L'analfabetismo funzionale riguarda anche i temi religiosi e riguarda i cattolici.
Non si conoscono i nomi degli evangelisti e l'elenco dei "comandamenti".
Un credente di oggi non deve solo fare ma sapere perché fa
"L'intelligenza della fede"
Il beato Antonio Rosmini (Rovereto 1797 – Stresa 1855) nel 1848 diede alle stampe il trattato Delle 5 piaghe della Santa Chiesa dove esponeva le sue idee sulle criticità della Chiesa, anticipando tra l’altro riflessioni che saranno riprese e sviluppate dal Concilio Vaticano II. L'opera che fece molto scalpore, anche per il clima infuocato del Risorgimento, tant’è che nel 1849 fu messo all’indice dei libri proibiti.
Rosmini indicava come seconda piaga «la insufficiente educazione del clero», ma ciò non era tanto in sé come elemento diciamo “interno” del clero quanto piuttosto per la gravità delle sue conseguenze nei confronti dei fedeli. Egli, infatti, riteneva che senza una adeguata preparazione non fosse possibile avere «sacerdoti di grande cuore e di grande spirito, capaci di promuovere l’intelligenza della fede e una conoscenza profonda delle Scritture.»
Qui il roveretano, ben consapevole delle sfide che già all’epoca la modernità stava ponendo, tocca a mio avviso il punto centrale dell’annuncio cristiano: è forse possibile una religiosità senza una adeguata «intelligenza della fede e una conoscenza profonda (sic!) delle Scritture»?
L'analfabetismo religioso
I dati relativi all’analfabetismo funzionale oggetto dei due precedenti interventi mi hanno riportato all’indagine pubblicata nel 2022: L'analfabetismo biblico e religioso. Una questione sociale (Edb) di F. Cadeddu, F. Ferrarotti e M. Ventura, a cura di B. Salvarani, e al noto Rapporto sull’analfabetismo religioso in Italia, a cura di Alberto Melloni, Il Mulino 2014.
Drastico il giudizio di Salvarani
La chiesa cattolica e la scuola pubblica, non appaiono in grado di fornire alle nuove generazioni neppure i rudimenti propri della cosiddetta storia sacra, mentre continuano a mostrarsi incapaci di sostituirli con una cultura biblica organica.
I dati forniti dall’indagine nella loro crudità sono a dir poco sconfortanti: meno di un terzo degli italiani è in grado di citare correttamente i quattro evangelisti (e neppure il 40% dei cattolici praticanti sembra in grado di farlo!) o è in seria difficoltà a collocare nella corretta sequenza cronologica Noè, Abramo, Mosè e Gesù. Solo il 3% dei cattolici sa elencare con sicurezza i dieci comandamenti (non credo siano necessari altri esempi!)
Certamente si può essere cristiani anche senza conoscere a memoria le definizioni del catechismo di S. Pio X o senza saper recitare il Credo. Sappiamo che c’è una fede del cuore che non corrisponde necessariamente a quella della mente, una fede dell’agire che non coincide con quella del sapere. Dai risultati delle indagini sopra richiamate, gli ottimisti possono sostenere che si tratti più di ignoranza degli enunciati della fede che di carenza dei contenuti sostanziali, che a volte possono essere posseduti in categorie non verbali da persone letterariamente incolte.
Il "fare" non basta
Tuttavia, seguendo le riflessioni del Rosmini, possiamo sostenere che una fede consapevole vada vissuta, detta e proclamata con parole precise e appropriate: il cristianesimo è una religione rivelata e conoscere la parola di Dio non dovrebbe essere un optional per il fedele.
Certamente l’analfabetismo religioso va inquadrato nel contesto dell’alfabetismo funzionale, ed in particolare della “Literacy” ossia della “Conoscenza superficiale degli eventi storici, politici, scientifici, sociali ed economici”, che, come esposto nei due articoli precedenti, vede la popolazione italiana ai livelli più bassi tra i paesi industrializzati: è un di cui dell’appiattimento generale.
A questo punto mi chiedo: che ne è della preparazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana; del catechismo; dell’ora di religione nelle scuole a cui partecipa tutt’ora la grande maggioranza degli studenti; delle letture del nuovo e del vecchio testamento così ampiamente proposte nella liturgia della parola nella messa, e delle omelie?
La pastorale ha forse rinunciato alla formazione biblica e dottrinale ritenendo prioritario concentrarsi sui fondamenti dell’agire: la fratellanza tra gli uomini, la dignità delle persone, la pace, il ripudio della violenza, la difesa della vita, la solidarietà con i poveri, i fragili?
Ma mi chiedo: fino a che punto, soprattutto oggi in un mondo sempre più secolarizzato e razionalistico, i due elementi possono essere disgiunti?