincia di Potenza, che nel suo libro The Moral Basis of a Backward Society del 1958 aveva denominato letterariamente Montegrano – per applicarla estensivamente all’intero Sud e, per scivolamento, all’Italia intera. Faceva la fenomenologia di una società chiusa (Backward, cioè all’indietro) nella realizzazione degli interessi più immediati della famiglia, senza un lampo di statualità generale. La tesi fu quasi da subito contestata dagli studiosi, ma fece egemonia nell’opinione pubblica, soprattutto settentrionale. Tuttavia, ora, nel 2026, possiamo porci un’altra domanda: “Gli Italiani non hanno senso dello Stato o lo Stato non ha il senso degli Italiani?”. Se le Istituzioni debbono essere “per tutti”, come è possibile che vengano concepite come “universali”, se lungo i decenni esse sono state “occupate”, “spartite” “faziosizzate” dai partiti, che, a ottant’anni dall’art. 49 della Costituzione, continuano ad essere associazioni private di fazione.
I partiti, “angolo cieco” della democrazia
In questi ultimi decenni la stragrande maggioranza dei cittadini ha appreso la democrazia. La cosiddetta crisi delle ideologie segnala un atteggiamento meno fanatico e meno ultimativo nelle decisioni pubbliche. Saranno stati il benessere, l’incremento dell’istruzione, il torpore dell’opulenza, i viaggi, i movimenti migratori e immigratori, chissà… Sicché sono lecite alcune domande: “Gli Italiani sono all’altezza delle Istituzioni progettate dai Costituenti o le Istituzioni non sono più all’altezza degli Italiani?” O anche: “Gli Italiani non amano la democrazia o la democrazia dei partiti non ama gli Italiani?”.
I partiti sono diventati l’angolo cieco della democrazia italiana. L’insorgenza populista dei primi anni Duemila ha finito per fornire un alibi reattivo di legittimazione alle oligarchie partitocratiche, proprio nel momento della loro maggior perdita di iscritti e di egemonia. Il Porcellum, in forza del quale i segretari di partito decidono la composizione del Parlamento, è del 2006. Intanto, i partiti hanno cessato di essere di massa, si sono trasformati in Comitati elettorali. Secondo l’art. 49 della Costituzione i partiti sono libere associazioni “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, non sono comitati elettorali.
Il Governo “fascista”, l’opposizione “comunista”
È – sarebbe – qui il ruolo fondamentale della politica partitica: progettare istituzioni capaci di rappresentare/governare la società italiana.
L’ “Institution building” e il “Nation building” sono l’essenza della politica e dei politici “statisti”. Concretamente, significa progettare istituzioni capaci di sviluppare la democrazia e la coscienza democratica. Il presupposto è che i partiti ri-progettino “la forma-partito” come associazione di diritto pubblico, regolata dalla legge, evitando di passare dall’attuale padella del privatismo assoluto alla brace del controllo statale, per il quale diventerebbero organi dello Stato o dell’esecutivo.
Intanto la deriva attuale del sistema dei partiti è sempre più pericolosa per la coscienza democratica del Paese e perciò per la democrazia italiana: è quella di un sistema oligarchico, articolato in modo pluralistico – l’oligarchia di governo e l’oligarchia di opposizione - che decide a nome della maggioranza del Paese, pur rappresentando ormai solo una minoranza chiassosa e spesso fanatizzata in opposti fondamentalismi. Sempre prigionieri di una pantomima per la quale se va al governo la destra, la sinistra la accusa di fascismo, se va al governo la sinistra, la destra la accusa di comunismo.