Israele era nobile perché non torturava nessuno
Nell’ultimo numero di Limes, nell’editoriale, si cita un passaggio di George Steiner (1929-2020) grande ebreo, “letterato versatile, poliglotta al punto di non saper stabilire quale fosse la sua lingua materna…”. Scrive Steiner:
Per diverse migliaia di anni, partendo all’incirca dalla caduta del tempio di Gerusalemme (n.d.r: anno 70 dopo Cristo), egli ebrei non sono stati in condizione di torturare, massacrare, espropriare nessuno al mondo. Questa è per me la più grande aristocrazia. Quando mi presentano un duca inglese, tra me e me dico: la grande nobiltà è appartenere a un popolo che non ne ha mai umiliato un altro. Ebbene sì, sono di uno snobismo etico senza limite, di una totale arroganza etica: diventando un popolo come qualunque altro, mi hanno tolto il titolo di nobiltà che gli riservavo” (pag. 18).
Israele non è più nobile perché ha iniziato a fare quello che fanno molti
Non solo Gaza e dintorni sono la fine della nobiltà ebraica per chi vede Israele dall’esterno, ma anche perché per chi ci vive all’interno. Lo snobismo etico di Steiner significa anche la tranquillità che viene dalla coscienza sicura della propria nobiltà. Il nobile non soffre i paragoni perché non li fa. Anche il fatto di essere tale “per nascita” conferma: non deve giustificare il suo status nobile a nessuno. Il nobile, però, finisce di essere nobile quando inizia a confrontarsi con gli altri. Allora diventa borghese. E il borghese lotta per essere di più e soffre per essere di meno. Il borghese è inquieto.
Ora il nobile Israele si è pesantemente imborghesito, il nobile di un tempo è decaduto. Fa quello che fanno molti: tortura, massacra, espropria. Si è imbarcato in un impossibile sogno imperiale che lo obbliga a ignorare gli altri, a opprimerli, a espropriarli (i dirigenti dello Shin Bet e del Mossad nominati da Netaniahu non conoscono l’arabo: cosa mai successa nella storia di Israele). Israele si è incartato.
Israele paga con le sue cocenti sofferenze. Inquietudini e suicidi
Solo che la perdita della sua antica nobiltà, conseguenza finale, è diventata la sua sofferenza. Sempre nel numero citato di Limes si legge, all’intero di uno studio di Giuseppe De Ruvo, un’impressionante, inquietante serie di dati:
In Israele il consumo di caffè è aumentato, rispetto al 2022, del 425 per cento, mentre il numero di pazienti con insonnia diagnosticata è passato dal 5 al 28 per cento. Addirittura, alcuni cittadini evacuati in lussureggianti località balneari sul Mar Morto passa tre o quattro ore della notte a controllare che porte e finestre siano ben chiuse” (pag. 131).
L’autore non parla dei suicidi. Ma nello stesso periodo si è passati dal 4,2 per 100.000 persone del 2022 al 5,3 del 2024. Tra i militari i suicidi erano in media di 13 all’anno. Dall’ottobre del 2023 alla fine del 2025 si contano 44-45 suicidi (differenza di numeri dovuta ai criteri di conteggio). Inoltre il ministero della guerra informa che 12.000 militari sono entrati in programmi di cura per disturbo da stress post-traumatico dopo l’inizio della guerra.
Una nobiltà perduta è perduta per sempre
Davvero l’antica nobiltà è finita. E chissà se la nobiltà morale di Israele è come la libertà dei nobili. Una volta perduta non rinasce come l’araba fenice. E la riconquista di un titolo nobile, quando è possibile, avviene solo perché lo si compera. Ma, obiezione finale, una nobiltà pagata è proprio quanto di più ignobile si possa immaginare.
Israele, chissà quando chissà come, potrà forse ricuperare una nobiltà di ripiego pagando chissà cosa e chissà quanto. L’Israele nobile di cui Georg Steiner andava fiero, che durava da 2.000 anni, in tutta probabilità, è definitivamente morto.