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Gasperini e l’Atalanta. E noi

Prima resta, poi, improvvisamente, se ne va.
Il calcio come la politica. E' sempre "roba loro" e noi dobbiamo prenderne atto.
E se resteremo atalantini, saremo costretti a illuderci che l'Atalanta è "roba nostra"

Tutti i legami pubblici sono soltanto privati

Improvvisamente si viene a sapere che Gasperini lascia. Fino a ieri si pensava che probabilmente sarebbe rimasto. Oggi si pensa che quasi sicuramente lascerà. Non è un dramma che lasci. Ma sono i modi e i tempi che fanno riflettere.

Tutto cambia in pochissimo tempo. Gasperini che è personaggio molto pubblico – forse il “più pubblico” dei personaggi bergamaschi: è più conosciuto lui che tutti gli onorevoli e la sindaca Carnevali con tutti gli amministratori – lui, personaggio pubblico, si comporta in maniera smaccatamente privata. I legami con l’Atalanta, i tifosi, la società, in una parola: tutti gli innumerevoli legami con il mondo bergamasco - sono soltanto cavoli di Gasperini.

Il calcio come la politica

Allora è proprio vero. Lo sport, e tra tutti gli sport soprattutto il calcio, sono lo specchio della società. E nella società tutto ruota attorno a pochi, i padroni della scena sono i leader. Gli altri, tutti gli altri, sono forzatamente soltanto spettatori. La politica italiana, per esempio, è la politica di Meloni, di Salvini, di Tajani… e poi di Schlein, di Conte, Renzi, di Calenda... Perfino i ministri sono in secondo piano e se qualcuno emerge è, appunto, solo qualcuno. Per non parlare del Parlamento, sempre più marginale, sempre meno conosciuto e sempre meno considerato. 

A un certo punto, in certi ambiti avviene che, a furia di limitarsi a guardare, gli spettatori, si stancano di fare gli spettatori, incominciano a disinteressarsi dello spettacolo e decidono di mettersi a guardare altro. La crisi della politica e l’astensionismo – prepariamoci a un nuovo capitolo con i referendum dell'8 giugno – sono segni inequivocabili di disaffezione. La politica è affare “loro”. Gli elettori ne prendono atto. 

Gasperini, nel suo addio all’Atalanta è come Salvini e come Meloni. “Sono cavoli miei e faccio quello che ho voglia. Non mi importa di dire ‘sì’ oggi e ‘no’ domani. E non mi importerebbe di dire di nuovo “sì” dopodomani perché, lo ripeto solennemente, sono padrone di fare quello che voglio”. Come Meloni e Salvini – e ristrettissima compagnia – dispongono della politica, così Gasperini e dirigenti dispongono del calcio bergamasco.

L'impressione di essere felici

E noi tifosi – appartengo alla schiera degli atalantini sfegatati – ci sentiamo un po’ presi per i… Lo sappiamo che l’Atalanta non è cosa nostra e che tutte le dichiarazioni enfatiche sulla “nostra Atalanta” sono, appunto enfatiche: hanno soltanto lo scopo di creare qualche utile illusione. Lo sappiamo. 

Poi però faremo quello che si fa sempre. Il grande Pascal (è un po’ azzardato mettere insieme Pascal e l’Atalanta, ma nessuno ce lo può impedire) diceva: “Gli uomini, non avendo potuto liberarsi della morte, della miseria, dell'ignoranza, hanno deciso, per essere felici, di non pensarci”. Anche noi tifosi atalantini decideremo di non pensare a quello che sta capitando in questi giorni. E, una volta iniziato il campionato, torneremo, tutti insieme, a gridare: “Forza Atalanta”. Ci illuderemo ancora una volta che l’Atalanta è “nostra” e avremo perfino l’impressione di essere felici. 

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